venerdì 7 novembre 2008

I zorbi e l’amore


Più di sessant’anni fa, in una Palermo diversa da quella di oggi, prima dei bombardamenti della seconda guerra mondiale, prima del “sacco di Palermo”, ma anche prima della “primavera palermitana”, prima del traffico (i mezzi di trasporto erano le carrozze), in una Palermo povera, di una povertà diversa da quella di oggi (avvelenata dal consumismo, dall’indebitamento, dal precariato). La povertà dei colletti delle camicie o delle giacche “rigirate”per poterle indossare ancora, dei vestiti passati di generazione in generazione, dei cappotti realizzati con le coperte, e che la notte venivano riutilizzati come coperte. Quella in cui si mangiava la carne una volta al mese e quotidianamente solo pane, pasta, patate, quella in cui l’unico salume conosciuto era la mortadella tagliata sottile come carta velina…

In questa Palermo un giorno di Novembre, una ragazzina dagli occhi azzurri, col suo cuginetto, uscì per fare una passeggiata.
Il bambino passando davanti al fruttivendolo, notò un particolare frutto che si trova soltanto nel periodo autunnale, le sorbe, il suo sapore è una strana armonia tra l’aspro e il dolciastro, che in bocca lascia la sensazione di qualcosa di ancora acerbo e nello stesso tempo di troppo maturo.


Come i bambini di ogni tempo (oggi avviene di fronte a un giocattolo), cominciò a chiedere con insistenza “vogghiu i zuorbi! vogghiu i zuorbi!” (voglio le sorbe). Così la ragazza si convinse e mentre tentava di acquistare i zuorbi, fu spaventata da una speciale incursione, un giovane ben vestito sbucò dal nulla e accostandosi a lei disse “signorina i zorbi se permette li pago io”. La ragazza lo cacciò via “vada via, mi lasci in pace”, ma i suoi occhi tradivano le sue parole, e il ragazzo continuò ad insistere, a quel punto la ragazza (già abbastanza determinata) gli disse “se ha intenzioni serie vada da mio padre”.

Così nacque un’amore grazie ai zorbi, all’epoca in cui i fidanzamenti erano combinati, tra cugini o amici di famiglia, in cui i fidanzati prima del matrimonio si vedevano soltanto da lontano, sorvegliati dagli sguardi maliziosi di mamme e zie…Quell’amore invece nacque da un “colpo di fulmine”.

Il giovane fornaio, che amava l’eleganza (portava sempre guanti e cappello), si dichiarò ben presto al padre della sua innamorata, e lo fece con la sua irruenza, saltando sulla carrozza in corsa guidata da quell’uomo che di mestiere faceva u ‘gnuri, il cocchiere, un mestiere tra i più poveri e disprezzati di quel tempo, ma quello ‘gnuri era particolare, un’uomo buono e dignitoso, rimasto vedovo da giovane e con quattro bambini.

Il matrimonio avvenne dopo la guerra, dopo anni di lettere, si rafforzò nel tempo e dura ancora oggi dopo sessantadue anni.

E se a Novembre qualcuno vede passeggiare a Palermo una coppia di anziani che si tengono per mano, lui col cappello e i guanti, lei con gli occhi ancora azzurri e determinati, li vede fermarsi da un fruttivendolo ed acquistare i zorbi, forse li potrà riconoscere, sono loro, i miei nonni.

4 commenti:

Anonimo ha detto...

CIAO EVELIN,SEI MERVIGLIOSA QUANDO ILLUSTRI LA"PALERMO PERDUTA"I TUOI NONNI IN FOTO SONO TENERISSIMI!

Agave ha detto...

grazie per questo bellissimo commento, mi ha dato tanta gioia!
Evelin

Anonimo ha detto...

che bei tempi!!!!Complimenti ai tuoi nonni!

Anonimo ha detto...

Evelin:Non la conosco,ma conosco la mia tanto amata Palermo che ho lasciato parecchi anni fá nelle condizzioni che lei ha descritto, ritornando cosí ancora una volta alla mia mente,ricordi giá da molto tempo svaniti,un'infanzia vissuta di solo povertá,miseria assoluta,ma con tanta,tanta felicitá.È vero Palermo non'è piú la cittá di una volta,peró molti Palermitani diréi che son rimasti seguendo quell'immagine di una volta,e ció é anche uno dei tanti motivi per cui provo ancora quel vivo desiderio di tornare a Palermo e visitare quei luoghi della Cittá vecchia,per continuare a sognare o rivivere quei miei giorni lontani.GRAZIE;Evelin.

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