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domenica 13 marzo 2011

Le Mense di San Giuseppe a Terrasini, una giornata da “turista-blog-reporter a casa mia”

Certe volte semplicemente passeggiando si scoprono delle cose inaspettate.
E così io oggi, mentre insieme a Massimo camminavo distratta per le strade del paese, ho scoperto una tradizione di Terrasini che non conoscevo.
Ero soprapensiero, un po’ triste e un po’ felice. Felice di trascorrere una domenica rilassante, felice di piccole cose, come il paneimpasta per la pizza lasciato a lievitare sotto la mia copertina di lana tutta colorata, e triste per l’umanità così colpita da disgrazie naturali e non.

La via che stavamo percorrendo con il nostro abituale passo spedito, non sembrava uguale al solito, alcune case erano particolarmente illuminate ed addobbate, e all’ingresso di queste case c’erano dei cartelli con su scritto “Mensa di San Giuseppe”.



La curiosità di scoprire il significato di quelle tavole imbandite a festa, dei lampadari illuminati, delle decorazioni, dei dolci esposti, era tanta, ma la mia proverbiale timidezza mi frenava dal fare domande e ancor di più foto.

Ma sarà la voglia di scrivere sul blog, sarà l’amore del conoscere sempre diverse tradizioni della Sicilia, sarà quel che sarà, mi sono decisa a trasformarmi per un giorno in turista o meglio in “turista-blog-reporter a casa mia”.

La tradizione delle Mense esiste a Terrasini da tempi immemorabili, anche se ultimamente era stata abbandonata. Da qualche anno alcune persone devote a San Giuseppe, hanno pensato di rispolverare la vecchia usanza e adesso ci sono otto famiglie o piccoli gruppi ad imbandire la propria casa.



Ogni gruppo di devoti mette a disposizione una camera di una casa, che generalmente rispecchia lo stile delle case antiche di Terrasini, deve essere una stanza che da sulla strada, che viene addobbata con quadri di San Giuseppe,

merletti, fiori ed una tavola apparecchiata lussuosamente, tutto intorno tante sedie per accogliere i passanti o coloro che vorranno lasciare un’offerta o del cibo per i poveri.
La Mensa viene aperta per una decina di giorni, fino al giorno della festa del Santo, in cui ogni casa organizza una piccola processione a ricordare il giorno in cui San Giuseppe cacciato da tutti cercava un rifugio per lui, Maria e il bambinello. Nella rappresentazione i tre bussano e la risposta di diniego è: “Nun c'è locu, nè lucanna, itivinni a natra banna” (non c’è luogo nè locanda, andatevene da un’altra parte”, alla fine però la risposta sarà: “Gesù, Giuseppi e Maria, siti benvinuti 'ncasa mia”.

Ogni mensa ha uno stile diverso dalle altre, e lo scopo oltre che quello legato alla preghiera e alla tradizione è anche la raccolta di cibo da offrire alle famiglie povere.


Abbiamo così visitato tre mense, le prime due erano tipicamente legate alla tradizione di Terrasini, le gentilissime signore, dopo averci raccontato tutto, mostrato foto, permessomi di scattare foto, invitato alla processione del sabato, offerto pane di San Giuseppe, mi hanno anche consigliato di andare ad una Mensa un po’ diversa dalle loro, perchè chi l’aveva organizzata aveva seguito lo stile che si usa nel paese di Borgetto (a 20 km da Terrasini), dove l’addobbo delle Mense è molto più elaborato, le pareti della camera si trasformano in un merletto di nastri, drappi di raso, incroci di stoffe.


Non riuscendo a trovare questa casa particolare, chiediamo informazioni ad un gruppetto di anziani. Una signora zittisce tutti e gesticolando dice riferendosi a noi: “Chisti sunnu stranieri, sunnu di Burgettu. Di ddà, aviti a ghiri di ddà” (Costoro sono stranieri, provengono da Borgetto. Dovete andare di la, in quella casa). Ecco nella vita mi sono successe tante cose, mi sono stati attribuiti tanti luoghi di nascita e diverse nazionalità, ma soprattutto questo accade a Massimo (che viene scambiato per arabo, Tunisino, Marocchino, e...Caparezza, etc) ma mai mi era capitato di sentirmi dire che siamo addirittura stranieri perchè di Borgetto!

Anche nella casa in stile Borgetto siamo stati ben accolti,
ci hanno spiegato che il giorno della festa avrebbero invitato a cena tre bambini poveri, quando “s’invitano i Santi” (ovvero metaforicamente a mangiare sono i santi a cui sono devote le famiglie di appartenenza di quei bambini), ci hanno offerto come tutti gli altri il pane benedetto,
ci hanno fatto fare la foto, ci hanno spiegato che la creazione dell’addobbo è durata un mese ed è stata realizzata da maestranze arrivate direttamente da Borgetto.
Alla fine la signora mi ha pure cantato la canzoncina di San Giuseppe.

Queste tradizioni possono piacere o meno, si può trovare spiritualità o abitudine, carità o ostentazione, ma in ogni caso si esprime una parte della essenza di un popolo, in questo caso di quello siciliano che è sempre interessante conoscere e scrutare per saperne leggere ogni suo aspetto.

La cosa che più mi colpisce in questi eventi spirituali è il bisogno che c’è di aggregazione, al di là delle motivazioni religiose, che comunque rappresentano la spinta iniziale ad incontrasi. C’erano tante tipologie di partecipanti, dai visitatori di cortesia, ai più devoti e assorti, a chi approfittava del momento per fare semplicemente una chiacchierata tra amiche, all’anziano che si riposava su una salvifica sedia.

Questo è ciò che ho scoperto in questa mia piccola esperienza di “turista-blog-reporter in casa mia”, trovando persone accoglienti e gentili, desiderose di raccontare e far conoscere le proprie usanze. La promessa è stata di ritornare il giorno di San Giuseppe, per fotografare e riprendere le processioni, speriamo proprio di poterlo fare, così avrò un’altra storia da raccontare!

mercoledì 11 agosto 2010

A Palermo quali nomi si danno ai figli?

A Palermo, ma credo anche in gran parte del sud Italia, ci sono delle particolari usanze legate alla nascita dei figli. Come tutte le tradizioni anche queste sono sempre meno radicate nelle famiglie di oggi, ma fino ad alcuni anni fa si trattava di schemi dai quali era quasi impossibile fuoriuscire o almeno fuoriuscirne integri.

La questione centrale girava tutta intorno al nome da dare ai propri figli. C’erano ed in parte ci sono ancora oggi delle regole tassative da seguire, regole che per chi le applicava si incentravano tutte intorno a un concetto: “u rispiettu” (il rispetto), che è il valore principe o forse un atteggiamento sul quale si fondano le relazioni familiari, che non ha solo a che fare con l’amore, la considerazione, la tolleranza, ma in questo caso, nella sua declinazione sicula doc, anche con la conservazione delle tradizioni, con un certo perbenismo ed anche un pizzico di paura...
“Bisogna purtari rispiettu” . E’ una frase, un dettame da seguire per evitare "sciarre" (liti) e "schifiu" (trambusti).

Nel caso del nome da dare ai figli la regola è quella di dare ai primogeniti i nomi dei nonni paterni (che siano maschi o femmine) e ai secondogeniti quelli dei nonni materni, così alcune famiglie “erano costrette” a procreare anche quattro o cinque figli per accontentare un po’ tutti, certo se ad esempio nascevano tre maschi e una femmina si era fregati, perchè la nonna materna non aveva la nipotina con il proprio nome e bisognava accontentarla), ma in compenso si aveva la possibilità di scegliere un “nome moderno” per il terzo maschietto, così magari c’erano quattro fratellini, Salvatore, Carmelo, Assunta e ... Kevin!

Se non si fosse seguita questa regola i nonni si sarebbero offesi pesantemente, avrebbero tolto il saluto, o mostrato dolore e sofferenza estrema, la colpa imputata ai figli sarebbe stata quella di "mancanza di rispiettu", con relativa onta e vergogna dinanzi a tutto il parentado, imbarazzi generali, pubblica gogna (fatta di sguardi e sorrisini).
I nonni più comprensivi dopo il perdono, avrebbero dovuto inventare scuse e giustificazioni di vario genere, fingendo di non sentirsi feriti per tale insubordinazione da parte dei figli, ma sentendosi dire alle spalle da altri familiari : “mischinu un ci misiru u so nomi au picciriddu, u chiamaru Andrea, ma chi è stu nomi nordico?” (poveretto non hanno dato al piccolo appena nato il suo nome, lo hanno chiamato Andrea, ma che razza di nome è, sarà forse un nome proveniente dal continente?).

Poteva capitare che i nonni portavano dei nomi ritenuti troppo “antichi” o brutti e così avvenivano cruente liti tra mogli e mariti al presentarsi del lieto evento: “io ci tengo ai miei genitori”, “ma quel nome fa schifo”, “se non mettiamo il nome di mio padre, appena nasce il secondo non mettiamo nemmeno il nome del tuo”, “poi non ci guardano più in faccia” etc, insomma dinanzi alle cliniche si sono spesso rappresentati dei veri e propri drammi familiari.

E poi c’erano i casi in cui tutti i cuginetti avevano gli stessi nomi e cognomi, in una riunione familiare si chiamava uno e si giravano in cinque. In casi simili poteva avvenire un fenomeno, se i nonni si ritenevano già ampiamente accontentati e soddisfatti avendo un primo nipote che portava il loro nome, gli altri nipoti successivi (figli di altri figli) potevano avere dei nomi diversi ed era un gran sollievo per tutti.

Un altro modo per non contravvenire alla regola del rispetto, ma poter avere la possibilità di scegliere in parte i nomi per i propri figli, era l’uso del “secondo nome”.
Se i nonni erano supercomprensivi si sarebbero accontentati di sapere che il nipotino portava il loro nome come “secondo nome”, quindi per esempio una neo nata si sarebbe potuta chiamare Sharon, Filippa Rossi e se qualche parente chiedeva spiegazione si poteva usare la scusa del “secondo nome”, nella maggior parte dei casi però i nonni pretendevano il "primo nome" (quello che compare nei documenti), si poteva accettare l’idea che i nipoti fossero però abitualmente chiamati con il secondo nome “liberamente scelto” è un po’ complicato, lo so, ma è reale, così per esempio ci poteva essere un Antonino, Ivan Rossi che tutti chiamavano Ivan ma che se doveva firmare, si firmava Antonino Rossi (come il nonno) e questo era già gradito “l’anagrafe è sempre l’anagrafe”.

In alcuni casi i neo genitori si lasciavano prendere la mano con i secondi nomi ed in un delirio di fantasia aggiungevano nomi su nomi, così una figlia magari si chiamava Crocifissa, Allison, Chantal, Barbara, Lucrezia, Veronica, Ambra Rossi e se per caso l’impiegato dell’anagrafe si scordava a mettere le virgole a voglia a firmare...

Se i nomi imposti sono quelli dei nonni, i nomi di fantasia spesso seguono le mode, le soap opera, gli attori del momento, i personaggi dei reality etc, così ci sono generazioni di Barbara, di Monica, di Fabio, di Kevin, di Sharon, ma non so perchè c’è un nome intramontabile in alcune famiglie palermitane doc che è Jessica, detto Giaaassica e risulta sempre... molto chic.

Tra tutte queste regole ce n’è una originale, che nessuno che conosco ha mai usato, un’idea megagalattica, superpersonalistica, da ego gigantesco. Si potrebbe chiamare il figlio con il proprio nome che so, magari anteponendo un altro nome, magari... non so..., un “Pier”... ops forse uno lo conosco, si si è quel certo Signor... Gioacchino che ha chiamato il proprio figlio PierGioacchino, che ego che ha quello lì !!!

E se qualcuno si chiederà come hanno fatto i miei genitori a chiamarmi Evelin è una domanda troppo complessa, posso però rivelare che la mia nonna materna dalla quale avrei dovuto prendere il nome (sono secondogenita) si chiamava Teresa, come sua madre, sua nonna paterna (dalla quale prese il nome), casualmente anche sua suocera, le sue cugine e le sue nipoti ed anche una figlia (che doveva prendere il nome della nonna paterna, ovvero la suocera), in realtà anche la seconda figlia (che sarebbe poi mia madre) avrebbe dovuto chiamarsi Teresa come la nonna materna, ma dove si sono viste mai due sorelle con lo stesso nome (uguale poi a quello di mamma e nonne)? Quindi sia mia madre che io siamo due Teresa mancate, ma dopo tutto questo scioglilingua non credete che sia stato un bene interrompere tutta questa omonimia?

E per chi ha avuto tutta questa pazienza ecco una bella foto di Terrasini

giovedì 3 settembre 2009

"Il viaggio" o "l'acchianata" al Santuario di Monte Pellegrino.



Ho già raccontato la Festa più importante per i palermitani, il Festino di Santa Rosalia che si celebra il 15 Luglio.

Ma la devozione che la Santuzza ispira nei palermitani è tale che le è riservata un’altra importante festa per la data che ricorda la sua morte (il 4 Settembre del 1160): “il viaggio” o “l’acchianata” (salita) al santuario di Monte Pellegrino, il bellissimo promontorio sul golfo di Palermo, dove furono trovati i suoi resti.


L’acchianata al santuario avveniva nel passato e avviene ancora oggi (certo con minore coinvolgimento popolare), la notte tra il 3 e il 4 settembre per celebrare “l’ascesa al cielo” di Santa Rosalia. Era un vero pellegrinaggio dove come in tanti altri momenti di religiosità popolare, si mischiava il sacro al profano.



C’erano atti di grande devozione, in un misto di cattolicesimo e paganesimo, come l’acchianata in ginocchio, la benedizione dell’acqua, i voti e i doni (soprattutto gioielli e oggetti d’oro e d’argento) portati alla Santa, e momenti di divertimento e svago. La gente coglieva l’occasione del pellegrinaggio per fare una bella scampagnata, dove non mancavano le solite abbuffate.

Il Pitrè racconta di feste indimenticabili, nelle quali ondate di palermitani danzavano e cantavano accompagnati dai violini e dalle chitarre dei cantastorie, e soprattutto mangiavano e bevevano. Alcuni devoti salivano al santuario con asini o muli noleggiati alle falde del monte, i più impavidi a piedi.

Mi ha fatto sorridere (con una certa amarezza) la sua testimonianza riguardante l’attitudine dei miei concittadini a “ingrasciare” (sporcare) tutto ciò che li circonda, cattiva abitudine che ha quindi lontane origini. Scrive infatti in due passaggi: “...dato mano alle stoviglie portate fin lassù pel desinare, le si scaraventano per gioia su’ sassi o le si precipitano da un dirupo...” E poi “ ...Se altre stoviglie rimase danno impaccio, queste son buttate via senza ritegno...”
E’ evidente che la “lagnusìa” (pigrizia) dei palermitani è atavica, troppa fatica a portarsi indietro le stoviglie, meglio lanciarle sui sassi “per divertimento” o forse “per augurio” (come il riso sugli sposi).

Così il povero promontorio, che Goethe definì il più bello del mondo, già dal 1600 è abituato ad essere così trattato ed ancora oggi le stoviglie, che adesso sono dei bei servizi di piatti e bicchieri di plastica, fanno da ornamento alle pinete e alle caratteristiche pale di ficodindia.

Questa festa ebbe origine nel 1625, l’anno in cui furono rinvenuti i resti di Rosalia.
Poco dopo il Senato palermitano decise la costruzione di un santuario.



I lavori cominciarono nel 1625 e gia nel 1629 venne inaugurata la Chiesa (all’epoca evidentemente si era più rapidi in questo genere di iniziative, oggi per riparare una strada ci mettono anni e anni).



Poco dopo cominciarono anche i lavori per la costruzione di una via d’accesso al santuario “la scala nuova” che poteva permettere con più agilità il pellegrinaggio della notte tra il 3 e 4 settembre. Questa scalinata ha permesso l’accesso al monte fino al 1924 anno in cui fu realizzata una strada percorribile in auto. I più devoti però ancora oggi continuano a utilizzare le scale antiche, almeno nelle ultime rampe, per avvalorare la propria devozione.


Il Santuario di Santa Rosalia è un luogo molto suggestivo.


La facciata seicentesca è addossata alla roccia, poichè la Chiesa è realizzata all’interno della grotta. Vi è uno spazio adibito all’esposizione di tutti i doni fatti dagli ex voto, e poi una cancellata da cui si entra nella grotta.

Tutte le pareti sono coperte da tegole di metallo che incanalano l’acqua che fuoriesce dalle fenditure della grotta, che viene raccolta e posta nelle acquasantiere (e venduta nelle bancarelle con la promessa di ottenere sicuri miracoli).



Poco distante dall’ingresso vi è una teca di vetro contenente la statua della santuzza coricata in un baldacchino, coperta da un abito d’oro e adornata da collane e gioielli di ogni tipo, donati dai devoti (e spesso rubati negli anni da coraggiosi ladri che non hanno temuto né la legge, né le ipotetiche sventure che la santa avrebbe loro inflitto).



Tutta l’ambientazione è di grande fascino e suscita emozioni e sgomento, l’acqua gocciolante, le pareti di roccia, il fresco umido, il silenzio, gli oggetti d’argento donati che spesso rappresentano cuori o arti dei miracolati (piedi, mani etc, che fanno una certa impressione) . Ricordo che soprattutto da bambina venivo percorsa da un brivido nell’entrare in questo luogo, una sorta di strana paura e di attrazione, sensazioni che a volte suscitano quei luoghi dove è palpabile la spiritualità mista alla superstizione.


All’esterno del santuario ci sono tante bancarelle dove si possono acquistare tutti i tipici gadget religiosi, statuine, candele,

bandierine, acquasantiere, etc.


Un’altro luogo degno di nota sul meraviglioso Monte Pellegrino (che gli arabi chiamavano Geber Grin), è la statua sulla cima del monte, visibile a tutti i navigatori e soprattutto agli emigranti che tristemente lasciavano la loro città e confidavano nell’aiuto della santa per fare fortuna in lidi lontani. Adesso la statua è adornata da scritte che proclamano “amori eterni” di giovani sconosciuti, e fedi e odi calcistici.


Io non ho mai avuto l’occasione di fare l’acchianata notturna del 3-4 Settembre, ma ho percorso a piedi le rampe del Monte Pellegrino, ed è davvero una bellissima passeggiata tra i boschi con una vista meravigliosa (se non fosse per quel pò di immondizia a smorzare il troppo entusiasmo).




Sicuramente se si fa una visita nella mia bellissima città, può essere molto bello fare un “viaggio” su questo monte che sembra un grosso animale che si riposa in riva al mare e nel suggestivo santuario. E’ un viaggio nella natura, ma anche nell’anima di questo “popolo” e nelle sue tradizioni.
Foto di Judy Witts e Jan-Luc Moreau

lunedì 6 aprile 2009

La Settimana Santa, tra il sacro e il profano

Quella che viene chiamata la “Settimana santa”, per i Palermitani è un periodo ricco di rituali religiosi, che si concludono con la Domenica di Pasqua in cui finalmente si potrà dare sfogo anche alla “passione” culinaria.

Una rapida carrellata per segnalare i momenti principali di questi giorni, che possono essere interessanti per chi ha motivazioni religiose o anche per chi la curiosità di conoscere queste particolari ritualità dove spesso si intreccia il sacro al profano e dove si possono ancora scoprire gli effetti del mischiarsi tra paganesimo e cristianesimo.

Si comincia con la Domenica delle palme in cui si acquistano e donano le palmette intrecciate e i rami d’ulivo dorati e argentati. Sarà possibile durante il giorno, vedere dappertutto, i venditori di questi rami e apprezzarne la particolare manifattura, un po' kitch, ma molto originali.

Il Giovedì Santo vengono allestiti nelle Chiese i “Santi Sepolcri”, ovvero dei piccoli “giardini” fatti dalle donne più devote, che in alcuni piatti di ceramica decorata, avranno fatto germogliare semi di grano o di legumi, ornandoli poi con nastri colorati. Le Chiese fanno una sorta di gara per avere i sepolcri più belli. E durante la sera i curiosi faranno i “giri dei sepolcri” per apprezzarne la loro bellezza, ho letto che bisogna vederne necessariamente un numero dispari, anche qui la scaramanzia ha la meglio su tutto!

Il Venerdì santo ci sono le processioni che in alcuni casi sono dei veri eventi teatrali.

Il Sabato notte si svolge nelle Chiese un lunghissimo rituale che viene chiamato a “calata ra tila” (la discesa della tela). Il mercoledì delle ceneri vengono poste delle grandi tele raffiguranti episodi della Passione, a coprire tutta la zona dell’altare, la notte del sabato vengono fatte discendere, fino a mostrare il cristo risorto. Successivamente vengono fatte suonare le campane.

Questo rito è talmente lungo, che può creare delle situazioni imbarazzanti, io ad esempio non posso più dimenticare la mia unica esperienza in merito.

Avevo circa tredici anni e aspettavo di vedere il momento topico in cui sarebbe calata la tela, ma l’attesa sembrava infinita. La gente intorno sbadigliava, cercava di resistere, ma niente, nemmeno la finale del festival di San Remo sembrava più lunga al confronto.
E mentre ero intenta a concentrarmi e a darmi pizzicotti per resistere al sonno, capitò che una suora anziana, mia vicina di panca, ebbe l’idea di poggiare la testa sulla mia spalla e cominciare a russare fortemente. Non avevo il coraggio di svegliarla o di muovermi. Tutti intorno ridevano a vedere la scena. In questo modo, immobile nella mia funzione di cuscino, trascorsi un’ intera ora prima di vedere calare la tela... e alla fine mi salvò solo il forte e improvviso scampanio che fece sussultare la suora, come una sveglia mattutina.

Ecco, io non ricordo nulla della calata ra tila, ho rimosso completamente quel momento, ricordo solo quella suora che ronfava sulla mia spalla invidiata da tutti!

venerdì 13 febbraio 2009

San Valentino. Amore e business!

A San Valentino si può dissacrare su ciò che ruota intorno al sentimento dell’amore?
Io che le feste e le tradizioni amo studiarle, conoscerle, approfondirle perchè credo ci dicano molto riguardo alla storia degli esseri umani, ma per la verità un po’ meno praticarle, mi permetto di provarci con un po’ di leggerezza e di ironia.

Amore e business a Palermo:

Qualche decennio fa, a Palermo come in altri luoghi d’Italia e non solo, non sempre ci si sposava per amore. Spesso si era costretti a farlo o ci si rassegnava. Come ho scritto riguardo alla fuitina, spesso la priorità era data agli interessi economici (e non solo tra la gente ricca), un matrimonio perfetto poteva essere “sconsato” (buttato all’aria) per una coperta in più o in meno...
Un altro aspetto fondamentale era l’onore della famiglia e il giudizio della gente.

C’è un episodio che riguarda un mio parente e che mi fa sorridere (un po’ cinicamente, devo dire) che si svolse a Palermo negli anni ’40 ed è rappresentativo di quello che poteva significare l’intreccio tra onore, economia, famiglia e matrimonio.

C’era un giovanotto di circa vent’anni, di bell’aspetto, ben vestito e come si usava dire “assistimato” (in possesso di un lavoro che gli permetteva di poter metter su famiglia). Il giovanotto in questione passeggiava per le belle vie del centro ed un giorno notò una ragazza affacciata ad un balcone. Fu un colpo di fulmine, sebbene a distanza di qualche metro. Per giorni passò e ripassò sotto quel balcone sorridendo e sospirando. La signorina a sua volta lo guardava, ma si nascondeva velocemente dietro le tende per non apparire troppo spavalda. Il giovanotto, visto che a quei tempi bastavano pochi segnali per capirsi, e i tempi dell’amore erano più rapidi di oggi, mandò un bigliettino all’amata dichiarando il proprio sentimento e la ragazza ricambiò con un altro biglietto.

Per farla breve il giovanotto si recò col padre dalla famiglia della fanciulla a “spiegare il matrimonio” (fidanzarsi e accordarsi su tutti i particolari). Si accomodarono insieme ai genitori della fanciulla in un bel salottino in stile rococò e l’accordo fu subito raggiunto. Tutto era perfetto, si dissertò riguardo alla dote e all’illibatezza della futura sposina che non era mai uscita di casa da sola, e sul lavoro ben remunerativo del ragazzo. Si strinsero tutti la mano. Il fidanzamento era fatto. Ah, mancava solo un particolare, finalmente i due giovani potevano incontrarsi. La futura suocera andò in un’ altra stanza a chiamare la figliola.

Il giovanotto fremeva dall’emozione. Si aprì la porta e... quell’entusiasmo si trasformò in terrore.
E se un balcone era stato galeotto, questa volta era stato anche burlone. La ragazza vista da vicino non era “l’angelo bruno” tanto sognato, ma una signorina attempatella (per quei tempi), di almeno dieci anni più grande del giovanotto, ed era parecchio bruttina. Il suo sorriso mostrava la mancanza di qualche dente ed era così timorata da non pronunciare nemmeno una parola.
Il ragazzo rimase impietrito e frenò, per buona educazione, la voglia di fuggire.

Tornato a casa rivelò la propria sensazione al padre. Ma questi rispose, “figghiu miu un putemu fare sta malafiura, stu matrimonio oramai savi a fari” (figlio mio non possiamo fare questa cattiva figura, devi sposarti malgrado tutto!). Ed il matrimonio si fece e durò per tutta la vita, ma i sogni di quel giovane si interruppero quel giorno! Della sposina non so nulla perchè questo fu un “segreto” che lo sposino deluso rivelò solo a pochi familiari. E l’amore? Non c’entrava poi molto con il matrimonio, quello era un business.

Negli anni a seguire le cose sono cambiate. Adesso ci si sposa per amore, ma il matrimonio rimane sempre un business. Anzi direi che a Palermo, dove l’economia gira veramente poco, il matrimonio è uno dei pochi eventi che fanno aumentare il PIL.
Qui la enorme quantità di matrimoni fa aumentare la media in tutt’Italia. Ce ne sono tantissimi al giorno. Il primo rigorosamente in Chiesa, ma anche i successivi sebbene si debba rinunciare alle belle Chiese barocche, vengono festeggiati con sfarzo, per la serie che visto che è il giorno più bello della vita, perchè non ripeterlo?

Per il matrimonio si farebbe di tutto, si va in banca a fare veri e propri mutui.
La sposina si sottopone a trattamenti estetici interminabili, fino ad arrivare al trucco finale che la trasforma completamente, cerone da teatro, ciglia e sopracciglia finte, bocca disegnata, occhi allungati, insomma un’altra persona. I capelli, per un anno almeno, non si devono accorciare, per permettere poi l’effettuarsi di acconciature arrotolate o boccolute. E poi le diete estreme per stringersi in corpetti rigidi coperti di macramè che un mese dopo sono solo un lontano ricordo insieme ai lunghi boccoli (quasi tutte le sposine, non so perchè, tagliano radicalmente i capelli subito dopo il matrimonio).
Lo sposo subisce minori torture, ma il suo aspetto sarà comunque bizzarro. Sfoggerà abiti ottocenteschi con giacca lunga e setificata, gilet, cravatte grosse come foulard, capelli pieni di gel (un po’ “stile il padrino”).

La cerimonia avverrà in una delle Chiese più belle della città (Casa Professa è la più gettonata) che i preti per l’occasione “affittano” a tariffe supersalate (anche lo spirito è fatto di carne).
Il luogo adibito alla “mangiata” dipende dalla moda del periodo.
Negli anni ’80 nacquero come funghi le così dette “sale ricevimento”. Delle sale grandi addobbate in stile barocco un po’ kitch, con colonnine neoclassiche e grandi quadri che rappresentavano fontane o cascate. Gli sposi venivano posizionati su un tavolo rialzato con spesso una grossa conchiglia alle spalle, tra una portata e l’altra ci si lanciava in danze appassionate.
Negli anni a seguire divennero di moda le grandi ville gattopardesche che perdendo la loro identità vennero tutte trasformate in sale per matrimoni. Fu “abolita” ogni danza perchè ritenuta “tascia” (poco fine), e dopo i tanti milioni spesi per menù avanguardistici creati da grandi chef, gli ospiti a fine serata andavano a mangiarsi un panino con la milza perchè dicevano “sugnu riunu, ma chi manciammu? un si capiu nienti” (ho digiunato perchè non ho compreso nulla di ciò che ci hanno propinato).
Una moda degli ultimi tempi è l’agriturismo, che fa sentire più “radical chic” e poi gli ospiti possono abbuffarsi con pietanze più comprensibili.
Ora i “super chic” che dispongono di proprie ville e giardini optano per superlussuosi catering, sperando solo che non li colpisca un bell’acquazzone. A fine serata organizzano feste “tipo discoteca”, solo per giovani, dimenticando tutto annegandosi nell’alcol, dopo aver rigorosamente mandato a casa nonnini e vecchie zie.

Ma la cosa che più mi colpisce di tutto il matrimonio è il cosiddetto “filmino del matrimonio”. O meglio la successiva tortura per amici e parenti che andranno a far visita ai neosposini, trasformandosi in veri e propri gruppi d’ascolto.
Un tempo il filmino era una sorta di documentario dell’evento. Ora è un vero film.
Insomma se prima il filmino era funzionale al matrimonio, ora è il matrimonio ad essere funzionale al filmino.

Il “fotografo” con velleità da regista dirige tutti come fossero attori. E anche gli sposi entrano in quel ruolo. Forse perchè non hanno la forza per ribellarsi o forse perchè tutti sognano prima o poi di sfondare nello spettacolo, si comportano come attori navigati degni del premio oscar. Sorrisi e sguardi “alla beautiful”, pose da copertina glamour, disinvoltura incredibile. Il fotografo decide come devono muoversi, cosa fare, dove guardare, non si muove una foglia senza il suo consenso.
Gli sposi a quel punto, come fossero al “grande fratello” sono disposti a tutto, corrono, si inseguono, lui prende in braccio lei, fanno l’altalena, anche le più timide mostrano la giarrettiera, si baciano a comando, rincorrono i parenti, urlano, ridono, fanno tutto ciò che la fantasia dell’ “aspirante Spielberg” del momento gli comanda. Ho visto scene di sposini seduti sul tetto della macchina in movimento, corsette con abbracci finali e salti degni di “ballando con le stelle” ripetuti più e più volte finchè non “riuscivano bene”.

Da un po’ di anni c’è una nuova moda, quella di fare le foto in posa di sera davanti ai più bei monumenti della città. Così passeggiando per Palermo si vedono questi set improvvisati. Tutto il cast è pronto. Gli sposini stanchi, ormai spettinati, con le pance traboccanti e i piedi gonfi, ma ancora nel loro ruolo di attori, i loro amici tutti agghindati che li osservano o partecipano come comparse alle scene, lo staff di fotografi che allontanano i passanti che curiosi osservano le riprese.
A vederlo esternamente è proprio una cosa stravagante!

Il risultato finale è un vero e proprio film che dura circa un’ ora e mezza, con musiche melodiche standardizzate, dove si vede di tutto tranne che il matrimonio. Tutti coloro che li guardano fingono grande entusiasmo, ma hanno preso almeno cinque caffè per reggere la situazione!

A fine evento le famiglie hanno speso un vero capitale, per le Chiese degli avidi preti, per le ville e il cibo, per parrrucchieri, estetisti, dietologi, abiti di gran classe, gioielli etc. Per noleggio auto, addobbi floreali, foto e video, confetti e bomboniere, alberghi e crociere di nozze.
Ma alla fine si sentono soddisfatti e sono pronti a dimenticare che ancora oggi l’amore può diventare un grosso business!

Una piccola chicca sanvalentinesca: racconta il Pitrè che a Modica le “zitelle” per sapere se si sarebbero sposate, e conoscere approssimativamente le fattezze del futuro sposo, la vigilia di San Valentino, si affacciavano alla finestra mezz’ora prima che sorgesse il sole. Se in quella mezz’ora passava un uomo, le nozze erano certe e le fattezze e l’età del passante avrebbero presagito quelle del futuro marito. Se non passava nessuno... niente matrimonio!

Si diceva:
“San Valintinu
Lu zitu è vicinu”.
Ed anche:
“San Valintinu
Primavera è vicinu”.

Qusta notte sconsiglio le interessate di imitare le donne di Modica, c’è il temporale e un freddo gelido, si rischierebbe l’influenza per aspettare un povero disgraziato che all’alba correrà sotto la pioggia, tutto imbacuccato, che con aria ostile starà per immergersi nel traffico per andare a lavorare! Non sarebbe proprio di buon auspicio!

mercoledì 11 febbraio 2009

Carnevale a Palermo

A Febbraio anche a Palermo si festeggia il Carnevale. Si susseguono giorni “turbolenti”.

Nelle zone più affollate della città, bisogna districarsi tra i ragazzini che tirano addosso agli impavidi passanti, farina, uova, schiuma da barba e stelle filanti in bomboletta, e poi bisogna sussultare e saltellare ad ogni passo per l’esplosione di un botto o un mortaretto.

A nessuno piace subire gli scherzetti, i ragazzini invece si divertono parecchio, però da alcuni anni, a fine carnevale, tutti dicono affranti: “non si sente più lo spirito carnevalesco di un tempo!”.

Forse perchè di anno in anno questi scherzi, se pur fastidiosi e odiosi, vanno comunque diminuendo, e quando le cose cambiano, non si sa mai se è una cosa positiva, e quello strano periodo di sospensione della normalità, di trasgressione “concessa”, quei giorni di sfogo, inventati per placare i poveri che poi dovevano rassegnarsi di nuovo alla triste quotidianità, in qualche modo rassicuravano. Ora è più difficile incanalare tutto il malessere sociale in un periodo di due tre giorni e forse questo fa più paura.
Carnevale a Palermo (2007/2008)

Considerazioni a parte, i più anziani ricordano ancora gli scherzi “innocenti” dei loro giorni di infanzia carnevalesca, il più noto era quello di “pescare”, con una lenza penzolante dai balconi, i cappelli dei passanti, che improvvisamente vedevano la loro testa denudata e lanciavano urla e ingiurie (e proprio questo divertiva i monelli dell’epoca!). Lanciavano coriandoli e talco, o attaccavano sulla schiena di ignari passanti, una coda o le corna del diavolo, per poi schernirli in coro e prepararsi rapidamente alla fuga.

C’era una certa creatività tipica di anni in cui per giocare bisognava costruirsi i giocattoli da soli.

Del Carnevale a Palermo si hanno notizie fin dal ‘600.
Il primo carro allegorico allestito in Sicilia si ebbe il 3 Marzo del 1601 proprio a Palermo, raffigurava il dio Nettuno intorno a cui danzavano delle sirene.
Il primo vero e proprio Carnevale fu voluto nel 1612 dal viceré D’Ossuna.
Sia a Palermo che a Napoli, durante il Regno delle due Sicilie, il Carnevale, pur non essendo al pari di quelli dell’itala settentrionale per coreografie e sfarzo, era comunque degno di nota per il folklore più popolare.

Vi erano recite in piazza con maschere locali e il momento più importante era la sfilata “du nannu e da nanna” due fantocci di paglia che raffiguravano il nonno e la nonna (metaforicamente il termine della vita, l’anno vecchio da sbeffeggiare, il capro espiatorio, ma anche la saggezza da rispettare, che tuttavia doveva avere la sua fine, per dare spazio alla vita nuova). Questi due personaggi dopo una sorta di processo regolare, condito anche di un testamento in cui non si risparmiavano battute pungenti a nessuno, erano condannati a morte e quindi bruciati dinanzi allo stupore e alla soddisfazione di tutti i partecipanti (a vampa du nannu e da nanna).

Nel ‘700 le celebrazioni divennero più fastose, sia per strada che all’interno dei palazzi nobiliari. Nel corso Vittorio Emanuele e in Via Maqueda sfilavano le carrozze con i nobili. Nei quartieri popolari continuava la celebrazione du nannu e da nanna, con grandi abbuffate di salsiccia e vino. Ancora oggi nei quartieri popolari, come Ballarò, si effettua la vampa du nannu e da nanna.

U nannu e a nanna. Carnevale Palermo

Dall’800 in poi a Palermo si è interrotta la tradizione di festeggiare il Carnevale con sfilate e carri. In Sicilia la tradizione non si è persa, vi sono delle cittadine come Sciacca, Acireale o Termini Imerese, famose per i loro carri allegorici e per i loro grandi festeggiamenti che attirano persone da tutto il mondo. Negli ultimi anni Palermo si sta riattivando con sfilate che coinvolgono soprattutto scuole e centri giovanili.

Quest’anno dal 19 al 24 febbraio si festeggerà il “carnevale barocco palermitano” con corteo dei figuranti, musicanti, sfilata di carri allegorici con gruppi mascherati, banda musicale, Majorettes, tamburi, sbandieratori, artisti in maschera e gruppi folkloristici della tradizione siciliana .

Carnevale Palermo (2007/2008)

Come sempre a Palermo, oltre al divertimento, ai balli, alle passeggiate in Via Libertà con i bambini vestiti da zorro o da damigella (e adesso forse da winks e gormiti), non si rinuncia mai ad una grande “mangiata”.

Le pietanze tipiche sono le lasagne cacate con ragù o sugo di salsiccia e ricotta fresca, salsiccia e carne di maiale arrostita e alla brace. I dolci più tradizionali sono il cannolo, le sfinci fritte, la pignolata (o pignoccata), le chiacchiere.

Una nota particolare va alle lasagne cacate, il cui nome davvero particolare merita una spiegazione. Sono delle larghe fettuccine con il bordo ondulato, inventate a Palermo durante il periodo aragonese. Il nome atipico per un cibo, serviva a prendere in giro le pietanze elaborate che arricchivano le tavole dei nobili.
Infatti a Palermo il termine “cacata”, a parte ciò che tutti possono immaginare, ha una serie di “sottili significati”, spesso si attribuisce a una persona, che come direbbero in altre città “ se la tira”, a Palermo diremmo anche “che si sente tutta”.
Queste lasagne adornate da un bordo merlettato, probabilmente davano l’impressione di essere un pò troppo soddisfatte del proprio aspetto, presuntuose, insomma un pò “cacate”!

giovedì 29 gennaio 2009

Il Pani ca meusa, il re del "fast food" palermitano

Prima di leggere se volete potete guardare questo video che è un vero “cult” della palermitanità.



Ed ecco finalmente la storia del “re del fast food palermitano”: u pani ca meusa (il pane con la milza).

Vagando per Palermo è possibile vedere dei capannelli di gente. Cosa stanno facendo? C’è forse una protesta o una raccolta di firme? No, è più probabile che davanti a loro ci sia un venditore ambulante di panino con milza, anche chiamato “meusaro” (da milza) o “vastiddaro” (da vastedda che altro non è che il tipo di pane, il cui nome proviene dal francese antico “gastel”).
Il vastiddaro non ha bisogno di “abbanniare” (bandire urlando) la sua merce, perché basta il profumo che emana ad attirare la sua clientela.

Questo panino così unico, esclusivo di Palermo, che può essere odiato (dai vegetariani, dai dietologi, da chi non mangia interiora, dai deboli di stomaco o gli schifiltosi) o amato (dai palermitani d.o.c, dagli impavidi, dai curiosi) ha una storia molto particolare, che è un esempio di come le diverse culture e religioni possano convivere e fondersi insieme, esprimendo risultati positivi, insomma secondo me il panino ca meusa è il simbolo di una possibile interetnicità e quindi il simbolo di ciò che di buono è stata la città di Palermo. Sarebbe meravigliosa una manifestazione antirazzista, interculturale etc in cui tutti agitassero in aria con orgoglio il proprio panino ca meusa (ok, ora mi sto un po’ esaltando…).

L’origine di questa pietanza è antica. A Palermo nel quartiere del Seralcadio (la parte alta dell’odierno mercato del Capo) era presente una grossa comunità ebraica di origini spagnole, fino al 1492 (anno in cui Ferdinando II di Aragona il cattolico, li fece cacciare dalla città).
Con l’arrivo degli ebrei e già prima dei saraceni (nell’ 827), si diffusero delle norme igieniche e alimentari che trovavano fondamento nelle loro religioni.
Ad esempio non si poteva usare grasso animale (da cui l’introduzione dell’uso dell’olio d’oliva) e non si poteva accostare la carne cotta al latte e i suoi derivati etc.

Ma la creatività degli ebrei, musulmani, cristiani etc di Palermo (certo, prima che intervenisse quel “buonuomo” di Ferdinando II) superava ogni differenza facendo di “necessità” virtù.

Nel quartiere ebraico del Seralcadio (nella piazzetta dei “caldumai”, che significa venditori di interiora) era ubicato il macello cittadino (fino al 1837). In questo macello veniva anche prodotta “a saimi” (lo strutto, dallo spagnolo “saim”) che veniva poi esportata in tutti i possedimenti spagnoli.

Molti ebrei erano dediti all’arte della macellazione, il bestiame veniva abbattuto seguendo una certa ritualità alla presenza di rabbini o imam (se si trattava di musulmani). I macellai però non potevano ricevere un compenso per il loro mestiere (un po’ atroce), perché la loro religione lo vietava. Come ricompensa trattenevano per sé le interiora dell’animale, da cui potevano ricavare un guadagno.

Inventarono così una pietanza riservata ai cristiani, composta da frattaglie bollite, condite con ricotta o formaggio, unite al pane, da mangiare per strada con le mani (secondo un usanza trasmessa dai musulmani). Tutti così erano accontentati, c’era chi poteva guadagnare senza contravvenire alle proprie tradizioni e chi poteva mangiare un ottimo, nutriente ed economico panino (in tempi in cui era difficile per il popolo mangiare a base di carne).

Dopo la scomparsa della comunità ebraica, la loro attività fu continuata dai locali “caciuttari” che già erano dediti alla vendita di un panino inzuppato nello strutto caldo e condito con ricotta e formaggio. I caciuttari (divenuti a questo punto meusari) acquistavano al macello le frattaglie, che prima bollite e poi soffritte nello strutto venivano aggiunte al loro panino con formaggio.

Oggi il meusaro continua la propria attività tramandandosela di padre in figlio, è un mestiere remunerativo poiché anche se il costo di ogni panino è veramente basso (circa 1, 50 €), possono contare sulla quantità che a Palermo è assicurata.
I più famosi sono Ninu u ballarinu di corso Livuzza (Via Finocchiaro Aprile), i Basile della Vucciria, L’antica focacceria di Porta Carbone (alla Cala), Francu u Vastiddaru in corso Vittorio Emanuele (Piazza Marina) e la famosissima Antica Focacceria San Francesco (nell’omonima piazza).

Se vi capiterà di acquistare un panino ca meusa, vi verrà sicuramente posta una domanda : "schietta o maritata?" (Single o sposata?). Sembra strano ma c'è una spiegazione (anzi ce ne sono diverse), la più accreditata è questa: schietta vuol dire che si desidera un panino con la sola milza (magari con una spruzzatina di limone), maritata è con l'aggiunta di caciocavallo e ricotta (probabilmente dall'unione della milza con la bianca ricotta, che simboleggia la sposa).

Gli strumenti del mestiere sono un fornello, un padellone inclinato, una schiumarola, un forchettone a due denti e un coltellaccio che fortunatamente serve soltanto ad affettare sottilmente la milza, lo "scannaruzzato" (esofago e trachea)e il polmone (perchè si dice milza... ma dentro c'è molto di più).

Il meusaro è dotato di un grembiule bianco (solo in origine) e una unta “mappina” (strofinaccio), dove asciuga le proprie mani, ma non bisogna impressionarsi perché a volte la troppa igiene fa anche male, bisogna abituare la flora batterica, e non c’è miglior modo per farlo che chiudere gli occhi e addentare un panino “ca meusa”.

Quando tutti parlavano di aviaria, a Palermo come dappertutto, nessuno mangiò più pollo e uova, ma quando si diffuse il terrore della muccapazza, magari non si comprava più la fettina di carne, ma proprio a nessuno passò in mente di rinunciare al panino ca meusa!

Un altro momento che avrebbe potuto minare il successo del panino con la milza e di tutto il fast food palermitano, è stata l’importazione del Mac Donald dalle giganti insegne colorate e dagli orribili panini con carne congelata e salsine dai gusti artificiali.

C’era chi temeva la scomparsa del tanto amato panino e chi invece ipotizzava il fallimento immediato del Mac Donald.
I palermitani stupirono tutti, accogliendo con affetto lo straniero congelato, ma non rinunciando ai più tradizionali e unti panini nostrani, mostrando così il proprio amore per la tradizione, un’atavica apertura mentale ed una indubbia propensione all’ingurgitare di tutto e senza limiti, insomma abbiamo continuato ad onorare il famoso detto: “a panza è biddicchia / chiùssai ci nni metti / chiùssai si stinnicchia!” (la pancia è bellina, più la riempi e più si allarga).

lunedì 26 gennaio 2009

Strani mestieri: "l’arriffaturi"

Leggendo un libro sugli antichi mestieri di strada siciliani, acquistato in una delle bancarelle di Via Libertà, mi è ritornato in mente una particolare attività commerciale di antiche origini, ma tuttora esistente, che mi ha sempre affascinata, quella dell’arriffaturi.

Bisogna partire da una considerazione, a Palermo c’è tanta disoccupazione, in realtà però ciò che manca non è il lavoro, ma... gli stipendi e la “messa in regola”.

I siciliani sono spesso stati accusati di “lagnusia” (pigrizia), in realtà a parte uno stile di vita un po’ più “lento” del normale e una innata stanchezza (ricorderete Ficarra e Picone in “Nati stanchi”), dovuta forse al clima un po’ caldo che stimola un necessario bisogno di siesta, una gran voglia di mare e “scampagnate”, e il culto per il Bar, i siciliani in realtà hanno grande attitudine al lavoro (lo hanno dimostrato anche emigrando e svolgendo lavori umili, ma anche di grande professionalità) ed anche una particolare creatività nell’inventare strani mestieri.

Uno di questi è l’arriffaturi, in italiano, sorteggiatore. Si tratta di un uomo che organizza una personale lotteria, spesso dotato di lapino (moto ape).

Qui urge una parentesi dedicata a questo mezzo di trasporto che è uno dei più amati e usati dai palermitani d.o.c.

Il lapino o “a lapa” vieneo usato per svolgere mestieri di vario genere, lo usa il panellaro dotandolo di fornello a gas e padellone, lo usa appunto l’arriffaturi, tenendo spesso lo sportello aperto, lo usa il raccoglitore di ferro e quello di cartone e soprattutto lo usano i traslocatori, che come fossero tutti organizzati in un franchising, appongono sulla parte superiore della loro lapa, un cartellino con su scritta (con pennarello rosso o blu), una frase che nella sua sinteticità esprime tutto: “sbarazzo magazzini” (svuoto e riordino magazzini).
La moto ape in più si può adattare anche per i momenti di svago, utile per trasportare la famiglia a mare e tutto il necessario per l’occasione (“muluni”-anguria-, teglia di pasta al forno, ombrelloni, tenda da campeggio per il cambio costume, tavolini e sedia a sdraio per la nonna) o anche usata come “podio” per osservare un po’ rialzati i giochi di fuoco, magari mangiando babbaluci (lumachine con aglio e oglio), durante il Festino di Santa Rosalia.

Ma torniamo ora all’arriffaturi. Questo è un mestiere che un po’ come quello del notaio o del farmacista, si tramanda di padre in figlio, diciamo che esiste anche “la Casta” degli arriffaturi.
Nel loro quartiere giornalmente, vendono dei bigliettini numerati a tutti i negozianti e agli avventori. Successivamente, perché è importante svolgere il tutto “alla luce del sole”, fanno estrarre ad un bambino appositamente bendato, il numero vincente. La somma o la merce precedentemente stabilita, viene data a chi è dotato del numero vincente (una percentuale ovviamente rimane all’arriffaturi).

L’uso della motoape si attua nelle diverse fasi in cui si svolge questo mestiere: prima fase, l’arriffaturi si va spostando per le vie del quartiere tenendo lo sportello aperto e un piede penzolante e con un megafono in mano urla “accattativi i nummari, accattativi i nummari!!!” (comprate i biglietti numerati) ed elencando spesso la merce in palio “Vinci tre chila i sasizza, un muluni etc” (potresti vincere tre chili di salsiccia e un’anguria”). Seconda fase, ferma la moto ape e sceglie il bambino che estrarrà il numero. Di nuovo col megafono urla “tira u nummaru u figghiu ru carnizzieri” (estrarrà il numero il figlio del macellaio”). Terza fase, gira per il quartiere annunciando il numero “nisciu u treccientocinquantaquattru, cu l’aviiii?” (è stato estratto il numero 354, chi lo possiede?). Quarta fase, dopo aver dato il premio al vincitore, per non destare sospetti riguardo la propria onestà, gira nuovamente per le vie del quartiere urlando al megafono il nome del vincitore “u pigghiò a signora Maria!!!” (ha vinto la signora Maria).

Certo, non sarà un lavoro del tutto legale, ma bisogna riconoscerne la grande originalità! Altro che il Bingo!

giovedì 22 gennaio 2009

La pasta e i palermitani

I palermitani, quando si tratta di mangiare, mettono in moto non solo i denti e lo stomaco, ma anche il cervello…
Cosa intendo con questo? Bisogna svelare delle verità, che forse non tutti sanno.

I Palermitani hanno fatto delle invenzioni gastronomiche che sono entrate nella storia (in alcuni casi l’importante è esserne convinti!).

Qui a Palermo è infatti stato inventato il gelato, gli spaghetti e udite udite anche il Mac Donald, nel senso che il Signor Mac Donald sarà venuto in gita nella conca d’oro e vedendo come funzionava il fast food palermitano a base di milza, panelle e sfincionello, avrà pensato di provarci oltreoceano e poi in tutto il mondo, con ingredienti tra l’altro più scadenti, facendo una grande fortuna e senza darcene mai il merito.

Ma poiché il cuore dei palermitani è grande, quando hanno esportato il Mac Donald anche a Palermo, non si è boicottato l’ingrato taroccatore, ma lo si è accettato con grande entusiasmo (soprattutto i piccoli palermitanini d.o.c.)…
Tanto nel nostro stomaco c’è spazio per tutto…

Comunque, dissertazioni a parte, oggi mi interessa l’invenzione della pasta, anzi degli spaghetti, e le sue conseguenze.

Un geografo arabo di Ruggero II di Sicilia, di nome Al-Idrisi ne “Il diletto per chi desidera girare il mondo o Libro di Ruggero” testo del 1154, scrive che a Trabia, un paese a 30 km da Palermo, c’erano molti mulini dove si fabbricava la pasta a fili (chiaramente gli spaghetti) chiamata in arabo itrya. Questa pasta veniva commerciata per via navale in tutto il Mediterraneo, entrando così nella storia e in tutte le tavole degli italiani.

Quindi è storicamente accertato che gli spaghetti sono “cosa nostra”, ehm, scusate l’umorismo un po’ cinico…

La pasta, tipica della cucina povera popolana, è molto amata perché basta un po’ di cacio o di “muddica atturrata” (pan grattato abbrustolito) per renderla gustosa.
Una frase tipica è “che ci voli a calare du fila ri pasta?” il cui significato è che la pasta va bene in tutte le occasioni, perché costa poco e si cucina velocemente, anche se non si tratta proprio “di due fili” , infatti l’unità di misura usata è “un lemmu”, una zuppiera molto capiente, perchè la quantità non va mai sottovalutata!

Un’ abitudine tuttora esistente è quella di spezzare in due gli spaghetti, questa nasce dai tempi in cui la pasta veniva acquistata sfusa, gli spaghetti arrivavano direttamente dai mulini della città ed erano piegati ad U perché al pastificio venivano messi ad essiccare sulle canne. Prima di essere messa in pentola, per facilitarne la cottura, la pasta veniva spezzata.
Uno dei mulini più noti della città si chiamava Virga, si trovava vicino la Stazione Centrale, e riforniva "i pastari" (punti vendita) di tutta la città. In Via Re Federico (vicino dove abitiamo noi) c'era un pastificio, solitamente la pasta veniva messa sulle canne ad asciugare all'aperto, affascinando così grandi e bambini del quartiere

Ma la cosa che più mi incuriosisce è un’altra. Con spaghetti spesso si definisce la pasta in generale, ma per il palermitano d.o.c. che mantiene le antiche tradizioni, la pasta è una vera “istituzione” e ci sono dei condimenti che vanno tassativamente abbinati a particolari tipi di pasta, una trasgressione sarebbe impensabile.

Se si dice pasta al forno è impossibile pensare ad altro tipo di pasta se non gli anelletti, o la famosa pasta con le sarde è esclusivamente fatta col maccarruncino (bucato)…

Ed ecco qui un elenco completo di abbinamenti!

MARGHERITA (lasagna stretta arricciata dai due lati): con l’anciova e con la ricotta in bianco.
MARGHERITA SPEZZATA: con i tenerumi e con i cavoli a minestra
LASAGNETTA RICCIA (vampaciuscia o «lasagna cacata»): con sugo di salsiccia e cotenne e aggiunta di ricotta
BUCATO (maccarruncinu): con le sarde, con i broccoli arriminati e sparaceddi assassunati.
SPAGHETTI: con aglio e oglio e con il pomodoro fresco, alla carrettiera, alla norma.
SPAGHETTI SPEZZATI: con il brodo, con i legumi
DITALI (attuppateddi ): con i fagioli
DITALINI (picciriddi ): con le lenticchie
TEMPESTINA (spizzieddu ): con il brodo di carne
LINGUINE SPEZZATE (tagghiarina ): con la scarola a minestra e pezzetti di caciocavallo
ANELLETTI: con il ragù e i piselli al forno

lunedì 5 gennaio 2009

SEI VEGETARIANO? MANGIA PALERMITANO !!!

In English on I love Palermo

Il palermitano “manciataro d.o.c.” è abituato a “sbutriarsi” (riempirsi lo stomaco fino a scoppiare) con svariate pietanze, a volte tra le più improbabili.
Il mattino per colazione, ad esempio, non comincia la giornata con cappuccino e cornetto o il più tradizionale pane e latte, né tanto meno con le anglosassoni uova e bacon, ma apre la giornata con una “bella” arancina o ancora meglio con un “superuntuoso” panino con panelle e cazzilli.

E’ un fatto che molti ambulanti, “spacciatori di panelle”, “armati” di lapini (moto-api) dotati di “sicurissimi” fornelli con bombola a gas, scelgano come luogo per i propri affari, le scuole. “Antiche leggende” un po’ disgustose, raccontano di studenti che usavano l’olio di frittura, che abbondava nella carta in cui era avvolto il panino, come artigianale gel per i capelli, certo non troppo profumato, ma dal sicuro effetto brillantina!

Per il palermitano d.o.c., abituato a cibarsi con enormi panini “ca meusa” (uno solo non è mai sufficiente), che come unico giorno di privazione alimentare sceglie quello di Santa Lucia, in cui può riempirsi di arancine, cuccia etc, che fino a qualche anno fa, a Natale, portava addirittura il cibo in Chiesa (vedi G. Pitrè “Feste popolari siciliane”), che prima di tornare a casa per cena fa “l’aperitivo”... dallo stigghiularu, “facendosi la bocca buona” con queste interiora arrostite e condite con cipolla, e che conclude una serata con amici non con il modaiolo “cornetto di mezzanotte” ma con pezzi di rosticceria con carne, besciamella, salsiccia etc, è quindi quasi impossibile concepire diversi stili di vita e scelte alimentari alternative, insomma, i vegetariani da lui non sono ben visti...

Noi pur amando la nostra bella città e anche il buon cibo, siamo però sensibili a chi fa scelte di diverso tipo, e quindi anche se ci ritroviamo spesso a descrivere ai nostri ospiti cibi tipici, come la milza e le stigghiole, siamo felici di poter consigliare luoghi o cibi anche agli ospiti che ci comunicano la loro necessità o scelta alimentare tipo quella vegetariana.

Abbiamo così appurato che la cucina palermitana, è ricca di alternative per chi volesse non cibarsi di carne o pesce, grazie anche al fatto che trattandosi di cucina povera, è grande l’uso dei vegetali conditi in vario modo. I vegetariani possono così rallegrarsi lo stomaco con una serie di pietanze veramente buone e riccamente elaborate. Bisogna però avvisare che alcuni dolci o pezzi di rosticceria (cannoli, buccellati, brioche, etc) sono fatti con strutto, quindi sempre meglio chiedere prima.

Ed allora un piccolo elenco di piatti classici vegetariani da poter assaggiare a Palermo senza dover rinunciare al buon gusto e alla tradizione:

Antipasti:
Parmigiana di melenzane, caponata, peperonata, ficatu di sette cannula, cotolette di melanzana, frittata ai fiori di zucca, peperoni ripieni con mollica, formaggio, uvetta e pinoli.

Primi piatti:
Pasta alla norma: con salsa di pomodoro e melanzane fritte.
Pasta col macco: pasta con una sorta di purea di fave
Pasta con i broccoli arriminati (attenzione se ci sono le acciughe)
Pasta alla carrettiera
Pasta alla trapanese.
Pasta con le sarde... “a mare”.

Fast food:
Cardi , carciofi e broccoli in pastella.
Panino con panelle e crocchè
Sfincione (attenzione alle acciughe).
Arancine con besciamella e spinaci (non farsi ingannare da quelle dette “al burro” perchè contengono prosciutto), pizzette.

Secondi:
Pizze vegetariane, cuscus vegetali.

Dolci:
Tutti quelli non fritti nello strutto, tipo cassate e cassatine, gelo di mellone, gelati e granite e cremolose.

I luoghi dove trovare tutta questa bella varietà sono tanti.
Alla nostra trattoria preferita “L’ antica trattoria al Monsù” fanno un’ottima pasta alla norma e una fantastica caponata.
Un ristorante che nasce vegetariano ma che adesso cucina anche piatti a base di carne e pesce (quindi va bene per tutti) è “Il mirto e la rosa”.
Per quanto riguarda il fast food palermitano, tutta la città ne è piena, basta nominare “L’antica focacceria San Francesco”, “Franco u Vastiddaru”, “Nino u Ballerino”, “ i cuochini”, etc
Chi ama la frutta, può “rifugiarsi”al chiosco della frutta alla Cala.
Per i dolci e i gelati, la scelta è veramente ampia.

mercoledì 17 dicembre 2008

Il Buccellato, dolce di Natale

A Palermo il dolce di Natale per eccellenza è il buccellato o cucciddatu, e la versione formato mignon, i buccellatini. E’ un dolce all’apparenza semplice, a base di pasta frolla, ma racchiude in sè dei sapori che si intrecciano armoniosamente tra loro e che ci parlano di Sicilia. Fichi secchi , uva passa, pinoli, mandorle, noci, arancia etc.


La forma generalmente è a ciambella, con la parte superiore tagliata a formare dei ricami, può essere decorato da miele e pistacchi oppure da zucchero velato. I buccellatini vengono anche ricoperti da glassa bianca di zucchero e diavoletti di zucchero colorato.

Questo dolce origina dal mondo contadino, addirittura potrebbe risalire dal “panificatus” dei romani, il suo nome infatti deriva dal latino “buccellatum”, pane diviso a pezzi, bocconi.


Per quanto riguarda il ripieno, si può pensare ad un’origine araba visto che si tratta di un’associazione di sapori tipici di questa cucina.


Esistono diverse ricette di buccellato, dove possono esserci piccole variazioni, sia nella pasta frolla (si può usare burro o strutto, c’è chi mette ammoniaca, ma io lo sconsiglio), sia nel ripieno, c’è chi mischia tutto con marmellata, chi con miele, chi con un tuorlo d’uovo, c’è chi aggiunge cioccolato, cannella o chiodi di garofano. Anche la decorazione può variare.
Quella che pubblico è una ricetta che a me piace.


Ingredienti:


500 gr. di farina 00, 300 gr. di burro, 200 gr. di zucchero, 3 uova, 1 dl di latte, mezzo bicchiere di vino Marsala, 300 gr. di fichi secchi, 200 gr. di uva passa, 100 gr. di uvetta sultanina, 150 gr. di noci sgusciate, 30 gr. di pinoli, 30 gr. di scorza di arancia candita, 100 gr. di zuccata , 50gr cioccolato fondente a scaglie, 150gr di mandorle tostate, marmellata d’arancia, un pizzico di cannella.

Procedimento: impastare la farina, lo zucchero, il burro, le uova e il latte. Appena il tutto è bene amalgamato, lasciare riposare per circa un'ora nel frigorifero.
Per il ripieno triturare i fichi secchi, l'uva sultanina, l'uva passa, le noci, i pinoli, la scorza d'arancia, la zuccata, le mandorle, e la cannella, mescolare e mettere sul fuoco insieme al marsala per circa dieci minuti. Fuori dal fuoco aggiungere tre cucchiai di marmellata di arance e fare raffreddare.
Stendere la pasta (1 cm di spessore) in un rettangolo, sistemare il ripieno, distribuire le scaglie di cioccolato e avvolgere a forma di ciambella. Incidere la superficie con tagli che mostrino il ripieno.

Il buccellato deve esser adagiato su di una teglia unta ed infarinata, in forno preriscaldato a 180° per circa mezz’ora .


Si può successivamente guarnire in diversi modi:

Scaldare 4-5 cucchiaiate di miele per versarle nel buccellato in modo da renderlo lucido e guarnirlo con della frutta candita mista.


Spennellare il buccellato con un cucchiaio di marmellata d’arance sciolta nell’acqua, quindi spolverare con i pistacchi tritati e rimettere in forno per altri cinque minuti.


Spolverare il buccellato con zucchero a velo.


A voi la scelta
Far raffreddare e buon appetito!

giovedì 11 dicembre 2008

La Cuccìa di Santa Lucia

You can find this recipe in English on I Love Palermo

Il nome “cuccìa” origina dal termine dialettale “cocciu” cioè chicco.
E’ una pietanza che trae origine dalla dominazione musulmana (in alcune città del Nord Africa esistono piatti molto simili con grano bollito, crema di latte e cannella).

Una leggenda palermitana fa risalire l’origine della cuccìa da un episodio avvenuto durante la dominazione spagnola in Sicilia. A Palermo ci sarebbe stato un lungo periodo di carestia, i palermitani chiesero grazia alla Santa siracusana, che fece arrivare al porto (il 13 dicembre) un bastimento carico di grano, che la gente, dalla tanta fame, non fece i tempo a macinare e a panificare , ma lo mangiò semplicemente bollito e condito con olio. Da qui la cuccìa e il “fioretto” di non mangiare pane e pasta per la commemorazione di questo evento e per rispettare la santa. I trasgressori, si diceva, sarebbero diventati ciechi come Santa Lucia.

Di fatto questa leggenda non corrisponde a verità, e in ogni caso è stata “presa in prestito” da una leggenda siracusana. Infatti anche i concittadini della santa raccontano lo stesso episodio, ricordando che nel 1646 ci fu una carestia a Siracusa (ed in effetti se proprio dobbiamo credere a queste storie, sarebbe più “logico” pensare che la santa abbia aiutato i suoi concittadini).

E’ probabile che i palermitani si siano appropriati di questo episodio, perchè da buoni amanti del cibo (ma anche un po’ superstiziosi), hanno avuto un occasione per creare un piatto molto goloso (che poco ha a che fare con la cuccìa molto semplice con olio), per fare un fioretto da “veri devoti”, non mangiando pane e pasta, ma consolandosi con una serie infinita di leccornie (arancine, gattò di patate, panelle e crocchè, cuccìa con ricotta e crema etc), preservandosi così la vista, sentendosi l’anima in pace, ma non rinunciando a deliziare lo stomaco.

La preparazione della cuccìa è quasi un rito nelle famiglie siciliane e palermitane in particolare, la tradizione vuole che questo dolce sia distribuito a familiari, amici e vicini di casa.

Ricetta tradizionale con crema di ricotta:

Ingredienti: 500gr di grano, 200gr di zucchero a velo, 1,5kg di ricotta fresca, 50gr di frutta candita (preferibilmente cedro, scorzetta d’arancia o zuccata) tagliata a pezzetti, 200gr di cioccolato fondente.

Lavorazione:
Preparare il grano: metterlo in una pentola con acqua fredda per tre giorni, cambiando l’acqua continuamente. La sera prima della festa, mettere il grano a cuocere in un tegame, coperto d’acqua con un pizzico di sale, scolarlo bene.
Preparare la crema: setacciare (si può anche passarla con il frullatore) la ricotta, aggiungere lo zucchero a velo e mescolare bene. spezzettare il cioccolato a scagliette, aggiungere alla crema la frutta candita e le scaglie di cioccolato e mescolare delicatamente (c’è anche chi aggiunge la cannella).
Infine aggiungere il grano alla crema. Si può anche riporre in frigorifero.

Ricetta con crema di latte:

Ingredienti: 500gr di grano, 120gr di amido, 1 litro e mezzo di latte, 200gr di zucchero, 200gr di cioccolato fondente, 50gr di frutta candita a pezzetti.

Lavorazione:
Preparare il grano come sopra.
Per la crema, sciogliere l’amido nel latte freddo, mescolando con una frusta, far cuocere a fuoco basso mescolando continuamente. Spegnere il fuoco non appena sarà addensato. Aggiungere il grano. Far raffreddare e unire il cioccolato ridotto a scagliette e la frutta candita a pezzetti.
Questa è una base per altri tipi di creme, al cioccolato, crema gialla ecc., con cui si può condire la cuccìa.

mercoledì 10 dicembre 2008

“Grattò chi patati”

You can find this recipe in English on I Love Palermo

Per cominciare a preparare il menù per la festa di Santa Lucia, ecco la ricetta del gattò di patate, che insieme alle arancine e alla cuccìa, sono i “simboli culinari” di questo giorno, in cui si cercano alimenti da sostituire al pane e alla pasta.

Il “gattò di patate”
si mangia per la festa di Santa Lucia, il 13 Dicembre, ma è un ottimo piatto per tutti i periodi dell’anno, qui a Palermo lo chiamiamo anche “Grattò chi patati”. Il nome deriva dal termine francese “gateau” che vuol dire torta.

Il gattò, tipico piatto della cucina povera, è un tortino di purea di patate con all’interno rimasugli di salumi e formaggi da consumare. Ma la versione che nel tempo è diventata più dominante (anche se meno povera), è quella con all’interno un ragù molto denso (lo stesso che si usa per le arancine). Ognuno può comunque sperimentare diverse varianti lasciando libero spazio alla propria fantasia (ad esempio con prosciutto e scamorza, spinaci e salsiccia, etc).

Ingredienti:
2 Kg di patate vecchie, 2 uova, 50gr di formaggio grattugiato (meglio caciocavallo, ma va bene anche parmigiano), prezzemolo, pangrattato, olio extravergine d’oliva.
Per il ripieno: 500gr di tritato, 1 scatola di pomodori pelati o di concentrato di pomodoro, 200gr di piselli fini surgelati, 1 cipolla, noce moscata, 1 foglia di alloro, mezzo bicchiere di vino, un cucchiaino di zucchero.

Lavorazione:
Lessare le patate con la buccia. Quando sono cotte e ancora calde, pelarle e schiacciarle. Aggiungere due uova, il formaggio e il prezzemolo triturato. Impastare bene il tutto, se risulta troppo morbido, aggiungere pangrattato.
Nel mentre far dorare nell’olio extra vergine d’oliva, una cipolla triturata, aggiungere il tritato, sfumare successivamente con il vino. Aggiungere poi i pelati precedentemente spezzettati o il concentrato (e poca acqua). Grattugiare della noce moscata, aggiungere una foglia di alloro, sale e pepe secondo il gusto e un cucchiaino di zucchero. Far cucinare per circa 30 minuti. Aggiungere quindi i piselli e far cucinare fino a quando questi non saranno morbidi. Il ragù dovrà risultare abbastanza denso.

A questo punto, ungere una teglia con l’olio e spolverarla con il pangrattato. Dividere in due parti l’impasto di patate, Con una parte foderare la teglia, condire con il ragù, con il restante impasto coprire il tutto. Ungere la superficie del gattò con dell’olio e spianarla con le mani, spolverare infine con pangrattato. Inserire in forno caldo a 180 gradi per circa 45 minuti (fino a quando non si sarà formata in superficie una crosticina dorata). Buon appetito

martedì 2 dicembre 2008

Il Baccalà

foto di Jan-Luc Moreau

Il baccalà è un particolare tipo di merluzzo diverso da quello pescato nel Mar Mediterraneo, che è conosciuto con il nome di Nasello.
Viene pescato nell’Atlantico Settentrionale e raggiunge grosse dimensioni.
Com’è possibile che un pesce del nord sia arrivato in Sicilia e sia diventato un alimento fondamentale (soprattutto nel passato), base per piatti tradizionali (baccalà fritto, chi passuli, a sfinciuni)?

Foto di Jude Witts

E’ probabile che sia arrivato in Sicilia tramite i Normanni, discendenti dei Vichinghi (grandi navigatori della Norvegia) che pescavano nei loro mari questi merluzzi, e che usavano conservare tramite un processo di essiccazione all’aria aperta, riducendoli rigidi come dei bastoni. Così il tipo di conservazione dava al pesce un nuovo nome, che era appunto bastone di pesce, nel termine fiammingo “kabeljaw”, che divenne il nostro baccalà, oppure da un termine di derivazione anglosassone, stock (legno), fish (pesce), o nel norvegese stockfish, pesce da stoccare (conservare), da cui il nostro stoccafisso.

Negli anni a seguire i popoli Baschi del nord della Francia e della Spagna si imbatterono in questi banchi di merluzzi, mentre andavano a caccia di balene. Questi pescatori adottarono un nuovo tipo di conservazione, sia per il trasporto in terre più calde, sia per la loro consuetudine a salare la carne delle balene. Conservarono il merluzzo ( che chiamarono bacalao) sviscerandolo, decapitandolo e mettendolo sotto sale (questo metodo fu poi ripreso e ampliato anche dagli stessi vichinghi).
E’ così che ancora oggi si conserva il baccalà, differentemente da quello che invece chiamiamo stoccafisso che viene essiccato all’aria aperta.

L’uso del baccalà arrivò in Sicilia grazie ai Normanni e successivamente dai commercianti norvegesi, come merce di scambio (in cambio del sale di Trapani) e divenne un protagonista delle nostre tavole poiché era un alimento economico ma nutriente perchè ricco di proteine.
Il baccalà veniva consumato di venerdì, per la quaresima e soprattutto durante il periodo di dicembre per l’immacolata concezione e per il cenone di Capodanno.

Per essere cucinato, il baccalà ha bisogno di un precedente processo di dissalazione (che dura dalle ventiquattro alle quarantotto ore), per rendere la sua carne più morbida (e per eliminare un odore un po’ sgradevole). Questo processo inizia già nelle pescherie. E’ possibile infatti vedere nei nostri mercati (Ballarò o il Capo), dei banconi dove vi sono i filetti di baccalà immersi in bacinelle di acqua fredda o sotto dei rubinetti di acqua corrente.
Dopo averli acquistati, prima di cucinarli, sarà necessario soltanto risciacquarli in acqua fresca.

Ricette:

Baccalà fritto:
è una ricetta semplice, basta infarinare i filetti precedentemente sciacquati e tagliati a pezzi, e friggerli in olio extravergine d’oliva bollente. Porli in carta assorbente e mangiarli.

Bccalà chi passuli:
tritare una cipolla e farla imbiondire in un tegame insieme ad uno spicchio d’aglio, in olio extravergine d’oliva. Aggiungere salsa di pomodoro oppure estratto di pomodoro (allungato con l’acqua necessaria). Regolare di sale. Aggiungere una manciata di uva sultanina precedentemente ammollata in acqua. Quando la salsa sarà pronta, adagiare delicatamente i filetti di baccalà precedentemente sciacquati e lasciar cuocere per un quarto d’ora circa, facendo attenzione che non si attacchino al fondo del tegame. (c’è anche chi aggiunge olive nere snocciolate).

Baccalà a sfinciuni:
preparare la stessa salsa che si usa per lo sfincione. Affettare abbondante cipolla e farla imbiondire in un tegame con olio extravergine d’oliva, aggiungere dei pezzetti di acciuga salata. Aggiungere pomodoro pelato sminuzzato o salsa di pomodoro, sale e pepe. Far cuocere per venti minuti circa.
Preparare una teglia con da carta forno unta di olio extravergine d’oliva . Adagiarvi i filetti di baccalà e ricoprirli con la salsa precedentemente preparata e aggiungere un po’ di origano. Spolverare in tutta la superficie abbondante pangrattato. Infornare finchè in superficie non si formerà una crosticina dorata (circa 15 min.). C’è chi aggiunge olive nere snocciolate, o c’è un’altra versione in cui vengono aggiunti in teglia anche dei tocchi di patate sbollentate. (C’è chi in assenza di baccalà mette in forno soltanto le patate sbollentate con la salsa e pangrattato, ma questo è un altro piatto ancora più povero che si chiama “patate a sfinciuni”, è una buona alternativa per chi non ama particolarmente questo pesce).

Baccalà apparecchiato alla palermitana: (vedi capone apparecchiato).

lunedì 24 novembre 2008

Dicembre

For the English translation go on I Love Palermo


Chiesa dell'Immacolata Concezione al Capo

Il mese di Dicembre è il più ricco di festeggiamenti, tradizioni e “mangiate”.
Le vetrine dei negozi si cominciano già ad adornare di decorazioni natalizie e le pasticcerie sono già piene di dolci e biscotti.

Le strade della città vengono arricchite dal luccichio colorato delle luminarie (l’archi) di diversi tipi (dai semplici fili di luce, alle strutture in legno a forma di stelle, cerchi, fiori, ghirigori vari), da angioletti bianchi e dorati (che ricordano le sculture del Serpotta), nell’attesa di vedere il grande albero di Natale che verrà allestito di fronte al Teatro Politeama (usanza più moderna), o di vedere le scalinate del Teatro Massimo coperte da un tappeto rosso di “stelle di natale”, e le palme illuminate da tante lucine dorate che la notte regalano un’atmosfera suggestiva.



Quest’ anno probabilmente si risentirà del clima di austerità dovuta alla recessione, si rinuncerà sicuramente a tanto, ma forse frenare un eccessivo consumismo è anche positivo (certo se questo fosse una possibilità per rilanciare altri valori, come la riscopertà di sé e degli altri, del valore della diversità, della pace, di qualcosa di più profondo e non l’effimero che ha riempito le televisioni e le teste della gente in questi ultimi anni). Spero che la paura del futuro (alimentata ogni giorno dai mass media) che si trasforma facilmente in individualismo, razzismo, chiusura, non prenda troppo il sopravvento e che anzi prevalga una “non qualunquista” voglia di vivere, di amare e quindi anche di ridere e perchè no... mangiare.
E’ anche per questo che quest’anno in particolare, rivaluto la voglia di festeggiare e di divertirsi anche con poco, capacità degli esseri umani che nel tempo si è un po’ persa. E la cucina povera (ma nello stesso tempo allegra) palermitana aiuta a sollevare l’umore senza gravare troppo sulle tasche.

Il mese di Dicembre si apre (il giorno 7 e 8) con la festa dell’ Immacolata Concezione che a Palermo viene chiamata semplicemente “A Maruonna”.
Anche in questo caso l’occasione è buona per riunire a tavola le famiglie.
La sera della vigilia (7 Dicembre) è il giorno in cui “si aprono” le giocate a carte e le tombolate, che dureranno per tutto il mese e si concluderanno con l’epifania.
Ma non si gioca a pancia vuota...I piatti tipici di questa occasione sono lo “Sfincione” e soprattutto il “Baccalà fritto o chi passuli”.
Per il pranzo del giorno successivo si mangiano generalmente “Anelletti o furnu”, “Lasagne (ricce) cu’ sucu ri cutini”, carne di maiale o salsiccia col sugo. Forse per sancire l’arrivo del freddo con questi cibi più grassi.
I dolci per festeggiare “A Maruonna” sono tanti e molto stuzzicanti, le Reginelle (biscotti secchi ricoperti di sesamo), “i Mustazzuola” (dolci di miele con disegno della madonna), “Buccellatini” e “u Cucciddatu tunnu” (buccellato a forma di ciambella).
Questi ultimi sono di pasta frolla, ripieni di fichi secchi, mandorle, uva passa, conserva ecc.
Si preparano in oltre “i Sfinci” fatti in casa ( pasta molto lievitata, fritta in olio bollente e poi spolverata di zucchero) diversi dalle “Sfinci di San Giuseppe” che invece sono ripiene di ricotta e si mangiano per il giorno in cui si festeggia l’omonimo santo.

La festa che segue è Santa Lucia (il giorno 13 Dicemdre). Durante tutta la giornata “è vietato” mangiare pane e pasta, perchè la leggenda dice che si potrebbe diventare ciechi (ma durante il mese avrò più tempo per raccontare aneddoti, leggende e ricette). I palermitani non hanno proprio preso alla lettera l’idea di sacrificio o penitenza, ed hanno così inventato una serie di leccornie per consolarsi dal dover rinunciare alla pasta e soprattutto al pane....
Per colazione dovendo sostituire il pane e latte, si preparano minestre di riso col broccolo (cavolfiore) o altre verdure lesse, “Patate vugghiute” (bollite), “Allessi” (castagne bollite) o addirittura “Panelle e cazzilli” (panelle e crocchè di patate). Per il pranzo e la cena si preparano le Arancine (qui a Palermo sono chiamate al femminile), con la carne o al burro, è molto divertente la preparazione in casa che spesso coinvolge tutti i componenti della famiglia che lavorano in serie (chi condisce, chi impastella, chi impana, chi frigge etc) , “Il grattò” (sformato di patate con dentro ragù di carne e piselli), panelle e crocchè e “patati a spizzatinu” (patate in umido).
E soprattutto non può mancare il dolce, “A Cuccìa”.
La cuccia in origine era un piatto povero molto semplice, che consisteva nel grano (non macinato) bollito e condito con olio.
A Palermo però la versione originaria ha dato vita a tante rielaborazioni, dove fa da regina quella con crema di ricotta, canditi e scaglie di cioccolata. Ci sono altri tipi di cuccìa con crema di cioccolata, crema gialla etc, ma la più amata rimane sempre quella tradizionale con ricotta.


Il Natale è anche a Palermo la festa più importante dell’anno.
Le famiglie hanno già decorato l’albero (ci sono due scuole di pensiero, la prima secondo cui l’albero si fa l’8 Dicembre “Pa’ Maruonna”, la seconda il 13 per Santa Lucia ), c’è anche chi fa il più tradizionale presepe.
I regali sono già pronti ed anche il cibo (che si comincia a preparare il giorno prima).
La mattina del Natale (o la notte della vigilia) generalmente si va a Messa (anche chi non ci va durante tutto l’anno, i “poco praticanti” infatti approfittano di questa occasione soprattutto per sfoderare le pellicce che a Palermo possono essere usate veramente per pochi giorni l’anno, vista la mancanza di freddo).


E poi tornando a casa si da il via alle danze (si intende sempre quelle gastronomiche).
La scelta è vasta, si può variare dalla carne al pesce, e nel tempo è stata “contaminata” da piatti più moderni e di altre provenienze, ma qui mi atterrò strettamente alla cucina tradizionale. Cominciando dagli antipasti: “ U’Piattinu” con tutti i tipi di formaggi e salumi (pizzami), “L’Arenga salata” con arancia cipolla olio e pepe, “U ficatu ri sette cannuola” (zucca rossa in agrodolce), “L’ Alivi bianchi cu’ l’accia (sedano)”, “verdure ‘a pastetta” (broccoli, carciofi, cardi etc, in pastella e fritti), “Sardi a beccaficu” etc.
Come primi, “A pasta o furnu”, “A pasta chi vrocculi arriminata”.
Come secondi “Brociolone” o “Farsu magru” (rollò di carne imbottito con pangrattato, uva passa pinoli, salumi, uova sode), “Pisci spada ‘a ghiotta”.
E tanti dolci tra cui “Cannoli”, “Turruni”, “Cucciddatu”, “Petra fennula”, pasticcini vari tra cui “Sciù” (bignè con ricotta), “Cassatine”, “Cannulicchi”. Per passare il tempo tra una tombola e l’altra si gustano i ficu sicchi, passuluna (fichi bolliti) e u scacciu (semi di zucca, ceci, noccioline).

Le stesse pietanze sono preparate anche per il giorno successivo, Santo Stefano e per il pranzo di Capodanno.
La notte di fine anno qualcuno va a festeggiare fuori casa (secondo il detto “Natale con i tuoi, capodanno con chi vuoi”) ai veglioni o alle feste di piazza, ma altri rimangono in casa per le brindate in famiglia.
Si può fare poi una passeggiata al Politeama, dove c’è il concerto di Capodanno e tanta gente che si diverte, stando un po’ attenti ai “botti” e “mortaretti” e ricordandosi sempre che è bello divertirsi e ridere con gli amici mantenendo sempre il buon senso.
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