sabato 21 febbraio 2009

Musica e Palermo, cantanti neomelodici.


Visto che siamo in "periodo Sanremo", parliamo della musica e Palermo.

Direte, ma come si fa a capire quel è il tipo di musica più apprezzata da così tante persone? Bisogna forse entrare nelle case dei palermitani e sentire le note che si diffondono nell’aria?
In realtà è sufficiente stare per strada e seguire i vari indizi.

Gli indizi visivi sono numerosi, se si sta un po’ attenti si vedranno dei manifestini di varie dimensioni che ritraggono i cantanti più in voga. Sono dei poster colorati, dal sapore “leggermente” kitch, che mostrano personaggi sconosciuti al resto del mondo, ma famosissimi solo a Palermo.


Ragazzotti dai capelli con frangetta che copre un occhio solo e il resto dritti dietro, o con caschetto fino all’orecchio, ovvero il classico taglio “a scussunieddu” (scusate ma non so tradurre) che qui andava tanto di moda, con meches platinate e occhiali da sole, orecchino e giacca luccicante grigia e camicia aperta sul petto, coronato da un crocifisso d’oro.
Oppure sono signorine con frangette lisce lisce o con capelli buccolosi dietro, orecchini, trucco significativo e corpetti neri lucidi un pò anni ottanta.


Non mancano anche certi uomini di mezza età con pochi capelli, ma quei pochi sono lunghi, con riccioli impomatati e dipinti color biondo-mogano. Anche questi hanno la camicia aperta sul petto che a differenza dei più giovani è fortemente ricoperto da un folto vello che tuttavia non riesce a nascondere gli enormi crocifissi d’oro penzolanti da grosse catene. I nomi sono strani, tipicamente siculi, ma spesso finiscono per “y” (tanto per darsi un tono anglosassone).

Un ignaro passante non palermitano d.o.c. si chiederà chi siano questi tanto acclamati divi, i cui manifesti sono mischiati a quelli di santi, madonne e politici (che in certi casi hanno un simile look).

A questo punto basta concentrare l’udito sulla musica soave che fuoriesce dalle automobili e non ci vuole poi molto, perchè in certi casi il volume è così alto che si potrebbe sentire anche stando a casa con le finestre (vetro-camera) chiuse.
Si sentiranno parole in dialetto napoletano cantato con stile e accento palermitano e una musica che ha lo stesso effetto che provoca andare ad Ustica con l’aliscafo quando il mare è forza 10.

E’ la cosiddetta “canzone neomelodica palermitana in lingua napoletana”. In effetti è un poco strano che questi cantanti, che sono palermitani, cantino le loro storie in lingua napoletana, ma è così, e l’effetto non è sicuramente quello della straordinaria musica classica napoletana...La musica in dialetto siciliano è considerata più per un pubblico di nicchia e intellettuale.

Questi divi neomelodici cantano con voce gorgheggiante, ma ciò che è interessante è il contenuto delle loro canzoni. Questo motiva il grande successo a livello popolare di questi personaggi. Si tratta di storie di vita vissuta nelle quali molti giovani palermitani si riconoscono. Parlano di amori contrastati, di padri che non fanno uscire le figlie adolescenti, alle quali è negata la possibilità di stare con il proprio innamorato e così sono costrette a fare la fuitina, e diventare spesso madri-bambine. Parlano di carcerati, di figli di carcerati, di delinquenza, di chi è stato rovinato dalla droga, insomma tutti argomenti che chi vive in situazioni di disagio, riconosce come propri e li apprezza.

Certo questi testi non rappresentano una denuncia reale alle situazioni di cui trattano, a volte esprimono un lamento che diventa quasi una sorta di ineluttabile condizione alla quale non si può far altro che rassegnarsi. Spesso, malgrado si narri la durezza e il dolore di una vita da criminale, si finisce per mitizzare il criminale stesso, un po’ eroe, un po’ sfortunato, un po’ vittima.
Fatto è che il successo è assicurato e chi canta queste storie è sentito molto vicino al sentimento comune.

Così girando per le vie dei mercati o dei quartieri popolari, si ascolta questa musica, “la vendono” anche con appositi carretti musicali (che nel passato erano molto più diffusi), le copie pirata divagano, ma non credo sia un problema per questi cantanti, che sono richiestissimi e hanno grandi risultati di pubblico alle tante feste di quartiere che si organizzano per ogni evento religioso.
Feste in cui le strade sono illuminate da enormi luminarie, in cui la gente sgranocchia calia e semenza (ceci e semi di zucca), mangia pane e panelle, beve birra, si diverte, approfitta del momento per una rissa tra amici, si fidanza, e soprattutto canta a squarciagola insieme ai propri idoli imitandone spesso l’abbigliamento e le pettinature.

Gli unici cantanti non palermitani che hanno ricevuto un affetto simile sono stati Gigi D’Alessio e Anna Tatangelo in coppia.
Quando fecero il loro concerto in piazza Politeama, io non ne sapevo nulla. Eravamo andati fuori dal centro città. Al nostro rientro rimasi sconvolta, sembrava un esodo, non capivo se la squadra di calcio del Palermo avesse vinto lo scudetto, se l’Italia avesse vinto i mondiali o se c’era il festino di Santa Rosalia. Tutte le vie erano piene di gente, famiglie con bambini e anziani, coppie, gruppi di amici che camminavano al centro della strada non curanti delle macchine che in effetti erano bloccate, c’erano bottiglie, carta, di tutto a terra, c’era euforia. La gente canticchiava ancora. Poi capii quale fosse il motivo di tutto questo...

Comunque a parte questo, nulla scalfisce il successo dei divi palermitani, nè Sanremo, nè X Factor, non coinvolgono polemiche su direttori artistici, canzoni orribili che destano scandalo, Bonolis o Baudo, nazional popolare e reality.

Qui il reality è tutto palermitano d.o.c ed è proprio un vero show!

Per senso di giustizia dico che fortunatamente a Palermo c’è una grande tradizione di musica jazz, poco conosciuta dai non cultori, ma sicuramente rincuorante!

venerdì 13 febbraio 2009

San Valentino. Amore e business!

A San Valentino si può dissacrare su ciò che ruota intorno al sentimento dell’amore?
Io che le feste e le tradizioni amo studiarle, conoscerle, approfondirle perchè credo ci dicano molto riguardo alla storia degli esseri umani, ma per la verità un po’ meno praticarle, mi permetto di provarci con un po’ di leggerezza e di ironia.

Amore e business a Palermo:

Qualche decennio fa, a Palermo come in altri luoghi d’Italia e non solo, non sempre ci si sposava per amore. Spesso si era costretti a farlo o ci si rassegnava. Come ho scritto riguardo alla fuitina, spesso la priorità era data agli interessi economici (e non solo tra la gente ricca), un matrimonio perfetto poteva essere “sconsato” (buttato all’aria) per una coperta in più o in meno...
Un altro aspetto fondamentale era l’onore della famiglia e il giudizio della gente.

C’è un episodio che riguarda un mio parente e che mi fa sorridere (un po’ cinicamente, devo dire) che si svolse a Palermo negli anni ’40 ed è rappresentativo di quello che poteva significare l’intreccio tra onore, economia, famiglia e matrimonio.

C’era un giovanotto di circa vent’anni, di bell’aspetto, ben vestito e come si usava dire “assistimato” (in possesso di un lavoro che gli permetteva di poter metter su famiglia). Il giovanotto in questione passeggiava per le belle vie del centro ed un giorno notò una ragazza affacciata ad un balcone. Fu un colpo di fulmine, sebbene a distanza di qualche metro. Per giorni passò e ripassò sotto quel balcone sorridendo e sospirando. La signorina a sua volta lo guardava, ma si nascondeva velocemente dietro le tende per non apparire troppo spavalda. Il giovanotto, visto che a quei tempi bastavano pochi segnali per capirsi, e i tempi dell’amore erano più rapidi di oggi, mandò un bigliettino all’amata dichiarando il proprio sentimento e la ragazza ricambiò con un altro biglietto.

Per farla breve il giovanotto si recò col padre dalla famiglia della fanciulla a “spiegare il matrimonio” (fidanzarsi e accordarsi su tutti i particolari). Si accomodarono insieme ai genitori della fanciulla in un bel salottino in stile rococò e l’accordo fu subito raggiunto. Tutto era perfetto, si dissertò riguardo alla dote e all’illibatezza della futura sposina che non era mai uscita di casa da sola, e sul lavoro ben remunerativo del ragazzo. Si strinsero tutti la mano. Il fidanzamento era fatto. Ah, mancava solo un particolare, finalmente i due giovani potevano incontrarsi. La futura suocera andò in un’ altra stanza a chiamare la figliola.

Il giovanotto fremeva dall’emozione. Si aprì la porta e... quell’entusiasmo si trasformò in terrore.
E se un balcone era stato galeotto, questa volta era stato anche burlone. La ragazza vista da vicino non era “l’angelo bruno” tanto sognato, ma una signorina attempatella (per quei tempi), di almeno dieci anni più grande del giovanotto, ed era parecchio bruttina. Il suo sorriso mostrava la mancanza di qualche dente ed era così timorata da non pronunciare nemmeno una parola.
Il ragazzo rimase impietrito e frenò, per buona educazione, la voglia di fuggire.

Tornato a casa rivelò la propria sensazione al padre. Ma questi rispose, “figghiu miu un putemu fare sta malafiura, stu matrimonio oramai savi a fari” (figlio mio non possiamo fare questa cattiva figura, devi sposarti malgrado tutto!). Ed il matrimonio si fece e durò per tutta la vita, ma i sogni di quel giovane si interruppero quel giorno! Della sposina non so nulla perchè questo fu un “segreto” che lo sposino deluso rivelò solo a pochi familiari. E l’amore? Non c’entrava poi molto con il matrimonio, quello era un business.

Negli anni a seguire le cose sono cambiate. Adesso ci si sposa per amore, ma il matrimonio rimane sempre un business. Anzi direi che a Palermo, dove l’economia gira veramente poco, il matrimonio è uno dei pochi eventi che fanno aumentare il PIL.
Qui la enorme quantità di matrimoni fa aumentare la media in tutt’Italia. Ce ne sono tantissimi al giorno. Il primo rigorosamente in Chiesa, ma anche i successivi sebbene si debba rinunciare alle belle Chiese barocche, vengono festeggiati con sfarzo, per la serie che visto che è il giorno più bello della vita, perchè non ripeterlo?

Per il matrimonio si farebbe di tutto, si va in banca a fare veri e propri mutui.
La sposina si sottopone a trattamenti estetici interminabili, fino ad arrivare al trucco finale che la trasforma completamente, cerone da teatro, ciglia e sopracciglia finte, bocca disegnata, occhi allungati, insomma un’altra persona. I capelli, per un anno almeno, non si devono accorciare, per permettere poi l’effettuarsi di acconciature arrotolate o boccolute. E poi le diete estreme per stringersi in corpetti rigidi coperti di macramè che un mese dopo sono solo un lontano ricordo insieme ai lunghi boccoli (quasi tutte le sposine, non so perchè, tagliano radicalmente i capelli subito dopo il matrimonio).
Lo sposo subisce minori torture, ma il suo aspetto sarà comunque bizzarro. Sfoggerà abiti ottocenteschi con giacca lunga e setificata, gilet, cravatte grosse come foulard, capelli pieni di gel (un po’ “stile il padrino”).

La cerimonia avverrà in una delle Chiese più belle della città (Casa Professa è la più gettonata) che i preti per l’occasione “affittano” a tariffe supersalate (anche lo spirito è fatto di carne).
Il luogo adibito alla “mangiata” dipende dalla moda del periodo.
Negli anni ’80 nacquero come funghi le così dette “sale ricevimento”. Delle sale grandi addobbate in stile barocco un po’ kitch, con colonnine neoclassiche e grandi quadri che rappresentavano fontane o cascate. Gli sposi venivano posizionati su un tavolo rialzato con spesso una grossa conchiglia alle spalle, tra una portata e l’altra ci si lanciava in danze appassionate.
Negli anni a seguire divennero di moda le grandi ville gattopardesche che perdendo la loro identità vennero tutte trasformate in sale per matrimoni. Fu “abolita” ogni danza perchè ritenuta “tascia” (poco fine), e dopo i tanti milioni spesi per menù avanguardistici creati da grandi chef, gli ospiti a fine serata andavano a mangiarsi un panino con la milza perchè dicevano “sugnu riunu, ma chi manciammu? un si capiu nienti” (ho digiunato perchè non ho compreso nulla di ciò che ci hanno propinato).
Una moda degli ultimi tempi è l’agriturismo, che fa sentire più “radical chic” e poi gli ospiti possono abbuffarsi con pietanze più comprensibili.
Ora i “super chic” che dispongono di proprie ville e giardini optano per superlussuosi catering, sperando solo che non li colpisca un bell’acquazzone. A fine serata organizzano feste “tipo discoteca”, solo per giovani, dimenticando tutto annegandosi nell’alcol, dopo aver rigorosamente mandato a casa nonnini e vecchie zie.

Ma la cosa che più mi colpisce di tutto il matrimonio è il cosiddetto “filmino del matrimonio”. O meglio la successiva tortura per amici e parenti che andranno a far visita ai neosposini, trasformandosi in veri e propri gruppi d’ascolto.
Un tempo il filmino era una sorta di documentario dell’evento. Ora è un vero film.
Insomma se prima il filmino era funzionale al matrimonio, ora è il matrimonio ad essere funzionale al filmino.

Il “fotografo” con velleità da regista dirige tutti come fossero attori. E anche gli sposi entrano in quel ruolo. Forse perchè non hanno la forza per ribellarsi o forse perchè tutti sognano prima o poi di sfondare nello spettacolo, si comportano come attori navigati degni del premio oscar. Sorrisi e sguardi “alla beautiful”, pose da copertina glamour, disinvoltura incredibile. Il fotografo decide come devono muoversi, cosa fare, dove guardare, non si muove una foglia senza il suo consenso.
Gli sposi a quel punto, come fossero al “grande fratello” sono disposti a tutto, corrono, si inseguono, lui prende in braccio lei, fanno l’altalena, anche le più timide mostrano la giarrettiera, si baciano a comando, rincorrono i parenti, urlano, ridono, fanno tutto ciò che la fantasia dell’ “aspirante Spielberg” del momento gli comanda. Ho visto scene di sposini seduti sul tetto della macchina in movimento, corsette con abbracci finali e salti degni di “ballando con le stelle” ripetuti più e più volte finchè non “riuscivano bene”.

Da un po’ di anni c’è una nuova moda, quella di fare le foto in posa di sera davanti ai più bei monumenti della città. Così passeggiando per Palermo si vedono questi set improvvisati. Tutto il cast è pronto. Gli sposini stanchi, ormai spettinati, con le pance traboccanti e i piedi gonfi, ma ancora nel loro ruolo di attori, i loro amici tutti agghindati che li osservano o partecipano come comparse alle scene, lo staff di fotografi che allontanano i passanti che curiosi osservano le riprese.
A vederlo esternamente è proprio una cosa stravagante!

Il risultato finale è un vero e proprio film che dura circa un’ ora e mezza, con musiche melodiche standardizzate, dove si vede di tutto tranne che il matrimonio. Tutti coloro che li guardano fingono grande entusiasmo, ma hanno preso almeno cinque caffè per reggere la situazione!

A fine evento le famiglie hanno speso un vero capitale, per le Chiese degli avidi preti, per le ville e il cibo, per parrrucchieri, estetisti, dietologi, abiti di gran classe, gioielli etc. Per noleggio auto, addobbi floreali, foto e video, confetti e bomboniere, alberghi e crociere di nozze.
Ma alla fine si sentono soddisfatti e sono pronti a dimenticare che ancora oggi l’amore può diventare un grosso business!

Una piccola chicca sanvalentinesca: racconta il Pitrè che a Modica le “zitelle” per sapere se si sarebbero sposate, e conoscere approssimativamente le fattezze del futuro sposo, la vigilia di San Valentino, si affacciavano alla finestra mezz’ora prima che sorgesse il sole. Se in quella mezz’ora passava un uomo, le nozze erano certe e le fattezze e l’età del passante avrebbero presagito quelle del futuro marito. Se non passava nessuno... niente matrimonio!

Si diceva:
“San Valintinu
Lu zitu è vicinu”.
Ed anche:
“San Valintinu
Primavera è vicinu”.

Qusta notte sconsiglio le interessate di imitare le donne di Modica, c’è il temporale e un freddo gelido, si rischierebbe l’influenza per aspettare un povero disgraziato che all’alba correrà sotto la pioggia, tutto imbacuccato, che con aria ostile starà per immergersi nel traffico per andare a lavorare! Non sarebbe proprio di buon auspicio!

mercoledì 11 febbraio 2009

Carnevale a Palermo

A Febbraio anche a Palermo si festeggia il Carnevale. Si susseguono giorni “turbolenti”.

Nelle zone più affollate della città, bisogna districarsi tra i ragazzini che tirano addosso agli impavidi passanti, farina, uova, schiuma da barba e stelle filanti in bomboletta, e poi bisogna sussultare e saltellare ad ogni passo per l’esplosione di un botto o un mortaretto.

A nessuno piace subire gli scherzetti, i ragazzini invece si divertono parecchio, però da alcuni anni, a fine carnevale, tutti dicono affranti: “non si sente più lo spirito carnevalesco di un tempo!”.

Forse perchè di anno in anno questi scherzi, se pur fastidiosi e odiosi, vanno comunque diminuendo, e quando le cose cambiano, non si sa mai se è una cosa positiva, e quello strano periodo di sospensione della normalità, di trasgressione “concessa”, quei giorni di sfogo, inventati per placare i poveri che poi dovevano rassegnarsi di nuovo alla triste quotidianità, in qualche modo rassicuravano. Ora è più difficile incanalare tutto il malessere sociale in un periodo di due tre giorni e forse questo fa più paura.
Carnevale a Palermo (2007/2008)

Considerazioni a parte, i più anziani ricordano ancora gli scherzi “innocenti” dei loro giorni di infanzia carnevalesca, il più noto era quello di “pescare”, con una lenza penzolante dai balconi, i cappelli dei passanti, che improvvisamente vedevano la loro testa denudata e lanciavano urla e ingiurie (e proprio questo divertiva i monelli dell’epoca!). Lanciavano coriandoli e talco, o attaccavano sulla schiena di ignari passanti, una coda o le corna del diavolo, per poi schernirli in coro e prepararsi rapidamente alla fuga.

C’era una certa creatività tipica di anni in cui per giocare bisognava costruirsi i giocattoli da soli.

Del Carnevale a Palermo si hanno notizie fin dal ‘600.
Il primo carro allegorico allestito in Sicilia si ebbe il 3 Marzo del 1601 proprio a Palermo, raffigurava il dio Nettuno intorno a cui danzavano delle sirene.
Il primo vero e proprio Carnevale fu voluto nel 1612 dal viceré D’Ossuna.
Sia a Palermo che a Napoli, durante il Regno delle due Sicilie, il Carnevale, pur non essendo al pari di quelli dell’itala settentrionale per coreografie e sfarzo, era comunque degno di nota per il folklore più popolare.

Vi erano recite in piazza con maschere locali e il momento più importante era la sfilata “du nannu e da nanna” due fantocci di paglia che raffiguravano il nonno e la nonna (metaforicamente il termine della vita, l’anno vecchio da sbeffeggiare, il capro espiatorio, ma anche la saggezza da rispettare, che tuttavia doveva avere la sua fine, per dare spazio alla vita nuova). Questi due personaggi dopo una sorta di processo regolare, condito anche di un testamento in cui non si risparmiavano battute pungenti a nessuno, erano condannati a morte e quindi bruciati dinanzi allo stupore e alla soddisfazione di tutti i partecipanti (a vampa du nannu e da nanna).

Nel ‘700 le celebrazioni divennero più fastose, sia per strada che all’interno dei palazzi nobiliari. Nel corso Vittorio Emanuele e in Via Maqueda sfilavano le carrozze con i nobili. Nei quartieri popolari continuava la celebrazione du nannu e da nanna, con grandi abbuffate di salsiccia e vino. Ancora oggi nei quartieri popolari, come Ballarò, si effettua la vampa du nannu e da nanna.

U nannu e a nanna. Carnevale Palermo

Dall’800 in poi a Palermo si è interrotta la tradizione di festeggiare il Carnevale con sfilate e carri. In Sicilia la tradizione non si è persa, vi sono delle cittadine come Sciacca, Acireale o Termini Imerese, famose per i loro carri allegorici e per i loro grandi festeggiamenti che attirano persone da tutto il mondo. Negli ultimi anni Palermo si sta riattivando con sfilate che coinvolgono soprattutto scuole e centri giovanili.

Quest’anno dal 19 al 24 febbraio si festeggerà il “carnevale barocco palermitano” con corteo dei figuranti, musicanti, sfilata di carri allegorici con gruppi mascherati, banda musicale, Majorettes, tamburi, sbandieratori, artisti in maschera e gruppi folkloristici della tradizione siciliana .

Carnevale Palermo (2007/2008)

Come sempre a Palermo, oltre al divertimento, ai balli, alle passeggiate in Via Libertà con i bambini vestiti da zorro o da damigella (e adesso forse da winks e gormiti), non si rinuncia mai ad una grande “mangiata”.

Le pietanze tipiche sono le lasagne cacate con ragù o sugo di salsiccia e ricotta fresca, salsiccia e carne di maiale arrostita e alla brace. I dolci più tradizionali sono il cannolo, le sfinci fritte, la pignolata (o pignoccata), le chiacchiere.

Una nota particolare va alle lasagne cacate, il cui nome davvero particolare merita una spiegazione. Sono delle larghe fettuccine con il bordo ondulato, inventate a Palermo durante il periodo aragonese. Il nome atipico per un cibo, serviva a prendere in giro le pietanze elaborate che arricchivano le tavole dei nobili.
Infatti a Palermo il termine “cacata”, a parte ciò che tutti possono immaginare, ha una serie di “sottili significati”, spesso si attribuisce a una persona, che come direbbero in altre città “ se la tira”, a Palermo diremmo anche “che si sente tutta”.
Queste lasagne adornate da un bordo merlettato, probabilmente davano l’impressione di essere un pò troppo soddisfatte del proprio aspetto, presuntuose, insomma un pò “cacate”!

martedì 3 febbraio 2009

Il Cannolo. Dolce di Carnevale e...non solo

in English on I Love Palermo

Uno dei dolci siciliani più famosi è il cannolo. Nasce come dolce tipico di carnevale ma si trova nelle pasticcerie in tutti i giorni dell’anno, anche in versione ridotta “i cannulicchi”.



Ultimamente, il cannolo è salito alla ribalta nazionale grazie a Totò vasa vasa (bacia bacia), il quale avendo come unico scopo della sua vita quello di rendere “alto” il nome della Sicilia nel mondo, decise di offrire una bella “Guantiera” (vassoio) di cannoli a tutti i suoi amici per “festeggiare" . Grazie a questo suo atto è riuscito a far vedere come in Sicilia ci sono dolci buoni, insomma... una bellissima operazione di marketing, come quella che aveva fatto già prima per pubblicizzare il tipico cappello siciliano, la coppola.

Ma io che amo i cannoli, quando devo mangiarli, cerco di rimuovere questo episodio, per evitare che mi facciano indigesto, perchè anche lo stomaco solido da palermitana d.o.c. ha i suoi punti deboli.

Il cannolo prende il suo nome dal termine “canna”, che è un arbusto con fusto cilindrico e vuoto, ma che in Sicilia è anche il rubinetto tipico degli abbeveratoi di un tempo, a forma appunto di canna.

Questo dolce fu inventato in un monastero di Palermo, dove per fare uno scherzo di carnevale, un prete mattacchione, fece uscire da uno di quei rubinetti la crema di ricotta al posto dell’acqua. Nessuno sa l’effetto che ebbe questo innocente scherzo nel malcapitato che aspettandosi un sorso d’acqua si vide arrivare della bianca crema, ma sicuramente l’invenzione del famoso dolce fu la più nobile conseguenza.

Il cannolo è composto da una “scorcia” (buccia), di cialda di forma cilindrica e di colore bruno, fritta nella “saimi” (strutto) con all’interno un ripieno di crema di ricotta di pecora. Per non dimenticare il tipico stile barocco tanto amato dai palermitani, è adornato con pezzetti di frutta candita, adagiati sulla ricotta che fuoriesce dalle due estremità. I cannoli vengono ormai esportati fuori dai confini della nostra isola, in questo caso però la cialda è al suo interno ricoperta di cioccolato, che serve a non far perdere la sua particolare friabilità con il contatto diretto con la ricotta. In altri casi la ricotta è condita con i canditi, ma a Palermo i canditi sono solo una guarnizione, la ricotta è arricchita solo con scaglie di cioccolato.

Il cannolo siciliano si trova in tutte le pasticcerie palermitane (e siciliane), ma tutti riconoscono che i migliori cannoli si trovano a Piana degli Albanesi, un piccolo centro a soli 24 Km da Palermo, fondato nel 1488 da un gruppo di profughi albanesi sfuggiti all'armata turca. Un luogo molto bello da visitare e da scoprire per le particolari tradizioni, per la sua storia, oltre che per gustare i cannoli più grandi e più buoni della Sicilia. A Piana durante il periodo di Carnevale fanno ogni anno una sagra del cannolo, quest’anno sarà il 10 Febbraio, distribuiranno circa 10.000 cannoli gratis, sarà un’occasione bellissima, sperando solo di non incontrare “qualcuno” travestito per carnevale con coppola e finto baffone modello siciliano, con una guantiera di cannoli in mano, per i turisti però potrebbe essere un attrazione in più, lo capisco.

Ecco adesso la ricetta:

La ricetta che ho scelto di pubblicare è quella originale di Piana degli Albanesi, dove viene usato lo strutto sia per l’impasto che per la frittura della “scorcia”. Alcuni però usano sostituirlo col burro (per l’impasto) e l’olio d’oliva (per la frittura).

I vegetariani che preferiscono non incappare nel grasso animale, possono fare questa sostituzione o se vogliono mangiarlo in una delle tanto rinomate pasticcerie palermitane, devono prima informarsi.

Per fare la forma del cannolo occorrono 10 cilindri di canne di bambù, di metallo o di legno lunghi 12 cm e di 3 cm di diametro, leggermente unti d'olio.

Scorcia di cannoli. (Foto di Judy Witts)

Per la cialda (scorcia):

200 gr di farina per dolci, 2 cucchiaini di zucchero, 20 gr. di strutto, 2 cucchiai di marsala, 2 cucchiaini di cacao, un pizzico di sale.

Per il ripieno: 1 Kg. di ricotta fresca di pecora, 600 gr. di zucchero, 1 bustina di vaniglia, scaglie di cioccolato fondente, 100 gr. di scorza di arancia candita.

Mescolare la farina con lo strutto, il marsala, lo zucchero e un pizzico di sale e impastate bene, si otterrà una pasta molle e compatta. Farla riposare per mezz’ora. Spianatela col mattarello a foglie sottilissime e ricavatene dei quadrati di 10 cm circa per lato, che avvolgerete diagonalmente, attorno ad un cilindro metallico o un bastoncino di legno. Saldate bene i lembi della pasta con una goccia d'acqua e friggere in un tegamino in olio bollente (o nello strutto). Mettere le scorcie in carta assorbente e attendete che siano fredde prima di togliere con molta cura il bastoncino che ne mantiene la forma.
Mescolare la ricotta con lo zucchero e la vaniglia. Setacciare (o frullare) e successivamente aggiungere le scaglie di cioccolato e mescolare delicatamente.

In fine riempire le cialde di cannolo con la crema di ricotta e guarnire con fettine di arancia candita o ciliegie candite. Spolverizzare i cannoli con zucchero a velo.


ALTRI PREMI

Ringrazio per questi graditissimi premi Germana e questa volta li giro a chi, tra i nostri preziosissimi lettori, vorrà pubblicarli.




giovedì 29 gennaio 2009

Il Pani ca meusa, il re del "fast food" palermitano

Prima di leggere se volete potete guardare questo video che è un vero “cult” della palermitanità.



Ed ecco finalmente la storia del “re del fast food palermitano”: u pani ca meusa (il pane con la milza).

Vagando per Palermo è possibile vedere dei capannelli di gente. Cosa stanno facendo? C’è forse una protesta o una raccolta di firme? No, è più probabile che davanti a loro ci sia un venditore ambulante di panino con milza, anche chiamato “meusaro” (da milza) o “vastiddaro” (da vastedda che altro non è che il tipo di pane, il cui nome proviene dal francese antico “gastel”).
Il vastiddaro non ha bisogno di “abbanniare” (bandire urlando) la sua merce, perché basta il profumo che emana ad attirare la sua clientela.

Questo panino così unico, esclusivo di Palermo, che può essere odiato (dai vegetariani, dai dietologi, da chi non mangia interiora, dai deboli di stomaco o gli schifiltosi) o amato (dai palermitani d.o.c, dagli impavidi, dai curiosi) ha una storia molto particolare, che è un esempio di come le diverse culture e religioni possano convivere e fondersi insieme, esprimendo risultati positivi, insomma secondo me il panino ca meusa è il simbolo di una possibile interetnicità e quindi il simbolo di ciò che di buono è stata la città di Palermo. Sarebbe meravigliosa una manifestazione antirazzista, interculturale etc in cui tutti agitassero in aria con orgoglio il proprio panino ca meusa (ok, ora mi sto un po’ esaltando…).

L’origine di questa pietanza è antica. A Palermo nel quartiere del Seralcadio (la parte alta dell’odierno mercato del Capo) era presente una grossa comunità ebraica di origini spagnole, fino al 1492 (anno in cui Ferdinando II di Aragona il cattolico, li fece cacciare dalla città).
Con l’arrivo degli ebrei e già prima dei saraceni (nell’ 827), si diffusero delle norme igieniche e alimentari che trovavano fondamento nelle loro religioni.
Ad esempio non si poteva usare grasso animale (da cui l’introduzione dell’uso dell’olio d’oliva) e non si poteva accostare la carne cotta al latte e i suoi derivati etc.

Ma la creatività degli ebrei, musulmani, cristiani etc di Palermo (certo, prima che intervenisse quel “buonuomo” di Ferdinando II) superava ogni differenza facendo di “necessità” virtù.

Nel quartiere ebraico del Seralcadio (nella piazzetta dei “caldumai”, che significa venditori di interiora) era ubicato il macello cittadino (fino al 1837). In questo macello veniva anche prodotta “a saimi” (lo strutto, dallo spagnolo “saim”) che veniva poi esportata in tutti i possedimenti spagnoli.

Molti ebrei erano dediti all’arte della macellazione, il bestiame veniva abbattuto seguendo una certa ritualità alla presenza di rabbini o imam (se si trattava di musulmani). I macellai però non potevano ricevere un compenso per il loro mestiere (un po’ atroce), perché la loro religione lo vietava. Come ricompensa trattenevano per sé le interiora dell’animale, da cui potevano ricavare un guadagno.

Inventarono così una pietanza riservata ai cristiani, composta da frattaglie bollite, condite con ricotta o formaggio, unite al pane, da mangiare per strada con le mani (secondo un usanza trasmessa dai musulmani). Tutti così erano accontentati, c’era chi poteva guadagnare senza contravvenire alle proprie tradizioni e chi poteva mangiare un ottimo, nutriente ed economico panino (in tempi in cui era difficile per il popolo mangiare a base di carne).

Dopo la scomparsa della comunità ebraica, la loro attività fu continuata dai locali “caciuttari” che già erano dediti alla vendita di un panino inzuppato nello strutto caldo e condito con ricotta e formaggio. I caciuttari (divenuti a questo punto meusari) acquistavano al macello le frattaglie, che prima bollite e poi soffritte nello strutto venivano aggiunte al loro panino con formaggio.

Oggi il meusaro continua la propria attività tramandandosela di padre in figlio, è un mestiere remunerativo poiché anche se il costo di ogni panino è veramente basso (circa 1, 50 €), possono contare sulla quantità che a Palermo è assicurata.
I più famosi sono Ninu u ballarinu di corso Livuzza (Via Finocchiaro Aprile), i Basile della Vucciria, L’antica focacceria di Porta Carbone (alla Cala), Francu u Vastiddaru in corso Vittorio Emanuele (Piazza Marina) e la famosissima Antica Focacceria San Francesco (nell’omonima piazza).

Se vi capiterà di acquistare un panino ca meusa, vi verrà sicuramente posta una domanda : "schietta o maritata?" (Single o sposata?). Sembra strano ma c'è una spiegazione (anzi ce ne sono diverse), la più accreditata è questa: schietta vuol dire che si desidera un panino con la sola milza (magari con una spruzzatina di limone), maritata è con l'aggiunta di caciocavallo e ricotta (probabilmente dall'unione della milza con la bianca ricotta, che simboleggia la sposa).

Gli strumenti del mestiere sono un fornello, un padellone inclinato, una schiumarola, un forchettone a due denti e un coltellaccio che fortunatamente serve soltanto ad affettare sottilmente la milza, lo "scannaruzzato" (esofago e trachea)e il polmone (perchè si dice milza... ma dentro c'è molto di più).

Il meusaro è dotato di un grembiule bianco (solo in origine) e una unta “mappina” (strofinaccio), dove asciuga le proprie mani, ma non bisogna impressionarsi perché a volte la troppa igiene fa anche male, bisogna abituare la flora batterica, e non c’è miglior modo per farlo che chiudere gli occhi e addentare un panino “ca meusa”.

Quando tutti parlavano di aviaria, a Palermo come dappertutto, nessuno mangiò più pollo e uova, ma quando si diffuse il terrore della muccapazza, magari non si comprava più la fettina di carne, ma proprio a nessuno passò in mente di rinunciare al panino ca meusa!

Un altro momento che avrebbe potuto minare il successo del panino con la milza e di tutto il fast food palermitano, è stata l’importazione del Mac Donald dalle giganti insegne colorate e dagli orribili panini con carne congelata e salsine dai gusti artificiali.

C’era chi temeva la scomparsa del tanto amato panino e chi invece ipotizzava il fallimento immediato del Mac Donald.
I palermitani stupirono tutti, accogliendo con affetto lo straniero congelato, ma non rinunciando ai più tradizionali e unti panini nostrani, mostrando così il proprio amore per la tradizione, un’atavica apertura mentale ed una indubbia propensione all’ingurgitare di tutto e senza limiti, insomma abbiamo continuato ad onorare il famoso detto: “a panza è biddicchia / chiùssai ci nni metti / chiùssai si stinnicchia!” (la pancia è bellina, più la riempi e più si allarga).

lunedì 26 gennaio 2009

Strani mestieri: "l’arriffaturi"

Leggendo un libro sugli antichi mestieri di strada siciliani, acquistato in una delle bancarelle di Via Libertà, mi è ritornato in mente una particolare attività commerciale di antiche origini, ma tuttora esistente, che mi ha sempre affascinata, quella dell’arriffaturi.

Bisogna partire da una considerazione, a Palermo c’è tanta disoccupazione, in realtà però ciò che manca non è il lavoro, ma... gli stipendi e la “messa in regola”.

I siciliani sono spesso stati accusati di “lagnusia” (pigrizia), in realtà a parte uno stile di vita un po’ più “lento” del normale e una innata stanchezza (ricorderete Ficarra e Picone in “Nati stanchi”), dovuta forse al clima un po’ caldo che stimola un necessario bisogno di siesta, una gran voglia di mare e “scampagnate”, e il culto per il Bar, i siciliani in realtà hanno grande attitudine al lavoro (lo hanno dimostrato anche emigrando e svolgendo lavori umili, ma anche di grande professionalità) ed anche una particolare creatività nell’inventare strani mestieri.

Uno di questi è l’arriffaturi, in italiano, sorteggiatore. Si tratta di un uomo che organizza una personale lotteria, spesso dotato di lapino (moto ape).

Qui urge una parentesi dedicata a questo mezzo di trasporto che è uno dei più amati e usati dai palermitani d.o.c.

Il lapino o “a lapa” vieneo usato per svolgere mestieri di vario genere, lo usa il panellaro dotandolo di fornello a gas e padellone, lo usa appunto l’arriffaturi, tenendo spesso lo sportello aperto, lo usa il raccoglitore di ferro e quello di cartone e soprattutto lo usano i traslocatori, che come fossero tutti organizzati in un franchising, appongono sulla parte superiore della loro lapa, un cartellino con su scritta (con pennarello rosso o blu), una frase che nella sua sinteticità esprime tutto: “sbarazzo magazzini” (svuoto e riordino magazzini).
La moto ape in più si può adattare anche per i momenti di svago, utile per trasportare la famiglia a mare e tutto il necessario per l’occasione (“muluni”-anguria-, teglia di pasta al forno, ombrelloni, tenda da campeggio per il cambio costume, tavolini e sedia a sdraio per la nonna) o anche usata come “podio” per osservare un po’ rialzati i giochi di fuoco, magari mangiando babbaluci (lumachine con aglio e oglio), durante il Festino di Santa Rosalia.

Ma torniamo ora all’arriffaturi. Questo è un mestiere che un po’ come quello del notaio o del farmacista, si tramanda di padre in figlio, diciamo che esiste anche “la Casta” degli arriffaturi.
Nel loro quartiere giornalmente, vendono dei bigliettini numerati a tutti i negozianti e agli avventori. Successivamente, perché è importante svolgere il tutto “alla luce del sole”, fanno estrarre ad un bambino appositamente bendato, il numero vincente. La somma o la merce precedentemente stabilita, viene data a chi è dotato del numero vincente (una percentuale ovviamente rimane all’arriffaturi).

L’uso della motoape si attua nelle diverse fasi in cui si svolge questo mestiere: prima fase, l’arriffaturi si va spostando per le vie del quartiere tenendo lo sportello aperto e un piede penzolante e con un megafono in mano urla “accattativi i nummari, accattativi i nummari!!!” (comprate i biglietti numerati) ed elencando spesso la merce in palio “Vinci tre chila i sasizza, un muluni etc” (potresti vincere tre chili di salsiccia e un’anguria”). Seconda fase, ferma la moto ape e sceglie il bambino che estrarrà il numero. Di nuovo col megafono urla “tira u nummaru u figghiu ru carnizzieri” (estrarrà il numero il figlio del macellaio”). Terza fase, gira per il quartiere annunciando il numero “nisciu u treccientocinquantaquattru, cu l’aviiii?” (è stato estratto il numero 354, chi lo possiede?). Quarta fase, dopo aver dato il premio al vincitore, per non destare sospetti riguardo la propria onestà, gira nuovamente per le vie del quartiere urlando al megafono il nome del vincitore “u pigghiò a signora Maria!!!” (ha vinto la signora Maria).

Certo, non sarà un lavoro del tutto legale, ma bisogna riconoscerne la grande originalità! Altro che il Bingo!

giovedì 22 gennaio 2009

La pasta e i palermitani

I palermitani, quando si tratta di mangiare, mettono in moto non solo i denti e lo stomaco, ma anche il cervello…
Cosa intendo con questo? Bisogna svelare delle verità, che forse non tutti sanno.

I Palermitani hanno fatto delle invenzioni gastronomiche che sono entrate nella storia (in alcuni casi l’importante è esserne convinti!).

Qui a Palermo è infatti stato inventato il gelato, gli spaghetti e udite udite anche il Mac Donald, nel senso che il Signor Mac Donald sarà venuto in gita nella conca d’oro e vedendo come funzionava il fast food palermitano a base di milza, panelle e sfincionello, avrà pensato di provarci oltreoceano e poi in tutto il mondo, con ingredienti tra l’altro più scadenti, facendo una grande fortuna e senza darcene mai il merito.

Ma poiché il cuore dei palermitani è grande, quando hanno esportato il Mac Donald anche a Palermo, non si è boicottato l’ingrato taroccatore, ma lo si è accettato con grande entusiasmo (soprattutto i piccoli palermitanini d.o.c.)…
Tanto nel nostro stomaco c’è spazio per tutto…

Comunque, dissertazioni a parte, oggi mi interessa l’invenzione della pasta, anzi degli spaghetti, e le sue conseguenze.

Un geografo arabo di Ruggero II di Sicilia, di nome Al-Idrisi ne “Il diletto per chi desidera girare il mondo o Libro di Ruggero” testo del 1154, scrive che a Trabia, un paese a 30 km da Palermo, c’erano molti mulini dove si fabbricava la pasta a fili (chiaramente gli spaghetti) chiamata in arabo itrya. Questa pasta veniva commerciata per via navale in tutto il Mediterraneo, entrando così nella storia e in tutte le tavole degli italiani.

Quindi è storicamente accertato che gli spaghetti sono “cosa nostra”, ehm, scusate l’umorismo un po’ cinico…

La pasta, tipica della cucina povera popolana, è molto amata perché basta un po’ di cacio o di “muddica atturrata” (pan grattato abbrustolito) per renderla gustosa.
Una frase tipica è “che ci voli a calare du fila ri pasta?” il cui significato è che la pasta va bene in tutte le occasioni, perché costa poco e si cucina velocemente, anche se non si tratta proprio “di due fili” , infatti l’unità di misura usata è “un lemmu”, una zuppiera molto capiente, perchè la quantità non va mai sottovalutata!

Un’ abitudine tuttora esistente è quella di spezzare in due gli spaghetti, questa nasce dai tempi in cui la pasta veniva acquistata sfusa, gli spaghetti arrivavano direttamente dai mulini della città ed erano piegati ad U perché al pastificio venivano messi ad essiccare sulle canne. Prima di essere messa in pentola, per facilitarne la cottura, la pasta veniva spezzata.
Uno dei mulini più noti della città si chiamava Virga, si trovava vicino la Stazione Centrale, e riforniva "i pastari" (punti vendita) di tutta la città. In Via Re Federico (vicino dove abitiamo noi) c'era un pastificio, solitamente la pasta veniva messa sulle canne ad asciugare all'aperto, affascinando così grandi e bambini del quartiere

Ma la cosa che più mi incuriosisce è un’altra. Con spaghetti spesso si definisce la pasta in generale, ma per il palermitano d.o.c. che mantiene le antiche tradizioni, la pasta è una vera “istituzione” e ci sono dei condimenti che vanno tassativamente abbinati a particolari tipi di pasta, una trasgressione sarebbe impensabile.

Se si dice pasta al forno è impossibile pensare ad altro tipo di pasta se non gli anelletti, o la famosa pasta con le sarde è esclusivamente fatta col maccarruncino (bucato)…

Ed ecco qui un elenco completo di abbinamenti!

MARGHERITA (lasagna stretta arricciata dai due lati): con l’anciova e con la ricotta in bianco.
MARGHERITA SPEZZATA: con i tenerumi e con i cavoli a minestra
LASAGNETTA RICCIA (vampaciuscia o «lasagna cacata»): con sugo di salsiccia e cotenne e aggiunta di ricotta
BUCATO (maccarruncinu): con le sarde, con i broccoli arriminati e sparaceddi assassunati.
SPAGHETTI: con aglio e oglio e con il pomodoro fresco, alla carrettiera, alla norma.
SPAGHETTI SPEZZATI: con il brodo, con i legumi
DITALI (attuppateddi ): con i fagioli
DITALINI (picciriddi ): con le lenticchie
TEMPESTINA (spizzieddu ): con il brodo di carne
LINGUINE SPEZZATE (tagghiarina ): con la scarola a minestra e pezzetti di caciocavallo
ANELLETTI: con il ragù e i piselli al forno

martedì 20 gennaio 2009

Premi

Siamo stati un pò di giorni senza il computer che abbiamo portato da un tecnico (nostro carissimo amico) perchè dava problemi, e visto che non si sono ancora risolti, tra un pò lo dovremo riportare ancora a riparare. E' stato un pò strano non poter scrivere sul blog o visitare gli altri blog, vederne gli aggiornamenti, leggerne i post. Insomma mi siete mancati un pò tutti. In più il computer è fondamentale anche per il nostro lavoro (prenotazioni, richieste etc), quindi spero che questi problemi si possano risolvere presto, di buono c'è che ho approfittato del tempo in più per dipingere!

In questi giorni abbiamo ricevuto dei premi graditissimi, da parte di Angela e di Luca e Sabrina, che vogliamo ringraziare tanto.

Vi mandiamo un caloroso abbraccio!
Ecco i premi di Angela con i quali premiamo: Sapori Divini, Angolo cottura, Immmagini, Turismo lento e Sabatino di Giuliano






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giovedì 15 gennaio 2009

Voglia di mare

Queste sono foto scattate alla riserva naturale di Capo Gallo, vicino punta Barcarello (Sferracavallo). Un sentiero molto bello tra il Monte Gallo e il mare, vicinissimo a Palermo (10/15 minuti in auto).
Quando cerchiamo un pò di relax, andiamo a fare una passeggiata in questo luogo bellissimo che fa dimenticare ogni pensiero negativo, fa sognare, ci fa sentire in contatto con la natura e con noi stessi.

Subito dopo però andiamo a mangiare un bel panino con panelle o con la meusa, oppure una spaghettata alle vongole o un risotto con frutti di mare nel vicino borgo marinaro di Sferracavallo, perchè come ormai ho più volte scritto, oltre lo spirito conta anche lo stomaco!

In un prossimo post scriverò qualcosa in più rispetto alle riserve naturali che "ci circondano" e al borgo marinaro di Sferracavallo, per ora riguardo queste foto e aspetto una bella giornata per la prossima passeggiata...












martedì 13 gennaio 2009

Palermo, accoglienza ospitalità e ...

Visto che l’ospitalità siciliana è “il nostro stile di vita”, ecco un po’ di ironia e di “rivelazioni” su questo tema!

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I palermitani sono “noti al mondo” per la loro accoglienza e ospitalità.
Questo dono molto importante ha comunque le sue contraddizioni, offusca i pregiudizi nei confronti del diverso che purtroppo esistono anche nel palermitano e quindi va meglio raccontato.

Palermo è nella sue origini una città “multietnica” e i palermitani hanno nei loro geni l’arabo, il normanno, il francese, lo spagnolo, il piemontese etc. Basta vedere i suoi abitanti dotati di tratti somatici tanto contrastanti fra loro. Gente alta e dagli occhi cerulei, altra dalla pelle olivastra, altra con capelli nerissimi e pelle bianchissima, etc, frutto delle diverse colonizzazioni succedutesi nei secoli. Insomma pur esistendo il palermitano d.o.c. (e già è quanto dire), fortunatamente non esiste il palermitano “puro”, anzi il palermitano d.o.c. è proprio il frutto di un mischiarsi di diverse culture, che in una strana alchimia, hanno creato “un essere” che ama mangiare il panino con la milza, creare traffico in automobile, e che è convinto di essere l’abitante della città più bella del mondo.

Forse è anche per questa storia, che fa parte di un “bagaglio inconscio del palermitano”, forse per l’impronta lasciata da Federico II, imperatore noto per aver mantenuto alla sua corte “menti” e “collaboratori” di diverse etnie da cui era fortemente influenzato, che hanno contribuito a rendere così bella e fascinosa la nostra città (certo è meno noto per essere un sanguinario uccisore di donne, ma questa è una caratteristica che non ha differenziazioni etniche), comunque sarà per questo che i palermitani sono molto aperti nei confronti degli stranieri e dei propri ospiti, che amano accogliere e ricevere con ogni possibile cerimonia, servire come fossero dei re, coccolare e sostenere come fossero dei bebè, riempire di cibo fino a farli scoppiare.

In tutte “le migliori famiglie palermitane” si ricorderà il trambusto creatosi per l’attesa di ospiti stranieri, magari un parente emigrato in Americazuela (è così che si definisce l’america latina in genere), o gli amici di un figlio andato “dà fuora” (all’estero) a studiare. O anche semplicemente un conoscente che proviene dal nord del continente, indistintamente detto “u milanesi” (il milanese).

In questi casi si fa la spesa come quella prenatalizia, gli si offre la camera matrimoniale sfoderando le lenzuola di lino ricamate della “dote”, nuove, nuove perchè tutti le devono avere, ma nessuno le usa mai “perchè sono difficili da stirare, i ricami danno fastidio, meglio quelle del mercatino”.
E poi lo si porta a mangiare fuori, a Sferracavalo per il pesce, a Mondello per i frutti di mare e pane e panelle, a Piana degli Albanesi perchè “come fanno il cannolo lì...”, e poi il panino con la milza non può mancare, e la caponatina della nonna, e le arancine da Ganci..., insomma questo amico andrà via con dieci chili (in due giorni) in più, amato come mai in tutta la sua vita, con i segnali dei ricami delle federe tatuati nel viso, con il bisogno di una dieta purificatrice, ma con la voglia irrefrenabile di ritornare ancora in Sicilia.

Noi ricordiamo una nostra “ospite svizzera” venuta a Palermo in vacanza da sola, un giorno tornò a casa stranita ma felice. Per il forte caldo mentre passeggiava in città, ebbe un giramento di testa e si poggiò un attimo su una parete di un palazzo, nel giro di pochi secondi, aveva una folla di gente intorno, chi con una sedia, chi con acqua , chi dotato di succo di frutta, e voci intorno che chiedevano “signorina come stare? Volere acqua?”, perchè si sa, agli stranieri bisogna parlare all’infinito...

Questo però è bene specificarlo, avviene con i turisti, gli emiri dotati di multimiliardario panfilo, gli amici di passaggio. In questi casi si tira fuori l’amore per le diversità, l’amore per la comunicazione (soprattutto quella gestuale, l’inglese non lo parla nessuno perchè non serve “ai palermitani li capiscono tutti, perchè sanno parlare con le mani”), ma anche ammettiamolo uno spirito un po’ “suddito”, in fondo gli stranieri storicamente erano sempre dei dominatori... (e i “capi” indigeni non si dovevano coccolare ma piuttosto temere...).

Se però si comincia a “minacciare” un trasferimento nella città più bella del mondo, le cose cominciano a cambiare... Lì inizia il sospetto, la diffidenza, ma in un modo un po’ particolare, non troppo diretto. Lo straniero è visto sempre come un bambino da guidare, viene chiamato “amico”, ma viene guardato dall’alto in basso come dire “anzi ringrazia che si aiutiamo...”, ma di queste contraddizioni ne parlerò alla prossima puntata.

domenica 11 gennaio 2009

Fabrizio De Andrè

(foto presa da internet)



Anche noi ricordiamo Fabrizio De Andrè
Massimo e Evelin


SE TI TAGLIASSERO A PEZZETTI

Se ti tagliassero a pezzetti
il vento li raccoglierebbe
il regno dei ragni cucirebbe la pelle
e la luna tesserebbe i capelli e il viso
e il polline di Dio di Dio il sorriso

Ti ho trovata lungo il fiume
che suonavi una foglia di fiore
che cantavi parole leggere, parole d'amore
ho assaggiato le tue labbra di miele rosso rosso
ti ho detto dammi quello che vuoi, io quel che posso

Rosa gialla rosa di rame
mai ballato così a lungo
lungo il filo della notte sulle pietre del giorno
io suonatore di chitarra io suonatore di mandolino
alla fine siamo caduti sopra il fieno

Persa per molto persa per poco
presa sul serio presa per gioco
non c'è stato molto da dire o da pensare
la fortuna sorrideva come uno stagno a primavera
spettinata da tutti i venti della sera

E adesso aspetterò domani
per avere nostalgia
signora libertà signorina fantasia (anarchia)
così preziosa come il vino così gratis come la tristezza
con la tua nuvola di dubbi e di bellezza

T'ho incrociata alla stazione
che inseguivi il tuo profumo
presa in trappola da un tailleur grigio fumo
i giornali in una mano e nell'altra il tuo destino
camminavi fianco a fianco al tuo assassino

Ma se ti tagliassero a pezzetti
il vento li raccoglierebbe
il regno dei ragni cucirebbe la pelle
e la luna la luna tesserebbe i capelli e il viso
e il polline di Dio
di Dio il sorriso

Altri premi...






Ringrazio Cinzia che mi ha regalato altri due bellissmi premi! Il suo è un blog che ormai seguo sempre, come fare a meno dei suoi piatti da sublime chef? Anzi, visto che sono palermitana, dico sublime Monsù!
Premiare altri blog sta diventando difficile, ne conosco ormai tanti, uno più bello dell’altro, non faccio in tempo a vedere se quelli che elencherò hanno già ricevuto gli stessi premi. Questa volta ho scelto alcuni blog che frequento da più tempo,tra primi che mi hanno accolto con grande affetto! Se ci saranno altri premi, mi espanderò su altri blog che sto conoscendo e apprezzando ultimamente!

L’Agorà

La montagna incantata

La foresta incantata

I piaceri della vita

La terra dei violini

La cucina di Cristina

Mediterraneo in cucina

venerdì 9 gennaio 2009

Premio

Ringrazio Elena per avermi dato questo bel premio, devo ammetterlo sono sempre felice quando ne ricevo uno!
Devo dare il premio a sette blog, allora lo giro ad alcuni che mi piacciono e che credo non l’hanno ancora ricevuto!
Un abbraccio a tutti!
Evelin

A tavola con Mammazan

La tarantolata
Le pappe di Alessandra

Anjos sem asas

La cucina delle papere

Bed and breakfast in Umbria
Cives romanus sum

giovedì 8 gennaio 2009

PASTA ALLA CARRETTIERA

Questo è un piatto molto semplice e gustoso, fa parte della cucina tradizionale vegetariana siciliana. Certo il risultato dipende anche dalla freschezza e dalla qualità dei prodotti e magari anche da una bella vista sul mare, insomma mangiarla in Sicilia e tutta un’altra cosa...


Palermo, Barcarello

Ingredienti:

Un kg di pomodori maturi, 3 spicchi d’aglio, peperoncino, basilico (c’è chi lo sostituisce col prezzemolo), olio extra vergine d’oliva, sale, è facoltativa l’aggiunta di formaggio grattugiato (ricotta salata o pecorino). Spaghetti o bucatini (400gr).

Preparazione:
Lavare i pomodori, pelarli (per facilitare l’operazione si possono fare dei tagli superficiali e metterli in un pentolino con acqua bollente per pochi minuti) ed eliminare i semi. In una scodella, tagliarli a pezzetti e aggiungere gli spicchi d’aglio tritati (togliere il germoglio all’interno) ed il basilico tritato. Aggiungere olio, sale e peperoncino e far riposare il tutto per almeno un’ora.

Cuocere la pasta e scolarla al dente, trasferirla in una zuppiera insieme al condimento e mescolare. Se si vuole si può aggiungere il formaggio grattugiato.

lunedì 5 gennaio 2009

SEI VEGETARIANO? MANGIA PALERMITANO !!!

In English on I love Palermo

Il palermitano “manciataro d.o.c.” è abituato a “sbutriarsi” (riempirsi lo stomaco fino a scoppiare) con svariate pietanze, a volte tra le più improbabili.
Il mattino per colazione, ad esempio, non comincia la giornata con cappuccino e cornetto o il più tradizionale pane e latte, né tanto meno con le anglosassoni uova e bacon, ma apre la giornata con una “bella” arancina o ancora meglio con un “superuntuoso” panino con panelle e cazzilli.

E’ un fatto che molti ambulanti, “spacciatori di panelle”, “armati” di lapini (moto-api) dotati di “sicurissimi” fornelli con bombola a gas, scelgano come luogo per i propri affari, le scuole. “Antiche leggende” un po’ disgustose, raccontano di studenti che usavano l’olio di frittura, che abbondava nella carta in cui era avvolto il panino, come artigianale gel per i capelli, certo non troppo profumato, ma dal sicuro effetto brillantina!

Per il palermitano d.o.c., abituato a cibarsi con enormi panini “ca meusa” (uno solo non è mai sufficiente), che come unico giorno di privazione alimentare sceglie quello di Santa Lucia, in cui può riempirsi di arancine, cuccia etc, che fino a qualche anno fa, a Natale, portava addirittura il cibo in Chiesa (vedi G. Pitrè “Feste popolari siciliane”), che prima di tornare a casa per cena fa “l’aperitivo”... dallo stigghiularu, “facendosi la bocca buona” con queste interiora arrostite e condite con cipolla, e che conclude una serata con amici non con il modaiolo “cornetto di mezzanotte” ma con pezzi di rosticceria con carne, besciamella, salsiccia etc, è quindi quasi impossibile concepire diversi stili di vita e scelte alimentari alternative, insomma, i vegetariani da lui non sono ben visti...

Noi pur amando la nostra bella città e anche il buon cibo, siamo però sensibili a chi fa scelte di diverso tipo, e quindi anche se ci ritroviamo spesso a descrivere ai nostri ospiti cibi tipici, come la milza e le stigghiole, siamo felici di poter consigliare luoghi o cibi anche agli ospiti che ci comunicano la loro necessità o scelta alimentare tipo quella vegetariana.

Abbiamo così appurato che la cucina palermitana, è ricca di alternative per chi volesse non cibarsi di carne o pesce, grazie anche al fatto che trattandosi di cucina povera, è grande l’uso dei vegetali conditi in vario modo. I vegetariani possono così rallegrarsi lo stomaco con una serie di pietanze veramente buone e riccamente elaborate. Bisogna però avvisare che alcuni dolci o pezzi di rosticceria (cannoli, buccellati, brioche, etc) sono fatti con strutto, quindi sempre meglio chiedere prima.

Ed allora un piccolo elenco di piatti classici vegetariani da poter assaggiare a Palermo senza dover rinunciare al buon gusto e alla tradizione:

Antipasti:
Parmigiana di melenzane, caponata, peperonata, ficatu di sette cannula, cotolette di melanzana, frittata ai fiori di zucca, peperoni ripieni con mollica, formaggio, uvetta e pinoli.

Primi piatti:
Pasta alla norma: con salsa di pomodoro e melanzane fritte.
Pasta col macco: pasta con una sorta di purea di fave
Pasta con i broccoli arriminati (attenzione se ci sono le acciughe)
Pasta alla carrettiera
Pasta alla trapanese.
Pasta con le sarde... “a mare”.

Fast food:
Cardi , carciofi e broccoli in pastella.
Panino con panelle e crocchè
Sfincione (attenzione alle acciughe).
Arancine con besciamella e spinaci (non farsi ingannare da quelle dette “al burro” perchè contengono prosciutto), pizzette.

Secondi:
Pizze vegetariane, cuscus vegetali.

Dolci:
Tutti quelli non fritti nello strutto, tipo cassate e cassatine, gelo di mellone, gelati e granite e cremolose.

I luoghi dove trovare tutta questa bella varietà sono tanti.
Alla nostra trattoria preferita “L’ antica trattoria al Monsù” fanno un’ottima pasta alla norma e una fantastica caponata.
Un ristorante che nasce vegetariano ma che adesso cucina anche piatti a base di carne e pesce (quindi va bene per tutti) è “Il mirto e la rosa”.
Per quanto riguarda il fast food palermitano, tutta la città ne è piena, basta nominare “L’antica focacceria San Francesco”, “Franco u Vastiddaru”, “Nino u Ballerino”, “ i cuochini”, etc
Chi ama la frutta, può “rifugiarsi”al chiosco della frutta alla Cala.
Per i dolci e i gelati, la scelta è veramente ampia.
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