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lunedì 9 novembre 2009

L’ulivo tra religione, mito e storia. La mia salamoia

Dopo aver raccolto le olive e averle “curate” con amore, non potevo esimermi dal parlare delle origini dell’ulivo, un albero molto affascinante e dalla valenza simbolica e religiosa molto forte e costante nei secoli.



Se si pensa all’ulivo non si può non pensare alla pace. Magari qualcuno penserà anche alla coalizione fondata nell’ormai lontanissimo 1995 da Prodi and company per succedere a Mister B, ma sono altri tempi, io passerei direttamente alla Bibbia... Una colomba tornò nell’arca di Noé portando col becco un ramoscello d’olivo, e la pace fra Dio e gli uomini fu fatta, o almeno così sembrava.

Nel cristianesimo l’ulivo ha un ruolo molto importante. Dalla Bibbia ai Vangeli, sottoforma di pianta o di olio è spesso presente, già l’appellativo di Cristo significa unto (ma ancora prima del cristianesimo le consacrazioni generalmente avvenivano tramite l’unzione) ed in quasi tutte le ritualità cattoliche si usa l’olio, dalla nascita alla morte.

Per l’uso del ramo di ulivo, basterà ricordare l’arrivo di Gesù a Gerusalemme, dove oltre che sventolare le palme, la gente agitava per acclamazione, i rami d’ulivo, e tuttora per la domenica delle Palme si fanno benedire anche questi rametti, che spesso a Palermo vengono in precedenza dipinti d’oro o d’argento e regalati ad amici e parenti. Ma riguardo alla pacifica pianticella ci sarebbero tantissimi altri episodi.

Oltre che nella religione cristiana, l’ulivo e l’olio sono presenti in altri culti e precedenti civiltà.



Ma chi ha inventato l’ulivo? Posso assicurare che questa volta i palermitani, che si attribuiscono tantissime celebri invenzioni, non c’entrano niente.

In questo caso bisogna far ricorso alla mitologia greca.

I bizzarri e “umanoidi” Dei dell’Olimpo erano sempre in rivalità tra loro, se a “quei tempi” ci fosse stato Ballarò o “Porta a Porta”, avrebbero litigato di certo, ma “arbitrati” dai rispettivi giornalisti, rilasciato interviste in libri in uscita o aspettato la telefonata di Zeus (famoso tra l’altro per scagliare fulmini verso i nemici e per essere un seduttore di donne grazie alle sue capacità “trasformiste”).

Anche in questa storia c’è un litigio di mezzo, sia Atena che Poseidone volevano “la Presidenza onoraria” di una regione, l’Attica, ed in particolare di una importante città. Zeus lanciò una vera sfida (le primarie non gli piacevano), i due contendenti dovevano fare un utile dono alla città, un tribunale presieduto dal re Cecrope ( che era per metà uomo e per metà serpente, insomma viscido come alcuni personaggi di oggi) doveva decidere quale fosse quello migliore. Geniale in effetti. Poseidone optò per una sorgente d’acqua salata (utile non c’è che dire!), però alcune altre fonti parlano di un toro o di cavalli (per la guerra), Atena che era pure figlia di Zeus (più avvantaggiata, anche lì la meritocrazia...) e dea più intelligente, inventò un albero di ulivo, che sembrò essere un dono più utile e lungimirante (soprattutto in tempi di pace): poteva nutrire col suo frutto, illuminare le notti bruciandone l’olio, usarne le foglie per fare coroncine, farne unguenti per massaggiare gli atleti e per lenire le rughe dei più vanitosi. Insomma la scelta fu immediata, la città in onore della Dea fu chiamata Atene e così nacque un albero veramente mitico!

Ma adesso andiamo alle origini dell’ulivo in Italia e soprattutto in Sicilia. Ritorniamo alla mitologia, c’era un’altro figlio d’arte, Aristeo (il padre era Apollo e la madre Cirene), che in gioventù aveva imparato come fare la guerra ma anche l’agricoltura e la pastorizia. Per nostra fortuna scelse la strada più pacifica e insegnò ai Greci l’arte di estrarre l’olio. Attratto dalla bella Sicilia, vi si recò e introdusse la coltivazione dell’ulivo e l’uso del “trappeto” (antesignano del frantoio, in Sicilia c’è un paese che ne prende il nome), ogni tanto anche gli dei ne facevano una buona.

Furono forse i Fenici a diffondere l’ulivo nel resto d’Italia, dove i primi coltivatori furono gli Etruschi e poi i Romani.

I siciliani si distinsero subito nella salamoia (per questo non potevo tirarmi indietro dal farla).

I sicelioti erano così devoti all’ulivo che esiliavano chi osasse sradicarne un solo albero.

E mi sembra quasi ovvio dire che furono poi gli arabi a consolidare la coltivazione dell’ulivo in Sicilia, alcuni termini legati ai suoi frutti derivano infatti dall’arabo, come la “giara”, che è il vaso contenente l’olio, da cui prese il nome una celebre novella Pirandello, la “burnia” (vaso per contenere le olive), il “cafisi” (unità di misura dell’olio, oltre che il soprannome di un anziano venditore di olio di un centro marittimo in provincia di Palermo. Ed io che credevo fosse il suo cognome...).
Ci sarebbero moltissime altre informazioni da dare, ma concludo qui, con una piccola nota. A Palermo (devo dire che non so nel resto d’Italia) le olive vengono distinte in bianche e nere, non siamo daltonici, è un modo di dire, se vi offrono le olive bianche state certi, si tratta di olive verdi!

E ora finalmente la mia salamoia. Dopo informazioni in famiglia ed infinite ricerche su google, è così che ho fatto. Prima ho lavato tutte le olive in mio possesso separandole in diverse bacinelle tra verdi e nere. Le ho lasciate in ammollo per un giorno intero. Poi le ho asciugate ed ho eliminato quelle rovinate o contenenti un vermetto traditore.



Olive verdi schiacciate in salamoia:

Dopo averle lavate e asciugate, mi sono divertita a colpirle una per una con un martello (stando attenta a non rompere il nocciolo), attività che necessita di pazienza, ma che ha un effetto liberatorio e antistress. Le ho messe in un recipiente e coperte di acqua (ho posto sopra un piatto “galleggiante” per far in modo che nessuna stesse fuori dall’acqua, ho letto che si rovinerebbero. Si potrebbe anche usare un panno, ma visto che aggiungo l’ammorbidente in lavatrice, non volevo dare alle olive un effetto troppo soft). Le ho lasciate così per 3 giorni, cambiando l’acqua tutti i giorni (usciva di colore marrone). Il 4° giorno ho fatto la salamoia con 80 gr. di sale per ogni litro di acqua, più precisamente ho messo l’acqua a bollire, ho spento il fuoco e aggiunto il sale. Quando si è raffreddata ho messo le olive in un barattolone a chiusura ermetica (dopo un po’ di ricerche per acquistarlo) e le ho coperte con la salamoia ormai fredda (dimenticavo, ci vuole un litro d’acqua per ogni chilo di olive). Nel barattolo ho aggiunto uno spicchio d’aglio (con buccia) ed ho ricoperto il tutto con foglie d’alloro (sempre per non far stare le olive fuori dall’acqua). Per verificare il risultato finale bisognerà aspettare quindici giorni, dopo potranno essere consumate, condite a piacimento (a me piacciono con olio, aceto, aglio, sedano e origano). In salamoia sopravvivono per almeno tre mesi.



Olive nere in salamoia:

Dopo averle lavate le ho incise con un coltello (si può fare anche un buco con uno stuzzicadenti) e messe a bagno (come sopra ) per 4 giorni cambiando giornalmente l’acqua (in questo caso violacea). Al quarto giorno le ho sciacquate, scolate e messe in un vaso alternandole a strati di sale. Le ho lasciate così per 24 ore. Il giorno successivo ho aggiunto l’acqua (sempre un litro per ogni chilo di olive). E per ora è qui che sono arrivata. Bisogna lasciarle così per un mese e mezzo, e successivamente travasarle in altri vasi dopo averle scolate e aggiunto una salamoia fatta sempre facendo bollire l’acqua ed in questo caso mettendo 20 gr di sale per ogni litro. Possono resistere in questa salamoia per circa un anno.

Olive nere sotto sale (passuluna):

Dopo aver lavato le olive e averle ben asciugate, bisogna metterle in un colapasta con abbondante sale, scuoterle giornalmente e ogni tre giorni circa aggiungere altro sale. Dopo 15 giorni dovrebbero essere pronte, si può quindi prendere la quantità necessaria e sciacquarla con acqua o meglio con aceto e condirle con olio e rosmarino). In questo caso la durata è di circa 15 giorni (da quando sono pronte). Se invece del colapasta si usa un barattolo, bisogna star attenti ad eliminare il liquido che si produce (ma nel mio caso, non so perchè, non esce nemmeno una goccia di liquido).



Dopo questa operazione non vedo l’ora di assaggiarle, speriamo bene, sennò che siciliana sono?

le foto della salamoia non sono le mie (che non ho ancora la digitale), ma di mio padre, per l'immagine dell'ulivo ringrazio Judy Witts, l'insalata di olive è di famiglia.

giovedì 6 novembre 2008

"Pasta chi sparaceddi assassunati" in English too

Un altro piatto tipico palermitano è “a pasta chi sparaceddi assassunati”.

Gli “sparacelli” sono un particolare tipo di broccoletti con le cime (“giummi”) più grandi e tante foglie commestilili


Il termine assassunati, deriva da un’antica salsa (molto economica) usata dalle comunità ebraiche siciliane e ripresa poi dai “Monsù” (cuochi francesi), per condire (“assaisonner”) le verdure (vedi opuscolo pubblicato dall’aapit “Cucina storia e tradizioni”).
Questa salsa aveva come ingredienti principali l’ottimo olio d’oliva siciliano e l’aglio.

A Palermo si cucinano in versione assassunata, oltre che gli “sparacelli”, anche i “broccoli” (cavolfiori), i “giri” (le bietole) etc.

Per questo piatto si usa come tipo di pasta il bucatino, molto apprezzato nella cucina palermitana, forse perché quando si mangia fa u scrusciu (rumore), certo non è un’immagine molto raffinata, ma fa parte della nostra cultura!

Ingredienti:
Sparacelli , olio extra vergine d’oliva, alcuni filetti di acciuga, due spicchi d’aglio, sale e pepe.


Ricetta:
Lavare accuratamente gli sparacelli . Tagliare a pezzetti le cime e i “trunzi” (i gambi delle cime), “sfilare” le foglie (togliere la parte centrale dura) e spezzettarle

Farli sbollentare per 10/15 minuti in abbondante acqua salata. Con una schiumarola togliere dall’acqua gli sparacelli ormai cotti e porli in un piatto.

Mettere in una padella abbondante olio d’oliva, dei pezzetti di acciuga e due spicchi d’aglio tagliati a pezzi grossi (togliere il germoglio centrale per evitare che “salgano e scendano” per tutta la giornata), soffriggere un po’ e poi aggiungere gli sparacelli e un po’ di pepe. E’ pronto in pochi minuti.

Far cuocere la pasta nell’acqua di cottura degli sparacelli, scolarla e versarla in padella insieme al condimento. Impiattare e... buon appetito!



Another typical dish of Palermo is "a pasta with sparaceddi assassunati."

The "sparacelli" is a particular type of broccoli with large sprouts ( "giummi") and edible leaves. The term “Assassunati” derives from an ancient sauce (very cheap) used by Jewish communities on Sicily and then used from the "Monsù" (French chefs), to season ( "assaisonner") vegetables (see brochure published dall' aapit "Kitchen history and traditions "). The main ingredient of this sauce are the excellent Sicilian olive oil and garlic.


In Palermo we cooked with the assassunata sauce, the "sparacelli", the "broccoli" (cauliflower), the "giri" (chard) etc.

The kind of pasta that is used for this dish is the “bucatini”, much appreciated in the kitchen of Palermo, perhaps because when you eat makes “u scrusciu” (noise), is certainly not a very refined image, but is part of our culture!

Ingredients: Sparacelli, extra virgin olive oil, two anchovy fillets, two cloves of garlic, salt and pepper.

Recipe:
Wash thoroughly the sparacelli. Cut into pieces the sprouts, and the leaves.Boil them for 10-15 minutes in salted water. Remove from water the sparacelli and place them in a dish.

Put in a large frying pan olive oil, anchovy and two cloves of garlic cut into large pieces, fry slightly and then add the sparacelli and some 'pepper. Is ready in minutes.

Cook pasta in the cooking water of sparacelli, after ten minutes remove the pasta from the pot and put it in a pan with sauce. Put it in the dishes and… Good appetite!

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