Visualizzazione post con etichetta feste a palermo. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta feste a palermo. Mostra tutti i post

lunedì 1 giugno 2009

Frutti di mare, Sferracavallo e tre primi piatti...

foto Judy Witts

Il mare oltre alla sua bellezza e allo svago, ci regala tanti buoni frutti, sperando sempre che “l’attività umana” non rovini troppo questa grande ricchezza!

foto Judy Witts

A Palermo, come in altre città di mare, è facile trovare ristoranti e trattorie dove si cucina pesce fresco, molto prelibato e anche a buon prezzo.
Nei mercati storici è possibile anche trovare i condimenti già pronti per preparare ottimi primi piatti!

foto Judy Witts

Nelle borgate marinare e soprattutto a Sferracavallo, ci sono tantissimi ristorantini o chioschi con vista sul mare, dove poter gustare ricci, cozze scoppiate, polpo bollito, insalate di mare, ottime spaghettate alle cozze o vongole e buonissimi risotti ai frutti di mare. Ci sono anche dei ristoranti a “menù fisso”, che a un costo di circa 25€ ti riempiono di qualunque tipo di piatto a base di pesce, questa più che una “mangiata” è un’esperienza, pochi riescono a finire tutto, soprattutto se durante la fase degli antipasti si comincia ad accompagnare tutte le prelibatezze con il pane.

Per chi ama i frutti di mare ed il pesce questa esperienza va assolutamente fatta, per chi pensa di non farcela a reggere ad una così esagerata quantità di cibo, per chi ama mangiare all’aperto, magari guardando il mare, l’ideale invece sarà sedersi in una sedia di plastica dei tanti chioschi disposti sul lungomare e gustarsi il suo bel risotto o la spaghettata alle vongole.



Sferracavallo è una borgata non tanto famosa e turistica quanto Mondello, sono più gli abitanti del luogo o i palermitani a frequentarla, non è curatissima ed elegante, non ha una spiaggia, ma solo rocce ed un bel porticciolo, a volte è un po’ caotica, ma ha un fascino molto popolare che a me piace molto. Magari ne parlerò meglio in un prossimo post.

Adesso pensavo di presentare tre primi piatti a base di frutti di mare, che si trovano facilmente in tutte le trattorie e ristoranti di Palermo, che sono anche relativamente facili da cucinare a casa. L’ultimo, ovvero gli spaghetti col nero di seppia sono una vera specialità, il colore non è invitante, ma di certo non si può negare l’originalità, il gusto è strepitoso!


Spaghetti alle vongole

ingredienti per 4 persone: 500gr spaghetti, 1kg di vongole, aglio, olio, pepe, prezzemolo, vino bianco.



Preparazione:
Lavare le vongole. Metterle in una ampia padella con l’olio extravergine d’oliva. Quando le vongole si saranno aperte, filtrare il brodo lasciato dalle vongole (per evitare la presenza di sabbia o altro). Far saltare in padella le vongole con aglio e olio extravergine d’oliva, aggiungere il brodo e successivamente il vino bianco. Far evaporare. Cuocere gli spaghetti con acqua non troppo salata, scolarli al dente ed unirli alle vongole. Amalgamare il tutto. Aggiungere il prezzemolo fresco spezzettato e servire.

Spaghetti allo Scoglio:
Ingredienti per 4 persone: 500 gr di spaghetti, 250 gr di calamari, 250 gr di gamberi, 200 gr di vongole, 200 gr di cozze, 200 gr pomodorini o polpa di pomodoro pelato, olio extra vergine d’oliva, peperoncino, prezzemolo, pepe.



Procedimento:
Lavare bene tutti i frutti di mare. Mettere in una padella capiente olio, peperoncino e uno spicchio d’aglio schiacciato (e senza il germoglio interno). Dopo un po’ aggiungere le vongole e il vino bianco, quando si iniziano ad aprire le vongole aggiungere le cozze, i calamari tagliati a pezzetti , i gamberi e dopo qualche minuto unire i pomodorini tagliati a metà o la polpa di pelato. Unire la pasta scolata al dente al condimento e far saltare in padella per pochi minuti. Aggiungere il pepe e il prezzemolo tritato.

Spaghetti al nero di seppia
Ingredienti per 4 persone: 500 g di spaghetti, 250 g di seppie, 3 spicchi d'aglio, 500 g di pomodori pelati, mezzo bicchiere di vino bianco, olio extravergine d'oliva, prezzemolo, peperoncino, sale.




Pulire le seppie, stare attenti a prelevare il sacchetto con il nero, e tagliuzzarle. In un tegame soffriggere nell'olio gli spicchi d'aglio, aggiungere le seppie. Successivamente. Versare il vino e fare evaporare. Unire i pomodori pelati e tagliuzzati , aggiungere il sale e cuocere a per circa 20 minuti. Aggiungere un pizzico di peperoncino, il prezzemolo tritato e alla fine aggiungere il nero di seppia contenuto nel sacchetto. Cuocere gli spaghetti, scolarli al dente e mescolarli nel tegame con il condimento. Decorare con prezzemolo tritato.

Buon appetito!

sabato 7 marzo 2009

La donna a Palermo

Visto che si avvicina la festa della donna, parlerò della donna a Palermo.

Alcuni, pensando alla Sicilia, immaginano che ancora la donna sicula porti il fazzoletto in testa e l’abito scuro. Questo se non avviene in grandi città come Palermo o Catania, non avviene nemmeno nei paesi più piccoli (se non qualche anziana che mantiene le abitudini di qualche decennio fa). Le ragazze nell’abbigliamento e nei modi di fare sono molto “moderne”.

La ragazza tipica palermitana dei giorni d’oggi, porta quasi sempre la frangetta sugli occhi, le mollettine con cuoricini sui capelli, gli occhiali da sole alla moda, i giubbini corti (bianchi o neri), gli stivali ai piedi e i pantaloni a vita bassa con i fianchi e la pancetta molle in bella vista. Ci sono tantissime adolescenti (perchè qui il calo demografico non esiste) in giro soprattutto il sabato pomeriggio al politeama, che si tengono a braccetto tra loro.
Ma anche le signore di mezza età non rinunciano all’estetica e alla moda, a parte quelle che dagli anni ’80, non hanno più abbandonato i fuseaux, ma si sa, la moda va e viene...

Insomma niente più fazzoletto in testa. Le donne palermitane lavorano dentro e fuori casa, escono e guidano la macchina (magari vengono insultate con frasi del tipo “va lava i piatti”, da uomini che si vogliono illudere che sia il gentil sesso a creare il traffico palermitano).

L’apparenza emancipata (insulti a parte), nasconde bene una mentalità che ancora è essenzialmente patriarcale. Infatti questi costumi così “moderni” sono comunque il frutto di una concessione che viene fatta alle donne dai loro uomini, padri o mariti che siano. D’altra parte anche i maschi palermitani doc, che fino a qualche anno fa vietavano alle mogli di truccarsi e addirittura, ho saputo, anche di depilarsi, dovevano per forza stare al passo con i tempi e rassegnarsi di fronte le trasformazioni della realtà.
La televisione che è servita più di Garibaldi ad unire il “belpaese”, a diffondere la lingua italiana come alternativa al dialetto siciliano, è servita anche a diffondere un certo stile di vita. Ma ha realmente cambiato più profondamente la condizione della donna?

Apparenze a parte, la donna ha sempre il un suo percorso a tappe prestabilito, deve avere la “dote” di lenzuoli e batteria di pentole (non è più obbligatoria, ma per sicurezza tutte le famiglie te la cominciano a preparare già durante l’infanzia), e quindi poi deve sposarsi perchè in caso contrario non sarà single, ma zitella, che è un termine dispregiativo per indicare una ragazza “ca un sa pigghiò nuddu” (nessuno l’ha voluta sposare), è quasi un disonore per la famiglia, e tutti i parenti dietro le spalle criticano e compiangono, dicendo “ci arristò supra a panza a so patri” (è rimasta sullo stomaco di suo padre), anche se la ragazza lavora ed è indipendente.

Fino al matrimonio è quasi impossibile che una ragazza vada a vivere da sola, se “avi a niesciri di casa” (deve uscire dalla casa di famiglia) è solo per sposarsi. Sarebbe un’onta insopportabile, questo si può giustificare solo nel caso di un lavoro fuori città, ma mai per una scelta di libertà.
La ragazza in gioventù, può uscire, ma deve sempre guardarsi dalle dicerie della gente, ci vuole poco ad essere etichettata con appellativi poco gradevoli, semplicemente perchè si è cambiato fidanzato o si esce troppo spesso.

Tra le tappe fondamentali, dopo il matrimonio ci sono i figli, perchè se non li fa è sempre colpa sua che non “ci riesce”, e il marito è visto come un “poverino”.
Poi ho già detto che esiste ancora la fuitina, il matrimonio riparatore, tutte cose che a guardare l’apparenza sembrerebbero molto lontane, ma sono ancora molto presenti.
Quindi è chiaro che non bastano i jeans stretti e la frangetta ad aver reso la donna libera.

A volte qualcuno dice che in Sicilia la società era matriarcale, perchè nell’immaginario comune si ricordano quelle belle matrone (soprattutto le anziane) come fulcro della famiglia che con forza comandavano “a bacchettone” il marito, immaginato come un vecchietto magro, col viso incartapecorito dal sole, la coppola in testa e privo della facoltà di parola.
In realtà, malgrado questa possibile interpretazione, la donna amministrava tutto, ma lo faceva sempre in nome del patriarcato, trasmettendone ai figli i valori e i principi. In questo modo, il “vecchietto raggrinzito” aveva più che altro la possibilità di farsi “i fatti suoi”, tanto il lavoro duro di casa lo faceva la moglie.

La donna palermitana ha comunque in sè una bella aggressività, che nulla ha a che vedere con l’immaginario della donna sicula muta. Ci sono dei momenti particolari, in cui si trasforma diventando quasi irriconoscibile. La voce si fa incredibilmente stridula, le mani obbligatoriamente sui fianchi. Questo avviene nel caso in cui ci sia una lite condominiale o un incidente stradale.
In questi casi lo spettacolo può essere terribile ma anche divertente. Le urla sono in falsetto. Le mogli quasi sempre fomentano i mariti alla “sciarra” (lite), si strappano i capelli, si insultano, però quasi sempre, per fortuna, alla fine non succede niente, perchè i mariti, per dare soddisfazione alla propria signora, fingono di voler venire alle mani, ma continuano a chiedere alle persone vicine di essere trattenuti “tinìtimi, tinìtimi sinnò l’ammazzo” e le mogli gridano “ammazzalo! ammazzalo”, ma poi tutti si accordano e fanno pace!

Ora veniamo alla “festa” della donna. Quella che in origine doveva essere “la giornata” della donna, un momento di lotta per difendere i propri diritti, un momento per stare insieme e confrontare le proprie esperienze, è diventato negli anni una “festa” tra le peggiori, che esprime veramente quanto poco si sia cambiato negli anni e quanto ancora c’è da fare. Il meglio che si fa con questa festa di massa è riproporre i peggiori comportamenti maschili.

Io ricordo che sarà da circa quindici anni che qui a Palermo è iniziata questa tradizione. I primi anni, l’8 di marzo, si vedevano gruppetti di donne di differenti età (le mamme, le figlie, le nonne), che vestite di tutto punto andavano a mangiare in pizzeria. Qui le signore si intrattenevano per un po’, chiacchieravano tra loro e poi tornavano a casa. Poteva essere un bel momento di condivisione, se non fosse che si limitava ancora ad una concessione dei mariti, che una volta l’anno, per la verità un pò contrariati, lasciavano uscire le mogli da sole. Dal giorno dopo tutto come prima. Quel giorno gli uomini rimanevano a casa e dovevano farsi da mangiare da soli, oppure le mamme o mogli lasciavano già tutto pronto...

Dopo un pò di anni, le cose sono cambiate. Trasformandosi in una “festa” commerciale e di massa, rappresentava l’occasione per gruppi di maschi di approfittare di uscire per “abbordare” le donne in giro da sole, che quel giorno sentendosi libere, potevano cedere più facilmente alle avances... e l’emancipazione? Boh!

Ma il top si è raggiunto negli ultimi anni, ovvero con la moda degli spogliarellisti nei locali. La città è tempestata di manifesti con le foto di questi bellocci a petto nudo e abbronzato e capelli dinoccolati sulle spalle, sui manifesti svetta tristemente il titolo “Festa della donna”. Nei locali si ha così lo spettacolo del finto “uomo oggetto”, gli animatori fanno battute maschiliste a doppio senso, e le donne ridono, e mi domando perchè. Anche nella pizzeria che non può permettersi lo spogliarellista, c’è almeno un cameriere ammiccante che magari si fa fotografare abbracciato alle clienti.

Ma la festa con lo spogliarellista è la più degradante che ci sia. Io, mio malgrado, una decina di anni fa ho vissuto questa tragicomica esperienza. Era l’8 Marzo. Sapevo di andare in un pub con le mie colleghe di università, loro conoscendo le mie idee, furono vaghe e io andai convinta ancora di trovare i gruppi di nonne, zie e nipoti. La serata fu normale, come quelle in un pub, musica, bere qualcosa etc.
Ma ad un certo punto... sentii un urlo corale disumano, stridulo, a singhiozzo, sempre più forte, una sorta di risata arrabbiata, un suono interminabile da parte di tutte le ragazze presenti nel luogo che nello stesso tempo saltarono come cavallette sui tavoli e sulle panche. Mi voltai stupita e vidi spuntare su un palchetto un giovane con capelli lunghi lisciati all’indietro da tanto gel, con canottiera a rete e pantalone attillato.

Poco dopo l’immagine sparì perchè tutta quella massa di ragazze si era affollata intorno al palco, continuando ad urlare e cercare di togliergli gli abiti di dosso. Ad ogni movenza del belloccio, l’urlo si faceva più forte, io mi sentivo impietrita, ma non per la cosa in sè, che alla fine non mi sconvolge più di tanto un uomo depilato e mutandato, ma per quella reazione incredibile. L’esibizione durò poco, fortunatamente perchè l’urlo a intermittenza la accompagnò per tutto il tempo. Io vedevo ogni tanto volare un capo di abbigliamento, un petto gommoso, un braccio abbronzato. Ma l’immagine che più mi intristì, ma che se ci penso mi fa anche ridere, fu verso la fine del piccolo show.
Tra braccia di ragazze agitate, reggiseni sventolanti etc, spuntò di nuovo il finto “uomo oggetto”, col petto ormai denudato e con... udite udite...
un ramoscello di mimosa che svettava fiero dalla mutanda leopardata...
e come direbbe Peppino De Filippo “ho detto tutto”!


Come sempre i miei post, trattano delle caratteristiche più tipiche di Palermo e che colpiscono la mia attenzione, che a volte mi intristiscono e a volte mi fanno sorridere. Fortunatamente poichè l’umanità e varia, e soprattutto si tratta di una grande città, a Palermo, come in ogni luogo, c’è tutto e il contrario di tutto. Quindi ci sono anche tante persone (donne e uomini) che riescono, magari faticando un po’, a scegliere come vivere la propria vita e ritagliarsi i propri spazi di libertà e di diversità.

Potrà interessare sapere che a Palermo per l’8 Marzo ci saranno due concerti, uno alle 21.30 di Fiorella Mannoia al Teatro Politeama e l’altro alle 18.30 del pianista Giovanni Allevi al Teatro Massimo.

sabato 21 febbraio 2009

Musica e Palermo, cantanti neomelodici.


Visto che siamo in "periodo Sanremo", parliamo della musica e Palermo.

Direte, ma come si fa a capire quel è il tipo di musica più apprezzata da così tante persone? Bisogna forse entrare nelle case dei palermitani e sentire le note che si diffondono nell’aria?
In realtà è sufficiente stare per strada e seguire i vari indizi.

Gli indizi visivi sono numerosi, se si sta un po’ attenti si vedranno dei manifestini di varie dimensioni che ritraggono i cantanti più in voga. Sono dei poster colorati, dal sapore “leggermente” kitch, che mostrano personaggi sconosciuti al resto del mondo, ma famosissimi solo a Palermo.


Ragazzotti dai capelli con frangetta che copre un occhio solo e il resto dritti dietro, o con caschetto fino all’orecchio, ovvero il classico taglio “a scussunieddu” (scusate ma non so tradurre) che qui andava tanto di moda, con meches platinate e occhiali da sole, orecchino e giacca luccicante grigia e camicia aperta sul petto, coronato da un crocifisso d’oro.
Oppure sono signorine con frangette lisce lisce o con capelli buccolosi dietro, orecchini, trucco significativo e corpetti neri lucidi un pò anni ottanta.


Non mancano anche certi uomini di mezza età con pochi capelli, ma quei pochi sono lunghi, con riccioli impomatati e dipinti color biondo-mogano. Anche questi hanno la camicia aperta sul petto che a differenza dei più giovani è fortemente ricoperto da un folto vello che tuttavia non riesce a nascondere gli enormi crocifissi d’oro penzolanti da grosse catene. I nomi sono strani, tipicamente siculi, ma spesso finiscono per “y” (tanto per darsi un tono anglosassone).

Un ignaro passante non palermitano d.o.c. si chiederà chi siano questi tanto acclamati divi, i cui manifesti sono mischiati a quelli di santi, madonne e politici (che in certi casi hanno un simile look).

A questo punto basta concentrare l’udito sulla musica soave che fuoriesce dalle automobili e non ci vuole poi molto, perchè in certi casi il volume è così alto che si potrebbe sentire anche stando a casa con le finestre (vetro-camera) chiuse.
Si sentiranno parole in dialetto napoletano cantato con stile e accento palermitano e una musica che ha lo stesso effetto che provoca andare ad Ustica con l’aliscafo quando il mare è forza 10.

E’ la cosiddetta “canzone neomelodica palermitana in lingua napoletana”. In effetti è un poco strano che questi cantanti, che sono palermitani, cantino le loro storie in lingua napoletana, ma è così, e l’effetto non è sicuramente quello della straordinaria musica classica napoletana...La musica in dialetto siciliano è considerata più per un pubblico di nicchia e intellettuale.

Questi divi neomelodici cantano con voce gorgheggiante, ma ciò che è interessante è il contenuto delle loro canzoni. Questo motiva il grande successo a livello popolare di questi personaggi. Si tratta di storie di vita vissuta nelle quali molti giovani palermitani si riconoscono. Parlano di amori contrastati, di padri che non fanno uscire le figlie adolescenti, alle quali è negata la possibilità di stare con il proprio innamorato e così sono costrette a fare la fuitina, e diventare spesso madri-bambine. Parlano di carcerati, di figli di carcerati, di delinquenza, di chi è stato rovinato dalla droga, insomma tutti argomenti che chi vive in situazioni di disagio, riconosce come propri e li apprezza.

Certo questi testi non rappresentano una denuncia reale alle situazioni di cui trattano, a volte esprimono un lamento che diventa quasi una sorta di ineluttabile condizione alla quale non si può far altro che rassegnarsi. Spesso, malgrado si narri la durezza e il dolore di una vita da criminale, si finisce per mitizzare il criminale stesso, un po’ eroe, un po’ sfortunato, un po’ vittima.
Fatto è che il successo è assicurato e chi canta queste storie è sentito molto vicino al sentimento comune.

Così girando per le vie dei mercati o dei quartieri popolari, si ascolta questa musica, “la vendono” anche con appositi carretti musicali (che nel passato erano molto più diffusi), le copie pirata divagano, ma non credo sia un problema per questi cantanti, che sono richiestissimi e hanno grandi risultati di pubblico alle tante feste di quartiere che si organizzano per ogni evento religioso.
Feste in cui le strade sono illuminate da enormi luminarie, in cui la gente sgranocchia calia e semenza (ceci e semi di zucca), mangia pane e panelle, beve birra, si diverte, approfitta del momento per una rissa tra amici, si fidanza, e soprattutto canta a squarciagola insieme ai propri idoli imitandone spesso l’abbigliamento e le pettinature.

Gli unici cantanti non palermitani che hanno ricevuto un affetto simile sono stati Gigi D’Alessio e Anna Tatangelo in coppia.
Quando fecero il loro concerto in piazza Politeama, io non ne sapevo nulla. Eravamo andati fuori dal centro città. Al nostro rientro rimasi sconvolta, sembrava un esodo, non capivo se la squadra di calcio del Palermo avesse vinto lo scudetto, se l’Italia avesse vinto i mondiali o se c’era il festino di Santa Rosalia. Tutte le vie erano piene di gente, famiglie con bambini e anziani, coppie, gruppi di amici che camminavano al centro della strada non curanti delle macchine che in effetti erano bloccate, c’erano bottiglie, carta, di tutto a terra, c’era euforia. La gente canticchiava ancora. Poi capii quale fosse il motivo di tutto questo...

Comunque a parte questo, nulla scalfisce il successo dei divi palermitani, nè Sanremo, nè X Factor, non coinvolgono polemiche su direttori artistici, canzoni orribili che destano scandalo, Bonolis o Baudo, nazional popolare e reality.

Qui il reality è tutto palermitano d.o.c ed è proprio un vero show!

Per senso di giustizia dico che fortunatamente a Palermo c’è una grande tradizione di musica jazz, poco conosciuta dai non cultori, ma sicuramente rincuorante!

mercoledì 11 febbraio 2009

Carnevale a Palermo

A Febbraio anche a Palermo si festeggia il Carnevale. Si susseguono giorni “turbolenti”.

Nelle zone più affollate della città, bisogna districarsi tra i ragazzini che tirano addosso agli impavidi passanti, farina, uova, schiuma da barba e stelle filanti in bomboletta, e poi bisogna sussultare e saltellare ad ogni passo per l’esplosione di un botto o un mortaretto.

A nessuno piace subire gli scherzetti, i ragazzini invece si divertono parecchio, però da alcuni anni, a fine carnevale, tutti dicono affranti: “non si sente più lo spirito carnevalesco di un tempo!”.

Forse perchè di anno in anno questi scherzi, se pur fastidiosi e odiosi, vanno comunque diminuendo, e quando le cose cambiano, non si sa mai se è una cosa positiva, e quello strano periodo di sospensione della normalità, di trasgressione “concessa”, quei giorni di sfogo, inventati per placare i poveri che poi dovevano rassegnarsi di nuovo alla triste quotidianità, in qualche modo rassicuravano. Ora è più difficile incanalare tutto il malessere sociale in un periodo di due tre giorni e forse questo fa più paura.
Carnevale a Palermo (2007/2008)

Considerazioni a parte, i più anziani ricordano ancora gli scherzi “innocenti” dei loro giorni di infanzia carnevalesca, il più noto era quello di “pescare”, con una lenza penzolante dai balconi, i cappelli dei passanti, che improvvisamente vedevano la loro testa denudata e lanciavano urla e ingiurie (e proprio questo divertiva i monelli dell’epoca!). Lanciavano coriandoli e talco, o attaccavano sulla schiena di ignari passanti, una coda o le corna del diavolo, per poi schernirli in coro e prepararsi rapidamente alla fuga.

C’era una certa creatività tipica di anni in cui per giocare bisognava costruirsi i giocattoli da soli.

Del Carnevale a Palermo si hanno notizie fin dal ‘600.
Il primo carro allegorico allestito in Sicilia si ebbe il 3 Marzo del 1601 proprio a Palermo, raffigurava il dio Nettuno intorno a cui danzavano delle sirene.
Il primo vero e proprio Carnevale fu voluto nel 1612 dal viceré D’Ossuna.
Sia a Palermo che a Napoli, durante il Regno delle due Sicilie, il Carnevale, pur non essendo al pari di quelli dell’itala settentrionale per coreografie e sfarzo, era comunque degno di nota per il folklore più popolare.

Vi erano recite in piazza con maschere locali e il momento più importante era la sfilata “du nannu e da nanna” due fantocci di paglia che raffiguravano il nonno e la nonna (metaforicamente il termine della vita, l’anno vecchio da sbeffeggiare, il capro espiatorio, ma anche la saggezza da rispettare, che tuttavia doveva avere la sua fine, per dare spazio alla vita nuova). Questi due personaggi dopo una sorta di processo regolare, condito anche di un testamento in cui non si risparmiavano battute pungenti a nessuno, erano condannati a morte e quindi bruciati dinanzi allo stupore e alla soddisfazione di tutti i partecipanti (a vampa du nannu e da nanna).

Nel ‘700 le celebrazioni divennero più fastose, sia per strada che all’interno dei palazzi nobiliari. Nel corso Vittorio Emanuele e in Via Maqueda sfilavano le carrozze con i nobili. Nei quartieri popolari continuava la celebrazione du nannu e da nanna, con grandi abbuffate di salsiccia e vino. Ancora oggi nei quartieri popolari, come Ballarò, si effettua la vampa du nannu e da nanna.

U nannu e a nanna. Carnevale Palermo

Dall’800 in poi a Palermo si è interrotta la tradizione di festeggiare il Carnevale con sfilate e carri. In Sicilia la tradizione non si è persa, vi sono delle cittadine come Sciacca, Acireale o Termini Imerese, famose per i loro carri allegorici e per i loro grandi festeggiamenti che attirano persone da tutto il mondo. Negli ultimi anni Palermo si sta riattivando con sfilate che coinvolgono soprattutto scuole e centri giovanili.

Quest’anno dal 19 al 24 febbraio si festeggerà il “carnevale barocco palermitano” con corteo dei figuranti, musicanti, sfilata di carri allegorici con gruppi mascherati, banda musicale, Majorettes, tamburi, sbandieratori, artisti in maschera e gruppi folkloristici della tradizione siciliana .

Carnevale Palermo (2007/2008)

Come sempre a Palermo, oltre al divertimento, ai balli, alle passeggiate in Via Libertà con i bambini vestiti da zorro o da damigella (e adesso forse da winks e gormiti), non si rinuncia mai ad una grande “mangiata”.

Le pietanze tipiche sono le lasagne cacate con ragù o sugo di salsiccia e ricotta fresca, salsiccia e carne di maiale arrostita e alla brace. I dolci più tradizionali sono il cannolo, le sfinci fritte, la pignolata (o pignoccata), le chiacchiere.

Una nota particolare va alle lasagne cacate, il cui nome davvero particolare merita una spiegazione. Sono delle larghe fettuccine con il bordo ondulato, inventate a Palermo durante il periodo aragonese. Il nome atipico per un cibo, serviva a prendere in giro le pietanze elaborate che arricchivano le tavole dei nobili.
Infatti a Palermo il termine “cacata”, a parte ciò che tutti possono immaginare, ha una serie di “sottili significati”, spesso si attribuisce a una persona, che come direbbero in altre città “ se la tira”, a Palermo diremmo anche “che si sente tutta”.
Queste lasagne adornate da un bordo merlettato, probabilmente davano l’impressione di essere un pò troppo soddisfatte del proprio aspetto, presuntuose, insomma un pò “cacate”!

giovedì 15 gennaio 2009

Voglia di mare

Queste sono foto scattate alla riserva naturale di Capo Gallo, vicino punta Barcarello (Sferracavallo). Un sentiero molto bello tra il Monte Gallo e il mare, vicinissimo a Palermo (10/15 minuti in auto).
Quando cerchiamo un pò di relax, andiamo a fare una passeggiata in questo luogo bellissimo che fa dimenticare ogni pensiero negativo, fa sognare, ci fa sentire in contatto con la natura e con noi stessi.

Subito dopo però andiamo a mangiare un bel panino con panelle o con la meusa, oppure una spaghettata alle vongole o un risotto con frutti di mare nel vicino borgo marinaro di Sferracavallo, perchè come ormai ho più volte scritto, oltre lo spirito conta anche lo stomaco!

In un prossimo post scriverò qualcosa in più rispetto alle riserve naturali che "ci circondano" e al borgo marinaro di Sferracavallo, per ora riguardo queste foto e aspetto una bella giornata per la prossima passeggiata...












lunedì 5 gennaio 2009

SEI VEGETARIANO? MANGIA PALERMITANO !!!

In English on I love Palermo

Il palermitano “manciataro d.o.c.” è abituato a “sbutriarsi” (riempirsi lo stomaco fino a scoppiare) con svariate pietanze, a volte tra le più improbabili.
Il mattino per colazione, ad esempio, non comincia la giornata con cappuccino e cornetto o il più tradizionale pane e latte, né tanto meno con le anglosassoni uova e bacon, ma apre la giornata con una “bella” arancina o ancora meglio con un “superuntuoso” panino con panelle e cazzilli.

E’ un fatto che molti ambulanti, “spacciatori di panelle”, “armati” di lapini (moto-api) dotati di “sicurissimi” fornelli con bombola a gas, scelgano come luogo per i propri affari, le scuole. “Antiche leggende” un po’ disgustose, raccontano di studenti che usavano l’olio di frittura, che abbondava nella carta in cui era avvolto il panino, come artigianale gel per i capelli, certo non troppo profumato, ma dal sicuro effetto brillantina!

Per il palermitano d.o.c., abituato a cibarsi con enormi panini “ca meusa” (uno solo non è mai sufficiente), che come unico giorno di privazione alimentare sceglie quello di Santa Lucia, in cui può riempirsi di arancine, cuccia etc, che fino a qualche anno fa, a Natale, portava addirittura il cibo in Chiesa (vedi G. Pitrè “Feste popolari siciliane”), che prima di tornare a casa per cena fa “l’aperitivo”... dallo stigghiularu, “facendosi la bocca buona” con queste interiora arrostite e condite con cipolla, e che conclude una serata con amici non con il modaiolo “cornetto di mezzanotte” ma con pezzi di rosticceria con carne, besciamella, salsiccia etc, è quindi quasi impossibile concepire diversi stili di vita e scelte alimentari alternative, insomma, i vegetariani da lui non sono ben visti...

Noi pur amando la nostra bella città e anche il buon cibo, siamo però sensibili a chi fa scelte di diverso tipo, e quindi anche se ci ritroviamo spesso a descrivere ai nostri ospiti cibi tipici, come la milza e le stigghiole, siamo felici di poter consigliare luoghi o cibi anche agli ospiti che ci comunicano la loro necessità o scelta alimentare tipo quella vegetariana.

Abbiamo così appurato che la cucina palermitana, è ricca di alternative per chi volesse non cibarsi di carne o pesce, grazie anche al fatto che trattandosi di cucina povera, è grande l’uso dei vegetali conditi in vario modo. I vegetariani possono così rallegrarsi lo stomaco con una serie di pietanze veramente buone e riccamente elaborate. Bisogna però avvisare che alcuni dolci o pezzi di rosticceria (cannoli, buccellati, brioche, etc) sono fatti con strutto, quindi sempre meglio chiedere prima.

Ed allora un piccolo elenco di piatti classici vegetariani da poter assaggiare a Palermo senza dover rinunciare al buon gusto e alla tradizione:

Antipasti:
Parmigiana di melenzane, caponata, peperonata, ficatu di sette cannula, cotolette di melanzana, frittata ai fiori di zucca, peperoni ripieni con mollica, formaggio, uvetta e pinoli.

Primi piatti:
Pasta alla norma: con salsa di pomodoro e melanzane fritte.
Pasta col macco: pasta con una sorta di purea di fave
Pasta con i broccoli arriminati (attenzione se ci sono le acciughe)
Pasta alla carrettiera
Pasta alla trapanese.
Pasta con le sarde... “a mare”.

Fast food:
Cardi , carciofi e broccoli in pastella.
Panino con panelle e crocchè
Sfincione (attenzione alle acciughe).
Arancine con besciamella e spinaci (non farsi ingannare da quelle dette “al burro” perchè contengono prosciutto), pizzette.

Secondi:
Pizze vegetariane, cuscus vegetali.

Dolci:
Tutti quelli non fritti nello strutto, tipo cassate e cassatine, gelo di mellone, gelati e granite e cremolose.

I luoghi dove trovare tutta questa bella varietà sono tanti.
Alla nostra trattoria preferita “L’ antica trattoria al Monsù” fanno un’ottima pasta alla norma e una fantastica caponata.
Un ristorante che nasce vegetariano ma che adesso cucina anche piatti a base di carne e pesce (quindi va bene per tutti) è “Il mirto e la rosa”.
Per quanto riguarda il fast food palermitano, tutta la città ne è piena, basta nominare “L’antica focacceria San Francesco”, “Franco u Vastiddaru”, “Nino u Ballerino”, “ i cuochini”, etc
Chi ama la frutta, può “rifugiarsi”al chiosco della frutta alla Cala.
Per i dolci e i gelati, la scelta è veramente ampia.

mercoledì 17 dicembre 2008

Il Buccellato, dolce di Natale

A Palermo il dolce di Natale per eccellenza è il buccellato o cucciddatu, e la versione formato mignon, i buccellatini. E’ un dolce all’apparenza semplice, a base di pasta frolla, ma racchiude in sè dei sapori che si intrecciano armoniosamente tra loro e che ci parlano di Sicilia. Fichi secchi , uva passa, pinoli, mandorle, noci, arancia etc.


La forma generalmente è a ciambella, con la parte superiore tagliata a formare dei ricami, può essere decorato da miele e pistacchi oppure da zucchero velato. I buccellatini vengono anche ricoperti da glassa bianca di zucchero e diavoletti di zucchero colorato.

Questo dolce origina dal mondo contadino, addirittura potrebbe risalire dal “panificatus” dei romani, il suo nome infatti deriva dal latino “buccellatum”, pane diviso a pezzi, bocconi.


Per quanto riguarda il ripieno, si può pensare ad un’origine araba visto che si tratta di un’associazione di sapori tipici di questa cucina.


Esistono diverse ricette di buccellato, dove possono esserci piccole variazioni, sia nella pasta frolla (si può usare burro o strutto, c’è chi mette ammoniaca, ma io lo sconsiglio), sia nel ripieno, c’è chi mischia tutto con marmellata, chi con miele, chi con un tuorlo d’uovo, c’è chi aggiunge cioccolato, cannella o chiodi di garofano. Anche la decorazione può variare.
Quella che pubblico è una ricetta che a me piace.


Ingredienti:


500 gr. di farina 00, 300 gr. di burro, 200 gr. di zucchero, 3 uova, 1 dl di latte, mezzo bicchiere di vino Marsala, 300 gr. di fichi secchi, 200 gr. di uva passa, 100 gr. di uvetta sultanina, 150 gr. di noci sgusciate, 30 gr. di pinoli, 30 gr. di scorza di arancia candita, 100 gr. di zuccata , 50gr cioccolato fondente a scaglie, 150gr di mandorle tostate, marmellata d’arancia, un pizzico di cannella.

Procedimento: impastare la farina, lo zucchero, il burro, le uova e il latte. Appena il tutto è bene amalgamato, lasciare riposare per circa un'ora nel frigorifero.
Per il ripieno triturare i fichi secchi, l'uva sultanina, l'uva passa, le noci, i pinoli, la scorza d'arancia, la zuccata, le mandorle, e la cannella, mescolare e mettere sul fuoco insieme al marsala per circa dieci minuti. Fuori dal fuoco aggiungere tre cucchiai di marmellata di arance e fare raffreddare.
Stendere la pasta (1 cm di spessore) in un rettangolo, sistemare il ripieno, distribuire le scaglie di cioccolato e avvolgere a forma di ciambella. Incidere la superficie con tagli che mostrino il ripieno.

Il buccellato deve esser adagiato su di una teglia unta ed infarinata, in forno preriscaldato a 180° per circa mezz’ora .


Si può successivamente guarnire in diversi modi:

Scaldare 4-5 cucchiaiate di miele per versarle nel buccellato in modo da renderlo lucido e guarnirlo con della frutta candita mista.


Spennellare il buccellato con un cucchiaio di marmellata d’arance sciolta nell’acqua, quindi spolverare con i pistacchi tritati e rimettere in forno per altri cinque minuti.


Spolverare il buccellato con zucchero a velo.


A voi la scelta
Far raffreddare e buon appetito!

venerdì 12 dicembre 2008

Santa Lucia

Il 13 Dicembre si festeggia Santa Lucia. La Chiesa scelse questo giorno, per celebrare la santa, il cui nome fa riferimento alla luce, per la necessità di trasformare in riti cristiani quelli che erano festeggiamenti pagani che celebravano l’inizio della rinascita del sole.

Nel calendario Gregoriano infatti il 13 dicembre coincideva con il solstizio d’inverno (il giorno più corto, nell’emisfero nord della terra), periodo in cui vi erano festeggiamenti a cui difficilmente il popolo “neocristiano” avrebbe rinunciato. La stessa cosa avvenne per il 25 dicembre (data scelta invece per celebrare il Natale) che coincideva con il solstizio d’inverno secondo il precedente calendario (Giuliano).

Il culto della Santa è anche legato al culto della dea greca Demetra (Cerere per i romani), i cui attributi principali erano il mazzo di spighe e la fiaccola, e alla quale si offriva il grano. Da qui probabilmente nasce l’antica legenda raccontata sia a Palermo che a Siracusa, secondo la quale la “vergine siracusana”, invocata durante un periodo di carestia, li salva mandando un bastimento carico di grano, che fu bollito e condito con olio per essere consumato il più rapidamente possibile, da cui l’astenzione dal mangiare farinacei durante il 13 dicembre e l’origine della tradizionale cuccìa (dolce a base di grano).

Alcuni cenni della tragica vita di Santa Lucia.

Lucia era una giovane siracusana di ricca famiglia, promessa in sposa ad un pagano. In seguito ad una grave emorragia che aveva colpito la madre Eutichia, Lucia e la madre, andarono in pellegrinaggio a Catania, per chiedere la grazia a Sant’Agata (probabilmente il 5 febbraio del 301). La ragazza fece il voto di castità e chiese alla Santa di poter dedicare la sua vita a Dio, cadde in un sonno estatico in cui le apparve la Santa, che la rassicurò circa la guarigione della madre e le chiese di dedicare la sua vita ai poveri.
Al loro ritorno la madre guarì e Lucia distribuì la sua ricca dote e tutti i suoi beni ai poveri, rinunciando al matrimonio.

Secondo leggende popolari, il fidanzato non contento, le disse che l'avrebbe sposata per avere po' della sua bellezza: così lei si strappò gli occhi e glieli diede, dicendogli che così avrebbe comunque avuto parte della sua bellezza.

Il fidanzato capì che il motivo del rifiuto era la fede cristiana di Lucia, la denunciò quindi all'arconte Pascasio, per aver disobbedito alle norme di Diocleziano che vietavano di prestare culto a Cristo.

Lucia fu arrestata e processata, e forte della sua fede dichiarò la sua cristianità, nonostante le minacce. Fu quindi portata in un lupanare per essere oltraggiata, ma nulla riuscì a spostarla dal luogo dove si trovava, molti soldati le furono addosso ma i loro sforzi erano inutili. La legarono e provarono a trascinarla con un paio di buoi, ma Lucia restava immobile come una roccia.Allora fu cosparsa di resina e pece, e data a fuoco, ma le fiamme non la bruciavano. Fu condannata alla decapitazione. Prima dell'esecuzione capitale (avvenuta il 13 dicembre 304) Lucia preannunciò sia la morte di Diocleziano, avvenuta di lì a breve, sia la fine delle persecuzioni, terminate nel 313 d.C. con l'editto di Costantino che sanciva la tolleranza religiosa e la libertà di culto.

La leggenda di Lucia nasce dal nome connesso con la luce. Secondo altre leggende gli occhi le sarebbero stati strappati dai suoi torturatori, così lei stessa se li sarebbe rimessi tornando a vedere . L’iconografia la raffigura infatti con un piatto in mano, in cui sono posti gli occhi, con un mazzo di spighe e con un pugnale conficcato in gola.

giovedì 11 dicembre 2008

La Cuccìa di Santa Lucia

You can find this recipe in English on I Love Palermo

Il nome “cuccìa” origina dal termine dialettale “cocciu” cioè chicco.
E’ una pietanza che trae origine dalla dominazione musulmana (in alcune città del Nord Africa esistono piatti molto simili con grano bollito, crema di latte e cannella).

Una leggenda palermitana fa risalire l’origine della cuccìa da un episodio avvenuto durante la dominazione spagnola in Sicilia. A Palermo ci sarebbe stato un lungo periodo di carestia, i palermitani chiesero grazia alla Santa siracusana, che fece arrivare al porto (il 13 dicembre) un bastimento carico di grano, che la gente, dalla tanta fame, non fece i tempo a macinare e a panificare , ma lo mangiò semplicemente bollito e condito con olio. Da qui la cuccìa e il “fioretto” di non mangiare pane e pasta per la commemorazione di questo evento e per rispettare la santa. I trasgressori, si diceva, sarebbero diventati ciechi come Santa Lucia.

Di fatto questa leggenda non corrisponde a verità, e in ogni caso è stata “presa in prestito” da una leggenda siracusana. Infatti anche i concittadini della santa raccontano lo stesso episodio, ricordando che nel 1646 ci fu una carestia a Siracusa (ed in effetti se proprio dobbiamo credere a queste storie, sarebbe più “logico” pensare che la santa abbia aiutato i suoi concittadini).

E’ probabile che i palermitani si siano appropriati di questo episodio, perchè da buoni amanti del cibo (ma anche un po’ superstiziosi), hanno avuto un occasione per creare un piatto molto goloso (che poco ha a che fare con la cuccìa molto semplice con olio), per fare un fioretto da “veri devoti”, non mangiando pane e pasta, ma consolandosi con una serie infinita di leccornie (arancine, gattò di patate, panelle e crocchè, cuccìa con ricotta e crema etc), preservandosi così la vista, sentendosi l’anima in pace, ma non rinunciando a deliziare lo stomaco.

La preparazione della cuccìa è quasi un rito nelle famiglie siciliane e palermitane in particolare, la tradizione vuole che questo dolce sia distribuito a familiari, amici e vicini di casa.

Ricetta tradizionale con crema di ricotta:

Ingredienti: 500gr di grano, 200gr di zucchero a velo, 1,5kg di ricotta fresca, 50gr di frutta candita (preferibilmente cedro, scorzetta d’arancia o zuccata) tagliata a pezzetti, 200gr di cioccolato fondente.

Lavorazione:
Preparare il grano: metterlo in una pentola con acqua fredda per tre giorni, cambiando l’acqua continuamente. La sera prima della festa, mettere il grano a cuocere in un tegame, coperto d’acqua con un pizzico di sale, scolarlo bene.
Preparare la crema: setacciare (si può anche passarla con il frullatore) la ricotta, aggiungere lo zucchero a velo e mescolare bene. spezzettare il cioccolato a scagliette, aggiungere alla crema la frutta candita e le scaglie di cioccolato e mescolare delicatamente (c’è anche chi aggiunge la cannella).
Infine aggiungere il grano alla crema. Si può anche riporre in frigorifero.

Ricetta con crema di latte:

Ingredienti: 500gr di grano, 120gr di amido, 1 litro e mezzo di latte, 200gr di zucchero, 200gr di cioccolato fondente, 50gr di frutta candita a pezzetti.

Lavorazione:
Preparare il grano come sopra.
Per la crema, sciogliere l’amido nel latte freddo, mescolando con una frusta, far cuocere a fuoco basso mescolando continuamente. Spegnere il fuoco non appena sarà addensato. Aggiungere il grano. Far raffreddare e unire il cioccolato ridotto a scagliette e la frutta candita a pezzetti.
Questa è una base per altri tipi di creme, al cioccolato, crema gialla ecc., con cui si può condire la cuccìa.

mercoledì 10 dicembre 2008

“Grattò chi patati”

You can find this recipe in English on I Love Palermo

Per cominciare a preparare il menù per la festa di Santa Lucia, ecco la ricetta del gattò di patate, che insieme alle arancine e alla cuccìa, sono i “simboli culinari” di questo giorno, in cui si cercano alimenti da sostituire al pane e alla pasta.

Il “gattò di patate”
si mangia per la festa di Santa Lucia, il 13 Dicembre, ma è un ottimo piatto per tutti i periodi dell’anno, qui a Palermo lo chiamiamo anche “Grattò chi patati”. Il nome deriva dal termine francese “gateau” che vuol dire torta.

Il gattò, tipico piatto della cucina povera, è un tortino di purea di patate con all’interno rimasugli di salumi e formaggi da consumare. Ma la versione che nel tempo è diventata più dominante (anche se meno povera), è quella con all’interno un ragù molto denso (lo stesso che si usa per le arancine). Ognuno può comunque sperimentare diverse varianti lasciando libero spazio alla propria fantasia (ad esempio con prosciutto e scamorza, spinaci e salsiccia, etc).

Ingredienti:
2 Kg di patate vecchie, 2 uova, 50gr di formaggio grattugiato (meglio caciocavallo, ma va bene anche parmigiano), prezzemolo, pangrattato, olio extravergine d’oliva.
Per il ripieno: 500gr di tritato, 1 scatola di pomodori pelati o di concentrato di pomodoro, 200gr di piselli fini surgelati, 1 cipolla, noce moscata, 1 foglia di alloro, mezzo bicchiere di vino, un cucchiaino di zucchero.

Lavorazione:
Lessare le patate con la buccia. Quando sono cotte e ancora calde, pelarle e schiacciarle. Aggiungere due uova, il formaggio e il prezzemolo triturato. Impastare bene il tutto, se risulta troppo morbido, aggiungere pangrattato.
Nel mentre far dorare nell’olio extra vergine d’oliva, una cipolla triturata, aggiungere il tritato, sfumare successivamente con il vino. Aggiungere poi i pelati precedentemente spezzettati o il concentrato (e poca acqua). Grattugiare della noce moscata, aggiungere una foglia di alloro, sale e pepe secondo il gusto e un cucchiaino di zucchero. Far cucinare per circa 30 minuti. Aggiungere quindi i piselli e far cucinare fino a quando questi non saranno morbidi. Il ragù dovrà risultare abbastanza denso.

A questo punto, ungere una teglia con l’olio e spolverarla con il pangrattato. Dividere in due parti l’impasto di patate, Con una parte foderare la teglia, condire con il ragù, con il restante impasto coprire il tutto. Ungere la superficie del gattò con dell’olio e spianarla con le mani, spolverare infine con pangrattato. Inserire in forno caldo a 180 gradi per circa 45 minuti (fino a quando non si sarà formata in superficie una crosticina dorata). Buon appetito

sabato 6 dicembre 2008

"A Maruonna" e... sfinci fatte in casa

L’8 dicembre è la festa dell’immacolata concezione, che qui a Palermo si chiama solamente “A Maruonna”.

Per il giorno della Immacolata concezione, i più fedeli o i curiosi possono assistere ad alcuni riti particolari legati al culto mariano.


Per tutta la serata del 7 dicembre c’è una sorta di pellegrinaggio verso la Chiesa di san Francesco d’Assisi, dove si trova, sull’altare, un quadro dell’immacolata assunta in cielo, e un tempietto in cui è conservato il simulacro d’argento della Vergine Immacolata.

Il giorno successivo, l’8 dicembre, c’è la processione “da' Marunnuzza”. Dalla Chiesa di san Francesco d’Assisi, viene uscito il simulacro della madonna e portato lungo Corso Vittorio Emanuele e Via Roma fino alla colonna votiva in Piazza San Domenico, dove con l’ausilio dei Vigili del fuoco si offrono fiori alla madonna.
Da lì il simulacro viene portato sino alla Cattedrale dove si svolge la cerimonia dell’ offerta degli scudi d’argento (che la Giunta comunale dona per il culto dell’Immacolata).
Dalla Cattedrale si ritorna indietro verso la chiesa di san Francesco d’Assisi.Nella piazza antistante l’ingresso alla basilica, il simulacro si ferma, dopo uno squillo di tromba i “portatori” entrano in Chiesa urlando sulle note della “banda”.

Di certo non tutti partecipano a questa processione, la stragrande maggioranza dei palermitani si gode soprattutto i piaceri della gola e la compagnia di amici e familiari, riunendosi la sera della vigilia per giocare a carte e mangiare sfincione, baccalà e dolci vari (tra cui le “sfinci”). In alcune case si comincia ad allestire l’albero di Natale o il Presepe.

Sfinci fatte in casa (i dosaggi sono orientativi, perchè alla fine si fa “ad occhio”):

ingredienti: 150gr di farina 0, 300gr di patate lesse, 25gr di lievito (per pane), acqua, 1 cucchiaio di zucchero.

Mescolare in una contenitore alto (l’impasto aumenterà di volume) la farina, le patate lesse e precedentemente schiacciate e il cucchiaio di zucchero. Aggiungere acqua a poco alla volta formando un’ impasto denso ma morbido, alla fine aggiungere il lievito, impastare con forza. Coprire il contenitore con una tovaglia e lasciare lievitare per almeno mezz’ora. Far riscaldare in un pentolino abbondante olio extra vergine d’oliva. Versare l’impasto a una cucchiaiata alla volta, fino a formare tante frittelle che si gonfieranno. Quando saranno dorate riporle in un vassoio con carta assorbente, e poi passarle in un contenitore con dello zucchero fino a ricoprirne tutta la superficie.
Blog Widget by LinkWithin