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lunedì 4 luglio 2011

Pic-nic sul Lago Poma in stile palermitano doc



Cosa fare in una domenica assolata?
Si potrebbe andare al mare, ma c’è di certo troppa confusione, gente ammassata sulla spiaggia, ombrelloni ovunque, ragazzini che giocano con la palla (che al 90% finirà sulla mia testa), piedi del vicino di tovaglia (noi palermitani il telo mare lo chiamiamo così, forse perchè ossessionati dal cibo non solo di strada ma anche di sabbia) a due millimetri di distanza etc. Forse meglio optare per gli scogli, ma qui sono bellissimi ma tanto ripidi, prima di toccare l’acqua devi inerpicarti in rocce di ogni tipo, calarti giù come un alpino, “scalare i muri lisci” etc, e tutto ciò sotto il “pico” del sole di mezzogiorno (bè facciamo un pò tardi la domenica...), non mi pare il caso. Si potrebbe trovare un monte, ma io sento un bisogno atavico di vedere acqua, ed allora cosa c’è di meglio del ... lago?



Si potrebbe andare al lago di Poma, è abbastanza vicino, l’acqua ovviamente c’è e di sicuro sarà più rilassante e silenzioso della spiaggia.
A me piace tanto il rumore silenzioso del paesaggio lacustre, il fruscio delle canne sfiorate dal vento (soprattutto dopo aver letto il bellissimo romanzo della Deledda), lo scrosciare delle piccole onde, il canto degli uccelli...



Mi piace l’idea dl pic-nic sull’erba fresca, selvaggia, umida, mi piace stare a piedi nudi e mi piace osservare i bei panorami.



E lago sia!

Per arrivare al lago Poma da Terrasini, bisogna prima arrivare a Partinico.
Partinico è grande ma di indicazioni nemmeno l’ombra, fortuna che noi siciliani siamo socievoli e disposti ad aiutare, così troviamo un buon uomo e gli chiediamo: “scusi sa dov’è il Lago Poma?”.
Le cose sono due, o il nome “Poma” c’è scritto nelle cartine, ma in realtà nessuno lo conosce, o forse noi abbiamo trovato l’unico uomo di Partinico che non conosca il Lago di Poma, di fatto ci risponde stupito: “Che???” , “quali lago???” “un ci nn’è”.
Allora sconvolti all’idea che il lago sia scomparso improvvisamente, ci riprendiamo e diciamo: “forse il lago di San Giuseppe Iato ?” ed il buonuomo: “ah cierto, aviti a ghiri grittu di da e poi da, e poi da, e poi da...” insomma una volta chiarito l’arcano, si sbraccia come una hostess che spiega le procedure di salvataggio e ci spiega contento come arrivare al lago.

E’ ormai tardi quando arriviamo e quindi decidiamo di entrare nell’area attrezzata per non girare ancora troppo cercando le altre stradine d’ingresso.

Non ci sono troppe persone, due famigliole appena arrivate, sembra tranquillo.



Ci allontaniamo dalle panche e dai tavoli e andiamo proprio in riva al lago, e come piace a me, stendiamo sul prato un copriletto vecchio (lo so, lo so non è il classico plaid da pic-nic, ma è ciò che ho trovato all’ultimo momento) e cominciamo a mangiare la pizza che avevo portato (lo so, non è certo il classico menù da pic-nic in stile palermitano doc, ma questo avevamo a disposizione).



Quando il relax è ormai completo, la pancia piena, lo sciame di api sembra averci finalmente abbandonati, dei bellissimi cavalli nitriscono in lontananza, le fronde di un albero si muovono lentamente, si sentono piano anche i risolini di alcuni bimbi che giocano allegramente, tutto è lieto, tutto è placido, sento la voce di Massimo che sussurra: “quasi quasi mi addormento” e....

improvvisamente si scatena l’inferno, un frastuono esplode improvviso, sembra un tuono, sembra, sembra, sembra.... ma cos’è???

Sono effetti da palermitani doc.

Infatti a pochi metri da noi c’è una famiglia palermitana doc, impossibile per me, pure palermitana, non riconoscere l’accento (e poi noi palermitani ci facciamo riconoscere... ovunque!), che ha pensato bene di impiantare uno stereo gigante, quelli tipici degli anni ’80- ’90 che si trovavano nei salotti buoni delle famiglie, quelli grandi con il mobiluccio nero e le antine di vetro (con i pomelli dorati), a cui però erano attaccate due casse tipiche da concerto di piazza (alte quasi un metro). Lo stereo per funzionare era ovviamente attaccato abusivamente a qualche palo elettrico, e manovrato da un omone a petto nudo con panza pelosa e prominente. L’omone alza di botto il volume, sembra una discoteca, escono note sublimi accompagnate da parole altrettanto poetiche tipo: “annacati, annacati” (dondolati, dondolati) di non so quale canzone meravigliosa, e poi note latino americane sparate a tutto volume. Gli ucellini scappano via, e anche le api sussultano, i bimbi ballano con movimenti sconnessi. Gli adulti invece rimangono come in catalessi, forse allietati dalla musica o obnubilati dai tremila decibel, o storditi dalla quantità di cibo ingerita, rimangono serafici al loro posto, sorridenti, soddisfatti del loro stereo e della bella giornata.

Ecco, adesso arrabbiata per quell’imposizione li guardo, li osservo, e vedo tutto quel favoloso patrimonio di palermitanità...

Ci sono i "picciriddi ca juocano" (bambini che giocano), urlano, sono almeno una decina, in pantaloncini o in mutande e canottiera tipo anni ’60, uno tira le pietre ai cavalli, uno ha la testa tutta fasciata, gli altri ballano, corrono e si “strummuliano” a terra (fanno capriole come trottole).
Pi ci sono le mamme in fuseaux fucsia e ciabattine con gli strass, che si muovono rapide e servono le pietanze ai tavoli, ci sono le giovincelle con pancia di fuori e frangetta, c’è la donna incinta (perchè qui la natalità è sempre in crescita), ci sono pure due nannò (nonne) sotto un ombrellone impiantato appositamente per loro (anche se tutta la zona è alberata),



e gli uomini, che splendore! C’è quello panciuto dello stereo, poi c’è quello secco secco che si occupa “dell’arrostitura”, poi ce ne sono altri di varie età, tutti mostrano il loro petto villoso con orgoglio, si allietano a giocare a carte, bere birra e addentare puntine di maiale, ali di pollo, sasizza (salsiccia), stigghiole e quant’altro con foga. La loro tavola è imbandita a festa, ci sono bibite di ogni tipo, wow c’è pure la spuma, hanno tante borse frigo contenenti di tutto, e arrostiscono alla brace qualunque genere di cibo (animale e vegetale), che ormai noi, oltre che dalla musica, siamo avvolti anche dal fumo e non vediamo più nulla (altro che nebbia in val padana).

A quel punto comincio a ridere perchè, come si fa a resistere a tutto ciò? E poi bisogna ammetterlo, a noi improvvisatori di pic-nic, è stata data una vera lezione di stile, di stile palermitano doc, primi nel mondo a saper organizzare le scampagnate in ogni dettaglio!

Ora le possibilità sono diverse, o andare dai cari vicini di lago, con tono risoluto e dire: “scusate, ma vi sembra corretto dover mettere la musica così alta e tralasciamo tutto il resto?”, oppure, per non risultare provocatori parlando troppo “tischi toschi” (in perfetto italiano), si potrebbe dire con accento siculo: “ma scusassi, ci pari giustu ca m'ha sientiri a so musica puru iu?”, oppure più concilianti e bonari: “scusate, vi dispiacerebbe abbassare solo di un pochino il volume, se non vi disturba troppo però...” e la risposta sarebbe sempre la stessa : “ma chi minc.... vuoi!!!!”.

Parlando a gesti (perchè la musica è così forte che non riusciamo nemmeno a sentirci tra noi due), decidiamo di andar via, volevamo il relax, ci manca solo una sciarra (lite) e siamo a posto...

Ma il lago è grande, il lago è bello, il lago nasconde sempre tante sorprese....

lunedì 28 febbraio 2011

Io e la frittura. E poi Cacocciuli ammuttunati ca tappa i l’ovu.

Io e la frittura abbiamo uno strano rapporto.

I Palermitani sono detti “pariddara” proprio per l’attitudine che hanno ad usare le padelle e soprattutto a riempirle di olio bollente dove friggere qualunque elemento commestibile.
Non riescono a concepire altri tipi di cottura, pur sforzandosi e cercando di abituarsi al poco amato amico forno.

Ricordo che una mia vicina di casa, vera palermitana doc, fece una dieta molto seria, seguita da un bravo dietologo, un professionista. Ma la signora dopo un mese non faceva progressi e la bilancia dava sempre un responso disastroso. Il medico si insospettì e la signora indignata affermò di aver seguito la dieta alla lettera, aveva mangiato solo una fettina di pollo, un pesce, un hamburger etc... il dottore allora non convinto chiese: “ma signora, come li ha cucinati?” e la signora serafica rispose: “fritti, come l’avia a fari!” (fritti, esiste forse un altro modo per cucinarli?)...

C’è mia nonna, altra palermitana doc che ad ottantacinque anni, ha avuto quello che qui chiamiamo “acitu” (acidità di stomaco), così il suo medico curante le ha consigliato di mangiare “ a leggero”, mia nonna affranta, non riusciva a capire il significato della cosa, così mio padre ha tentato di convincerla ad evitare le fritture, ma lei sempre più confusa non concepiva l’esistenza di una cottura alternativa per carciofi, melanzane, uova, carne, pesce, etc, alla fine... ha ripreso a friggere e ha accettato di convivere con l’acidità di stomaco.
Da poco tempo c’è una giovane signora somala che la aiuta in casa; ha subito avuto una bella colite grazie alla salutare cucina di mia nonna, che si è rattristata parecchio, perchè la signora si rifiutava comprensibilmente di mangiare e lei era molto desiderosa di farle conoscere il suo ultimo manicaretto, ovvero i “pipi ammuttunati” (peperoni ripieni e fritti). In un solo mese le aveva fatto assaggiare soltanto: cardi fritti in pastella, pasta con melanzane fritte, cacocciuli impanati e fritti, pasta con le sarde (prima fritte), anelletti al forno, caponata, calamari fritti, crocchè di patate fritte, peperonata, broccoli arriminati, sarde a beccaficco, parmigiana, fegato fritto in agrodolce, fegato ri sette cannuola (zucca fritta in agro dolce), pasta con le zucchine fritte, cotoletta (ovviamente fritta) alla palermitana, sfincione, frittelle di nunnata etc,. Peccato che la signora abbia avuto quel cedimento allo stomaco, mancavano solo i peperoni ripieni e poi si ricominciava da capo!

Ed io che sono palermitana aliena doc, adoro le fritture, ed il mio stomaco palermitano ancora le regge (non certo nelle suddette quantità), però mi rifiuto di friggere, ed il motivo, non è come si potrebbe pensare la salute o la linea (che pure vacilla come l’ago della bilancia), il motivo è olfattivo.
Non amo l’odore della frittura che si posa sui miei capelli, su miei abiti e nelle stanze, e non è che abbia dei mega capelli, abiti griffati o arredamenti lussuosi, anzi, i capelli non conoscono mano di parrucchiere da qualche annetto, gli abiti, soprattutto quelli casalinghi sono di vero vintage (nel senso che sono proprio antichi), e l’arredamento della casa dove abito per ora è composto da una serie di pezzi originali degli anni ’80 racimolati dai miei nonni, quando qualche parente voleva disfarsene, utilissimi per arredare il loro villino...
Eppure io amo proteggere tutto ciò dal puzzo di frittura. Non lo sopporto, mi da il senso dell’unto, se sono proprio costretta a friggere chiudo ogni porta, mi abbiglio da spaventapasseri e mi creo un turbante in testa con un asciugamani, ma non sono mai soddisfatta se non dal punto di vista alimentare.
Eppure, in quanto palermitana, sono stata sempre abituata a frequentare case odoranti di frittura, ad entrare in condomini dove ti assalgono tutti gli unti profumi provenienti dai vari appartamenti, ma è più forte della mia volontà, neanche la mia leggendaria golosità riesce a farmi cedere, io friggo sempre più raramente!
Forse è un aspetto ereditato da mia madre (che però lo fa come contrasto al colesterolo) che non frigge quasi mai, però qualche giorno fa entrando in casa sua sento quel delizioso profumino, capisco subito la trasgressione, ha cucinato i “cacuocciuli ammuttunati ca tappa i l’uovu” (carciofi ripieni col tappo creato con le uova battute), che prima di essere cotti nel sugo vanno fritti, che gioia per il palato, e ogni tanto evviva la puzza di frittura!



Grazie per la pazienza, come premio la ricetta di questi ottimi carciofi molto tradizionali, dal nome particolare; “ammuttunati” significa ripieni, “ca tappa i l’uova” vuol dire che il carciofo viene tappato utilizzando dell’uovo battuto che successivamente fritto salderà perfettamente tutto il condimento interno.

Ricetta:

Ingredienti: limoni, 6 carciofi, una bottiglia e mezza di salsa di pomodoro, sale, pepe, olio evo (per friggere), 1 uovo. Per il ripieno: 50 gr di formaggio galbanino o simili, 50gr di prosciutto cotto, 1 cipolletta (tipo scalogno), 1 manciata di prezzemolo, 3 cucchiai di pangrattato, 1 cucchiaio di olio evo, uva passa e pinoli, 1 uovo, sale e pepe.

Preparazione: preparare il ripieno unendo a un uovo battuto il pangrattato, galbanino e prosciutto triturati, prezzemolo, un cucchiaio d’olio, uvetta e pinoli, cipollina tritata, sale e pepe.

Pulire i carciofi togliendo le foglie esterne più dure, e tagliando le punte con le spine.

Ci sono due versioni di questo piatto, la prima e più tradizionale si fa con i carciofi interi, la seconda più povera consiste nel tagliare il carciofo in due parti da riempire col ripieno, la definisco più povera perchè in questo caso si abbonda di ripieno ed il carciofo diventa più voluminoso. Qui faremo la seconda versione, dividendo quindi il carciofo a metà, togliendo la barbetta interna.



Pulire i carciofi strofinandoli con i limoni, senza bagnarli con acqua. Riempire i mezzi carciofi con l’impasto appena fatto e pressarli. Battere un uovo in un piatto. In una padella far scaldare l’olio, a questo punto con un cucchiaio versare dell’uovo battuto nel carciofo (nella sua parte ripiena) e friggerlo in padella facendo attenzione a non far fuoriuscire il ripieno.



Friggere tutti i mezzi carciofi e mettere da parte.

Nel mentre si dovrà preparare una classica salsa di pomodoro, appena questa raggiunge l’ebollizione versare i carciofi, mescolando delicatamente per venti minuti circa. E poi, buon appetito!

domenica 19 dicembre 2010

I palermitani doc (alieni e non) e i Centri Commerciali

Ho scoperto che i palermitani amano il Centro Commerciale, in realtà lo sapevo già, ma ho avuto modo di osservare questa realtà personalmente. Io, palermitana aliena doc, contro ogni mia volontà, nel giro di pochissimo tempo, mi sono trovata a visitare i tre nuovi centri commerciali che hanno da poco aperto a Palermo e dintorni, constatando così la passione dei miei concittadini per tali luoghi.

I centri commerciali rappresentano una novità per Palermo, dove fino a poco tempo fa c’erano solo grandi ipermercati, dotati di milioni di prodotti di vario genere, ma nulla a che vedere con questi nuovi centri, che un po’ come il Mac Donald, hanno drogato i miei concittadini, abituandoli a nuovi sapori e a un nuovo stile di vita. Ma i palermitani si sa, si adattano a tutto, vengono affascinati dalle novità alle quali per nulla al mondo rinuncerebbero, ma non abbandonano le vecchie abitudini, e così credo che come sono riusciti a far coesistere i “moderni finti panini” a base di hamburger di “finta carne”, con i tradizionali, unti e bisunti “panini ca meusa”, potranno anche far convivere i moderni-finti “centri non storici a fini commerciali”, con i più antichi mercati, mercatini e negozi del vero centro storico (almeno così spero).

I Centri commerciali, dal mio punto di vista palermitano alieno doc sono degli strani luoghi, dove tutto è finto ed artificiale, dall’aria che si respira, all’atmosfera che si vive. Partiamo già dal deviato concetto di escursione termica che c’è nella filosofia di questi ambienti, dove l’idea principale è non solo produrre un clima del tutto artificiale, ma produrre uno sbalzo di temperatura disumana tra esterno e interno, ovverosia far soffocare e ardere dal caldo durante l’inverno (costringendo i clienti a spogliarelli improvvisati), e fare rabbrividire e congelare in estate (costringendo i clienti a portarsi maglioni e sciarpe altrimenti riposte in guardaroba). Ma non possono trovare una temperatura standard? Avranno di certo degli accordi occulti con le case farmaceutiche per la cura di reumatismi e raffreddori... (evviva la dietrologia!!!).

L’aria che si respira è quindi strana, artificiale, “confezionata” come i prodotti in vendita. Ma anche l’udito viene artificialmente accontentato, cosa dire della filodiffusione coatta? Ovunque si va si è assordati da una musica costante che dopo un po’ viene apparentemente ignorata, ma entra subdolamente nel cervello costringendo tutti a canticchiare interiormente (e in alcuni casi anche esternamente) ed a muoversi a ritmi latinoamericani. E se le nostre orecchie sono accontentate, anche il naso ha il suo contentino, gli odori sono dall’invitante al nauseabondo. Tanti ristorantini, bar e pizzerie all’interno del Centro emanano dei profumini di cibo che obbligano i mangioni come me a voler acquistare pizze, panini e gelati, ma visto che si deve resistere per motivi di peso e di tasca, quegli odori cominciano a provocare “un certo languorino” ed a Palermo diremmo “una specie di alammiccu”, che poco dopo si trasforma in disgusto e voglia di fuggire via.
E per finire anche la vista è artificialmente colpita da lustri e lustrini, marmi, finte aiuole con vegetazione tropicale, archi e piazze, negozi, prodotti vari, tutto invita allo shopping compulsivo e visto che qui si dice: “cu va a fiera senza un tarì, ci va cu una dogghia e sinni torna cu ttrì” (chi va alla fiera senza soldi ci va con un dolore e se ne torna con tre) meglio essere ben attrezzati!

Tutto al Centro commerciale è magnifico, bello, pulito (cosa strana che a Palermo avvenga), grande, ricco, talmente perfetto da essere insopportabilmente finto. Mi ricorda i villaggi turistici, dove ci sono fontane, bellissime costruzioni che imitano monumenti egiziani o arabi, vegetazioni, animazioni, musiche e balletti, finta allegria, tutte cose che inserite così mi danno un senso di repulsione tipo il trenino umano di capodanno.

Ma i palermitani doc, non alieni ed esauriti come me, apprezzano tutto questo lusso e con un certo stupore si meravigliano davanti alle finte piazze, alla pulizia (che di solito snobbano), e commentano: “che bel marmo, che belle piante, miii che pulito, hai visto c’è pure il ristorante...” e si divertono, e se nel villaggio turistico amano saltellare come invasati tra giochi aperitivi, serate danzanti, ginnastiche in piscina, sotto l’ausilio di animatori felicemente stressati (e mi è capitato veramente di vedere famigliole con padri di famiglia dall’aria paciosa e pigra, trasformarsi in insospettabili ballerini che al suon di “meneito” si scatenavano in ritmi suadenti, muovendo ogni muscolo, facendo molleggiare le proprie “panze” prominenti, urlando: “me gusta, si, si si, muovendo la caveza, si, si, si”), alla stessa maniera nei Centri Commerciali si esaltano, comprano, danzellano, urlano (sarà colpa della musica ad alto volume), inseguono i “picciriddi”(bambini) che scappano qua e la, mangiano e apprezzano.

E così ci vedi dentro tutte le tipologie umane e palermitane doc ben tenute sotto controllo da una serie infinita di vigilantes armati di cuffiette e radiotrasmettitori: le ragazzine con le frangette e i fermaglini che camminano a braccetto e tre a tre, i “picciuttieddi tasci” (ragazzini grezzi) che si “ammuttano tra loro” (si spintonano vicendevolmente), cercando di far colpo sulle ragazze, le famigliole con passeggini multipli, l’uomo pacioso con la panza prominente (quello del villaggio di cui sopra) che trascina la moglie, le signore eleganti con le buste piene, persino le coppie alternative con kefia, rasta e pearcing vari, e pure gli alieni come me che un po’ si disgustano, ma un po’ adorano anche osservare tutta questa bella varietà umana.




E così dopo tutto questo, in uno dei Centri che ho visto, c’era una cosa bella, all’esterno, nel parcheggio, la bella vista su una torre precedentemente inaccessibile,
ed in realtà molto affascinante.
Ecco, se si vuole, si trova sempre qualcosa di vero e di bello in ogni luogo, e se si vuole si può sempre ridere delle cose bizzarre della vita!

martedì 29 settembre 2009

Sono una palermitana doc? Confronti. Polpette di sarde con salsa

Oggi un confronto per capire se sono una vera palermitana doc.

Ogni tanto mi pongo questa domanda, forse sarà la solita crisi dei trentenni ( e non sono una “mucciniana” e tanto meno una “mocciana” perchè per questo “non ho l’età”), o sarà che quando giro per Palermo mi sento piuttosto una marziana (e alle volte anche marxiana).
Nello stesso tempo però so di avere nel sangue tanto palermitanesimo e la cosa mi incuriosisce.
Quale miglior metodo allora se non confrontarsi con chi nella mia famiglia è il miglior esemplare del palermitano doc? Anzi di palermitana, perchè è opportuno che scelga il confronto con una donna.

Generazioni a confronto.

Mia nonna e il suo nome. Si chiama Caterina, nome che in famiglia hanno in tante. Sono almeno cinque cugine a portarlo, escludendo ovviamente nonne, bisnonne e nipoti, perchè una vera palermitana porta sempre il nome della nonna, da generazione in generazione. Come fanno a distinguersi tra loro? Semplice con i soprannomi o i diminuitivi. A mia nonna è andata piuttosto bene, la chiamano tutti Ina, non è certo stato così per alcune sue cugine, ad esempio Inaalaria (la brutta) o Inuccia a gruossa (la grassa), che è pure un controsenso.

Io e il mio nome. Mi chiamo Evelin. Sono stata segnata alla nascita. Ma che nome palermitano doc è Evelin? Ho spezzato incolpevole la tradizione. Ovviamente nessuno in famiglia lo porta, ma lo stesso ho tanti diminuitivi, Evi, Eve, Vela, Veluccia, Eveluccia, Veluzza, Eveluna, Evelina, Avelin e il più accreditato tra gli anziani, Evelinni. Vuoi la crisi d’identità?

Mia nonna e la famiglia. Come tante palermitane, che come u pani ca meusa, si dividono in schiette e maritate (zitelle e sposate), “si maritò” a venti anni, ma già aveva perso tempo per i suoi gusti, c’era la guerra di mezzo e mancavano i soldi per la dote e per il matrimonio (e mia nonna ci teneva molto a queste cose).
A quei tempi ci si vedeva col fidanzato solo in presenza della madre, e lei purtroppo non l’aveva più, dopo aver scomodato tutte le zie a disposizione, mio nonno la lasciò. Per ingelosirla, le passò davanti al balcone con un’altra, e mia nonna, che lo racconta ancora con orgoglio, senza versare nemmeno una lacrima, reagì simulando uno sputo davanti alla neocoppia. Mio nonno, forse impaurito, la sposò subito e ne rimase del tutto succube e follemente innamorato (ancora oggi).

Io e la famiglia. Ho quasi trentatre anni e non sono sposata. Convivo... E già qui è quanto dire. Mia nonna ha cominciato a prepararmi la “duota” (la dote) da quando avevo sei anni, ma io di sposarmi non ho mai avuto intenzione, da sempre allergica al matrimonio e all’abito bianco. Il mio compagno non è palermitano, cavolo, questo è grave, nessuno in famiglia aveva mai osato tanto, e in più non è un furestieru (del nord Italia), ma un siciliano, che qui viene detto dispregiativamente “paesanu”. Devo dire che per par condicio, anche i palermitani sono malvisti in tutto il resto della Sicilia, così io sempre sono e sarò “a palermitana”, che non è proprio un complimento.
Le persone anziane mi chiamano con sospetto “signurina”, perchè non sono sposata, così ora nel mio condominio ci sono due “signurine”, io e una vecchietta zitella di ottantanni.

Mia nonna e il lavoro. Fa la casalinga, da ragazzina lavorava in una ricevitoria, ma il nonno (vero palermitano doc d’altri tempi), appena fidanzato, la fece licenziare, perchè per una donna fidanzata non era concepibile lavorare e uscire da sola.
E’ un ottima casalinga, fa pulizie meticolosissime, tutta la sua casa brilla, passa ore e ore a stirare anche i calzini e le pezze per spolverare.
Malgrado il suo mestiere in casa, tutti la chiamavano “a levatrice” (l’ostetrica) perchè amava uscire e fare le visite alle parenti, fu anche tra le prime donne automobiliste palermitane doc, guida ancora oggi a ottantatre anni.

Io e il lavoro. Prima studentessa e nel frattempo baby sitter e volantinatrice capo (promossa perchè malgrado la mia piccola statura, andavo veloce come un furetto), pochi giorni in un’Assicurazione, serviva un abbigliamento elegante e femminile, visto il mio odio per la moda, dopo quattro giorni in cui rispolverai gli abiti da matrimonio che avevo nascosti nell’armadio, dovevo ricominciare il giro... In più dovevo anche portare sfiga alla gente per farli assicurare!

Ora faccio la bedandbreakfastara, che non è proprio un mestiere da palermitana doc, in primo luogo perchè nessuno qui sa dire bed and breakfast, poi perchè in casa mia vivono “l’astranei” (gli estranei), i familiari per giustificarmi dicono che ho un albergo e che a Palermo non c’è lavoro.
Mi piace uscire, ma passo molto tempo in casa anche per via del mio lavoro, pulisco per ore e ore la zona della casa destinata al b&b, e stiro lenzuola e asciugamani senza tregua, però sotto il mio letto c’è un altro materasso di polvere, le mie lenzuola scricchiolano come fossero di carta e le mie asciugamani vanno bene per fare il peeling, quindi non sono una brava “massara” (brava massaia palermitana doc), ma nemmeno una “cusciuta” (donna palermitana che ama uscire), e un giorno una mia anziana vicina, vedendomi spesso in casa, mi ha consigliato di vedere le telenovelas come fa lei, per passarsi il tempo...

Mia nonna e la cucina. E’ qui che si giunge all’apoteosi del suo palermitanesimo. Lei cucina esclusivamente alla palermitana, non esistono influenze che so, magari da Messina o Catania, niente. L’alimentazione che seguono in famiglia è legata ad una serie di regole e tradizioni.
A pranzo si mangia la pasta, a cena il secondo. La domenica si mangia solo pasta “cu sucu” (con salsa di pomodoro) e carne impanata. Il venerdì pesce. Alcuni condimenti sono legati al formato della pasta. Impossibile non fare la pasta c’ anciova e i tenerumi se non con la margherita, oppure la pasta con sarde o broccoli arriminati se non con il bucatino. Alle feste si mangia la “pasta col forno”, ma solo con gli anelletti. D’estate prepara quintali di caponata, milincianeddi e peperoni ammuttunati. La pizza non esiste, si mangia solo sfincione. E poi la zucca rossa si cucina esclusivamente come “fegato ri setti cannuola”, i cardoni si fanno fritti in pastella, il riso si mangia solo a santa Lucia, e quel giorno al mattino, al posto del pane e latte si mangia la minestra di broccoli. Per il giorno dei morti tassativamente le muffolette, sempre a colazione. Tutto questo ancora oggi che lei e mio nonno hanno superato gli ottantanni. Alcuni cibi sono tabù, soprattutto panna e besciamella, ma anche i cibi surgelati e i barattolini. Ogni ricetta viene preparata da mia nonna con precisione e meticolosità, impiega molto del suo tempo a cucinare, se dovesse preparare la minestrina, preferirebbe fare lo sciopero della fame. Alla linea non è interessata, anzi il suo detto è “ a carni sta biedda a atta” (la carne fa bella la gatta).

Io e la cucina. Premesso che amo mangiare, amo la cucina palermitana, e cucino anche abbastanza bene, non riesco a seguire quasi nessuna regola, nel cibo come nella vita. Non so riproporre un piatto fatto sempre allo stesso modo, non ci riesco proprio, in cucina invento sempre e cambio tutte le ricette. La domenica che è un giorno di lavoro, spesso mangiamo cose già pronte o fast-cucina, ovvero le famose spinacine. Mangio anche il secondo a pranzo e la pasta a cena. Mi dimentico le feste, tranne ora che ho il blog. Faccio la pasta al forno anche con le pennette e i rigatoni (sacrilegio!) e i broccoli arriminati con le casarecce, però l’anciova è tassativamente con la margherita, lo ammetto! Amo il riso più della pasta, lo mangerei sempre. I surgelati sono la mia salvezza, come pure i barattolini di vongoline, di pesto e adoro la panna.

Ora è chiaro, sono una palermitana anomala, con un nome anomalo; nè schietta, nè maritata (altro che pane ca meusa); nè massara, nè cusciuta; in cucina sono di tanto in tanto irriverente, ma ci sarà un perchè se scrivo un blog sulla mia città, se conosco bene il dialetto sia antico che moderno, se il mio cibo preferito sono le arancine, se quando vedo il golfo di Palermo dall’alto di una montagna dico “la città più bella del mondo!”....

Per chi ha avuto la pazienza di leggere tutto questo, una buona sorpresa, e questa veramente palermitana. “I pulpetti di sardi cu sucu” (le polpette di sarde con salsa di pomodoro).


Questa è una tipica ricetta della cucina povera siciliana, di cui spesso le sarde sono l’ingrediente principale, visto il loro costo contenuto. Il tipico sapore agrodolce è dato dall’abbinamento con il salato, dell’uvetta sultanina e della menta. I pinoli erano usati nel passato prevalentemente per la loro funzione antibatterica, visto che a volte veniva cucinato “pisci fitusu” (pesce non propriamente fresco).

Ingredienti:
500gr di sarde, 1 uovo, 100gr di cacio cavallo, foglie di menta, una manciata di pinoli e uva passa, 500 gr di salsa di pomodoro, mezza cipolla, olio extravergine d’oliva.

Procedimento:
Pulire e squamare le sarde, togliere la testa , ottenere dei filetti e sminuzzarli. Unirli al formaggio, all’uovo, uva passa e pinoli e alla menta tritata. Amalgamare il tutto e ottenere delle polpette. Soffriggerle nell’olio e metterle in un piatto.
Nel frattempo preparare la salsa di pomodoro, insaporita da un soffritto di cipolla e da alcune foglie di menta. Versare nella salsa le polpette e farle cuocere per circa quindici minuti. Chi vuole potrà condire con la salsa un buon piatto di pasta.
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