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giovedì 20 novembre 2008

A fuitina

La fuitina è un fenomeno di costume tipico della Sicilia e di Palermo.
Questo fenomeno avveniva soprattutto nel passato, ma in altre forme e con differenti modalità avviene ancora oggi (anche se circoscritto nei quartieri più popolari, che comunque raccolgono una grossa fetta del popolo palermitano).

La fuitina potrebbe somigliare a quella che in altri luoghi viene detta fuga d’amore, due innamorati contrastati dalle famiglie che scappano per coronare il loro amore.

In realtà il fenomeno di cui parliamo è un po’ più controverso e complesso.
Il termine fuitina riassume differenti comportamenti.
La fuga d’amore è uno di questi, ma non ne rappresenta al pieno la sua la peculiarità.
L’elemento scatenante principale è il fattore economico e sociale.

Capitava infatti che fuggissero coppie “fidanzate in casa” da anni, col benestare delle famiglie.
Se mancava il contrasto cosa giustificava la fuga?
Spesso queste coppie erano costrette ad aspettare tanti anni prima di potersi sposare per diversi motivi.

Ad esempio era possibile che si attendessero i matrimoni di altri fratelli o sorelle maggiori (era d’uso che ci fosse una sorta di graduatoria per sposarsi. Prima le donne, dopo i fratelli maschi, poi secondo l’età).
Se si aveva la “sfortuna” di avere una sorella maggiore “zitella” l’attesa poteva protrarsi per molto tempo.

Altri motivi erano legati al fattore economico. Il matrimonio costava (e costa tutt’oggi) molto, sia il giorno in sé (ed ancora oggi molte famiglie si indebitano pur di fare una bella figura), ma anche tutto quello che comportava la stipula di questo contratto. Le famiglie si accordavano sulla dote (“a duota”), di cui la sposina doveva essere in possesso (in genere biancheria ricamata), o la casa e il mobilio che spesso toccavano al futuro sposo (oltre che uno stipendio fisso).

Spesso serviva del tempo per mettere da parte il denaro necessario e se si era in un momento di ristrettezze (se per esempio la famiglia stava già spendendo molti soldi per organizzare il matrimonio di un altro congiunto) il matrimonio veniva posticipato.

Così avveniva “il bello”, il colpo di scena, cioè quello che rende peculiare la fuitina: la complicità delle stesse famiglie.
Nella maggior parte dei casi , complice dei fuggiaschi (“fuiuti”) era una sola delle due famiglie coinvolte, quella in maggiori difficoltà, ma capitavano addirittura casi in cui entrambe le famiglie erano complici e un po’ come in una farsa teatrale, ognuno recitava la propria parte.

Spesso le famiglie si rendevano conto delle difficoltà dei futuri sposi (ad esempio la madre della ragazza temeva l’avanzare dell’età della figlia) o avevano un reale problema economico, ma se avessero optato per un matrimonio meno fastoso e più frettoloso, “la gente”,avrebbe pensato male (che erano poveri, indebitati etc, oppure potevano dubitare dell’”integrità” morale della sposina che “magari poteva essere già incinta”, vista la rapidità delle nozze). Tutto ciò avrebbe colpito l’orgoglio delle famiglie, che per salvarsi rispetto all’occhio e alla bocca di popolo, preferivano sfruttare l’opportunità che la fuitina dava per risparmiare, per affrettare i tempi, per salvare l’onore delle famiglie (prima disonorato e poi riparato).

C’erano altri casi per cui gli innamorati non potevano sposarsi o almeno “fidanzarsi in casa”. La minore età, qualche contrasto tra famiglie, oppure l’impossibilità a frequentarsi perché per qualche caso della sorte, mancavano madri o zie che sorvegliassero i due giovani durante il fidanzamento.
In questi ed altri casi si organizzava la fuga, ma quasi sempre con la complicità di qualche parente.

La fuitina si svolgeva secondo le medesime modalità.
I due si organizzavano tramite bigliettini consegnati dai complici (fortunatamente niente a che vedere con i “pizzini” più noti oggi…), si davano appuntamento e scappavano (spesso venivano ospitati da una nonna , una zia o una delle due famiglie), “consumavano il matrimonio” (pena il possibile fallimento di tutto).
Seguiva la telefonata del fidanzato alla famiglia di lei (“buongiorno mi fuivu a so figghia”) con relativa arrabbiatura del padre, “sdillinchio”(attacco finto isterico) della madre (che spesso sapeva tutto), riunione di famiglia. Lo sposino avvisava anche la propria famiglia e anche lì insulti vari (ma di minore intensità).
Poi un parente si sarebbe “immischiato” per trovare un accordo e far riappacificare tutti.
Quindi avveniva l’incontro, dove volava qualche simbolico ceffone, e poi tutti si abbracciavano piangendo, mangiavano pasticcini e decidevano che i due si sarebbero dovuti sposare in fretta (ancora meglio se c’era un bebè in arrivo).
Così la faccia era salvata e il portafoglio pure.

La ragazza fuiuta doveva sposarsi subito, perché in caso contrario, se fosse accaduto un problema e il matrimonio non fosse andato in porto, sarebbe stata disonorata per sempre e nessuno l’avrebbe mai più sposata.
Il ragazzo capace di compiere tale gesto era guardato con rispetto da tutti perché faceva un atto eclatante, e soprattutto voleva riparare al più presto “assumendosi le sue responsabilità” dimostrando di “curarsi dell’onore della fidanzata e delle famiglie”.

Certo parliamo di altri tempi in cui a scegliere per il corpo e per la vita di una donna erano tutti tranne che la donna stessa. Oggi anche qui fortunatamente qualcosa è cambiato (ma permangono ancora forti strascichi tipici del patriarcato).

Nel corso del tempo vennero definiti col termine fuitina altri i fenomeni un po’ diversi.
Per una diversa libertà di costumi dovuta ai mutamenti sociali che inevitabilmente toccarono anche la Sicilia (le ragazze uscivano di casa per andare a scuola o a lavorare), i giovani innamorati avevano più facilità ad incontrarsi da soli e poteva capitava di incorrere in una gravidanza imprevista. In questi casi, la coppia confessava e il maschio “riparava” sposandosi. Così le famiglie un po’ per giustificarsi dicevano “sinni fuieru” (sono fuggiti), ma questo in realtà è un fenomeno più moderno che nulla ha a che vedere con la rocambolesca, eclatante, concepita come un gesto quasi “cavalleresco” fuitina originale.

Oggi il fenomeno fuitina è inesistente nei ceti medio-alti, per un cambiamento socioculturale. I giovani hanno modo di incontrarsi, fidanzarsi, vivere insieme e se devono aspettare è solo per trovare un lavoro non precario. Ma soprattutto per le donne (per cui il matrimonio rappresentava nel passato l’unica possibilità di libertà rispetto alla vita prima del matrimonio) oggi è possibile svolgere una vita sociale con maggiore libertà (lavorare, studiare, viaggiare, uscire da sola o con un ragazzo etc) anche da non sposate, ed avere una diversa consapevolezza di sé.
Le donne hanno più libertà di scelta e il loro onore non è più legato a certi tipi di concetti “tribali”.

Una mentalità tradizionalista, malgrado tutti questi cambiamenti e una libertà apparente è comunque ancora esistente e diffusa in ogni ceto sociale, e a maggior ragione si radicalizza negli ambienti più arretrati.

In alcuni quartieri popolari, di fatto si usano le stesse modalità di quarant’anni fa, anche se le ragazze sembrano più libere e si vestono alla moda.
Può capitare che le ragazze a tredici anni siano già donne di casa perfette e soprattutto senza prospettive di emancipazione personale, ed hanno ancora come unico scopo di rivalsa sociale il matrimonio. Decidono quindi di affrettare i tempi, perché piuttosto che occuparsi della casa o dei figli dei propri genitori, possono curarsi della propria (tanto prima o poi sempre quello sarà il proprio destino). E così ancora si ricorre alla tipica fuitina e a tutta la farsa che ne consegue.

martedì 28 ottobre 2008

Palermo vista da noi.

Teatro Massimo


Camminando per le vie della nostra città, a volte restiamo colpiti da alcuni particolari che magari fino al giorno prima, non avevamo notato.

Dei piccoli tesori nascosti, delle stranezze mimetizzate tra le cose più comuni che a prima vista sono quelle che prevalgono e colpiscono l’attenzione di un passante distratto.

Ci sono delle ricchezze ormai degradate dal tempo, che però continuano a mantenere il loro fascino,

chiese decadenti, balconi decorati, vicoli misteriosi, bancarelle con prodotti di ogni genere,

muri segnati dal tempo o da frasi d’amore, manifesti di santi e di politici, vie dagli strani nomi, Chiese trasformate in negozi,

alberi che si abbracciano, o comunque particolari di Monumenti, di Chiese.


E’ interessante poter osservare questi piccoli aspetti, seguire un percorso diverso, farsi guidare dalla città. E a Palermo, veramente ogni angolo può nascondere qualcosa di misterioso, curioso o gustoso da vedere. Basta solo fare attenzione, dimenticare per qualche istante la vita frenetica della grande città, lasciarsi trasportare dalla fantasia.



Palermo seen by us

Walking through the streets of our city, sometimes we remain impressed by some details that maybe until the day before, we had not noticed.


Some small hidden treasures, strange things camouflaged among the most common things that at first sight are those that prevail and affect the attention of a passing distracted.

There are wealth deteriorated by the time, but still retain their charm, decadent churches,

decorated balconies, mysterious alleys,

walls marked by time or by phrases of love, posters of saints and politicians.

Streets with strange names, churches converted into shops, trees that hug,

or details of Monuments and Churches.

Teatro Massimo


It is interesting to observe these small details, follow a different path, be guided by the city. And in Palermo, really every corner can hide something mysterious, curious to see. Just be careful, forgetting for a moment the hectic life of the great city, let carried by the imagination.








foto di Massimo Russo

lunedì 20 ottobre 2008

Canti e Cantilene

Nella memoria a volte si trovano conservati dei ricordi di canti e nenie che ascoltavamo da bambini, spesso cantati con ritmo lento dagli anziani per allietare o per impressionare i più piccoli in modo che stessero buoni per un po’. Oppure le così dette “conte”, quelle cantilene che si usavano per determinare chi, in un gruppo di ragazzini, doveva giocare per primo…
Oppure quei canti lamentosi che nel passato servivano a ingraziarsi Dio o i Santi, soprattutto per far piovere, in una terra come la Sicilia, dove la siccità era un vero problema per la sussistenza. Canti che raccontano di quell’evolversi dei culti pagani, in una nuova veste cattolica, un po’ superstiziosa e non proprio ortodossa, tipica delle classi popolari.
Qui ne riporto alcuni veramente antichi (con relativa traduzione e motivazione), quasi dimenticati, sempre grazie all’apporto di mia madre, Emilia Merenda, vera “memoria storica”.

Evelin

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Maria lavava Giuseppi stinniva, bambinu chianciva ca’ latti vuliva. Zittuti figghiu ca ora ti pigghiu, ti rugnu la nennè, ca pani nun ci nn’è.

( “Maria lavava i panni, Giuseppe li stendeva, il bambinello piangeva poiché voleva il latte. Stai zitto figlio mio, che ora ti prendo in braccio, ti do il seno, perché non c’è pane”. E’ una ninna nanna natalizia. )

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Signuruzzu chiuviti chiuviti, i campagneddu su’ morti di siti e mannatini una bona, senza lampi e senza trona.

( “Signore fate piovere, le campagne sono morte di sete, ma mandate una buona pioggia, senza lampi e tuoni”. Serviva a ingraziarsi Dio per una pioggia che però non rovinasse i campi.)

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Lampi e trona vattinni a rassu, chista è a casa i santu Ignazziu, santu Ignazziu e san Simuni, chista è a casa i nostru Signori.

(“Lampi e tuoni state lontani, questa è la casa di Sant’ Ignazio, Sant’ Ignazio e San Simone, questa è la casa del Signore”. Serviva a ingraziarsi Dio, sempre a tenere lontani i pericolosi temporali, per tramite dei due santi)

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Chiovi chiovi ‘a pasta chi fasoli, Ninu si vagna ‘a coppula i so’ nannu, so’ nannu muriu, e chiddu chi vosi Diu.

(“Piove piove, la pasta con i fagioli, Nino si bagna la coppola-cappello- di suo nonno, suo nonno è morto, è quello che ha voluto Dio” Cantilena sulla pioggia, con riferimento alla ineluttabilità della volontà divina, tipico del fatalismo siciliano)

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Dumani è duminica, tagghiamu a testa Minicu, Minicu nun c’è, tagghiamu a testa o’ Re, ‘u Re è malatu, tagghiamu ‘a testa o’ surdatu, u’ surdatu và a la guerra e va’ runa u’ culu ‘nterra.-

(“Domani è domenica, tagliamo la testa a Minico-diminuitivo del nome Domenico-, Domenico non c’è, tagliamo la testa al Re, il Re è malato, tagliamo la testa al soldato, il soldato va in guerra e va a finire col sedere a terra- cade o muore”. Scioglilingua o conta, con critica alla guerra e alle classi nobiliari, alla fine il Re si salva e il soldato in ogni caso avrà una brutta fine)

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Spignula spignula maistrina, ‘na paletta e na’ riggina, riggina e na’ palumma tiritituppi e nesci fora, fora quaranta tuttu ‘lu munnu canta, canta lu addu affacciatu alla finestra, cu tri palummi ‘ntesta, addu e addina Palermu e Missina.

(“Cuci cuci sartina, una paletta e una regina, regina e una colomba tiritituppi- suono onomatopeico- ed esci fuori, fuori quaranta e tutto il mondo canta, canta il gallo affacciato alla finestra, con tre colombe in testa, gallo e gallina, Palermo e Messina”. E’ una “conta” usata dai ragazzini per gioco)

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Sutta u’ lettu da ‘za Cicca, c’è ‘na atta sicca sicca, a cu’ chianci e a cu’ riri, sa v’ha licca.

(“Sotto il letto della zia Cicca, c’è una gatta magra, magra, colui che piange o che ride andrà a leccarla”. Cantilena disgustosa che si cantava ai bambini per convincerli, con particolare tecnica psicologica, a farli rimanere in silenzio per il tempo più lungo possibile, a chi non riusciva l’impresa, l’onere della stravagante punizione, per fortuna solo immaginaria!)
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