venerdì 10 giugno 2011

I Tasciogatti 2, la saga continua...

Premessa: è da un bel po’ di tempo che non scrivo, c’è chi l’avrà notato, chi no.

Io l’ho notato perché mi dispiace sia non scrivere, che non passare dai cari amici blogger che di solito “vado a trovare” con tanto piacere.


Ma ogni tanto mi capita il blocco della blogger, e così non riuscendo a scegliere “l’ argomento” di cui scrivere , finisco per non stare per nulla al pc (escluso qualche giretto veloce per facebook ed il solito solitario di carte). Certo, credo che il mio blog, prima o poi subirà delle modifiche, perché scrivere della mia città, Palermo, senza abitarci e senza avere lo stimolo costante che mi davano gli ospiti del b&b (con le loro domande e le loro osservazioni), non mi sta risultando tanto facile.

Se poi di cibo devo trattare, ammetto pure di essere in uno di quei periodi in cui cucino non proprio alla palermitana, ma piuttosto alla discount (economico nella tasca e nel tempo di preparazione), insomma sono nella fase acuta delle spinacine surgelate, della pasta al tonno (in scatola), dei bastoncini di (forse) pesce (di marca ignota), del pesto (di tutto all’infuori che di basilico) etc….

Insomma non proprio l’ideale per un blog di cucina palermitana…


Se il blog subirà delle modifiche, avviserò voi cari lettori che sopportate le mie incostanze, intanto in questo post, scriverò di cose che poco c’entrano con Palermo (anche se...) e con la cucina siciliana, spero mi perdonerete.

Avevo cominciato la saga dei tasciogatti, un’ alternativa sicula doc agli aristogatti.

I tasciogatti sono dei gatti più o meno randagi che mi circondano da quando abito a Terrasini.


Tutto cominciò con il mio dolce Niki, ex-randagio ormai del tutto accasato, il gattino rosso o “gattocomunista” (molto in voga adesso che il vento sta cambiando, speriamo pure in Sicilia), subito nominato il “toco di Terrasini”, oggi anche detto il principino o “figlio di papà” per le sue nobili abitudini e per la sua pigrizia intensa.



E’ un “portatore sano di lagnusia” perché oltre a non far nulla per gran parte della giornata, induce anche me a non far nulla (non che ci volesse poi tanto…). Mio nonno avrebbe detto: “è un cani i gliardinu, un cuogghi e un fa cuogghiri” (è un cane di giardino, non raccoglie e non fa nemmeno raccogliere gli altri).



Niki è generoso con gli altri tasciogatti e ama socializzare tutti i suoi averi di “gatto privilegiato” della zona. Dopo averli invitati tutti in casa in una sorta di gatto-party a base di croccantini, patè e divano-dance, non si è dato per vinto. Avendoci costretto ad eliminare la porticina basculante e a creargli come rifugio, per quando noi siamo fuori casa, una “dependance esterna” in una ex doccia in muratura, ha subito pensato bene di trasformarla in un nido d’amore per sé e per la Nika,



la gattina ex bianca, una simil-duchessa dal colore ormai grigio topo, bruttina ed anche un po’ svampita (sembro proprio la più classica delle suocere!) e successivamente di donargliela del tutto.


Archiviata la doccia, il nuovo rifugio è una scatola con cuscino posta in balcone, ma anche quella ha deciso di condividerla con la dolce fidanzata.



Con lei, Niki passa tante ore,



le offre i suoi croccantini, cerca di farla entrare in casa nascondendosi subito dopo sotto una poltrona per non essere scoperto e rimproverato.

Il toco di Terrasini è proprio un tasciogatto palermitano doc, ovviamente va matto per la pasta con le sarde (!!!) ed ha anche l’abitudine di lasciare sempre l’ultimo boccone, come è tipico dei palermitani che lasciano sempre una piccola porzione sul piatto da portata. Mentre la Nika e gli altri tasciogatti, sono dei veri allafannati (affamati) che si fiondano sul cibo e lavano la ciotola meglio di una lavastoviglie.

Tre giorni fa, la gatta Nika ci ha portato una bella sorpresa, i tasciomicini.


Aveva un piccolo pancino e ultimamente è diventata secca, secca ed ecco presto capito il motivo. Li ha portati ad uno ad uno disperata, facendogli attraversare muretti e reti metalliche, alla fine li ha mostrati al loro papà adottivo, si, perché il toco di Terrasini nulla c’entra con la gravidanza, è ancora piccolo, però ha accolto bene i nuovi arrivati.


I piccoli però hanno una piccola infezione agli occhi, e così io e Massimo, due infermieri provetti, abbiamo cominciato a curarli a base di sciroppo antibiotico e pomatina, lavaggi con acqua e camomilla, insomma, una bella firnicìa (altra cosa a cui pensare)!!!


Insomma, i tasciogatti aumentano e speriamo possano guarire, se mai qualcuno fosse interessato a un tasciomicino è pregato di contattarci, cosa ci può essere di meglio di un gatto che con le sue coccole allieta le giornate e con la sua indipendenza ispira un senso di libertà? E se in più si tratta di un tasciogatto siculo doc, cos’ altro si può desiderare?


sabato 16 aprile 2011

Bosco di Bonifato, seconda gita ad Alcamo con cripta inquietante e “capitelli dell’homo sapiens”




La mia recente passione per la cittadina di Alcamo, ha trovato ulteriori conferme.

Avendo approfittato di un’ ulteriore soleggiata giornata, ho visitato il bosco del monte Bonifato, proprio a ridosso di Alcamo e non potevo non fare anche una tappa nel centro del bellissimo paese per ritrovare e fotografare i fantomatici capitelli “dell’homo sapiens” che, il gentilissimo signore che avevamo conosciuto la volta scorsa, ci aveva segnalato e che la mia fotocamera non era riuscita a immortalare per la mancanza di luce solare.



Questa seconda escursione mi ha fatto ancora di più affezionare ad Alcamo e ai suoi dintorni, ed è stata in più arricchita da uno stranissimo fenomeno atmosferico: la nebbia sul mare, che ha donato al panorama già splendido, un fascino particolare e un senso di mistero.



Un solo neo, non essere riuscita a raggiungere i ruderi del castello per i motivi che di seguito elencherò, fattore che pur negativo, riserva sempre un lato positivo, la necessità di un ritorno, ed una domanda “filosofica”: “perché le mie passeggiate sono sempre incompiute, riuscirò mai a trovare ciò che cerco?”. Filosofeggiamenti sulle passeggiate e sul senso della vita a parte, ecco a voi il bosco di Alcamo, mancante di castello, ma ricco di natura, aria pura e panorami affascinanti.



Questo bellissimo bosco è anche una riserva naturale protetta con alberi e animali rari, dove esistono i resti di un insediamento risalente all’età del ferro, che ovviamente io non ho trovato… Sulla sommità del monte c’è anche il castello del XIV secolo ed anche quello non l’ho trovato.

Adesso urgono delle spiegazioni per dire come mai dopo trenta kilometri di strada, dopo aver raggiunto un monte percorrendo un po’ di curve (non spiacevoli comunque) e fatto pure una scarpinata a piedi, non abbiamo trovato un castello con quattro torri. I fattori principali sono: la lagnusia, l’incapacità di orientamento, la timidezza, l’assenza di indicazioni.



In primo luogo è incredibile che in tutta la riserva non ci fosse un cartello in cui si indicasse esattamente dove ci trovassimo e che al centro di un bivio ci fosse un solo cartellino con disegnato un “castello” senza però una freccia che facesse capire in quale strada dovessimo andare, magari una freccia bella grande e chiara anche per due confusi (e non fusi) e disorientati come noi. Anche il fattore lagnusia ha avuto la sua parte: dopo aver percorso un pezzo di strada in ripida salita, ci siamo domandati: “e se non fosse questa la strada giusta, avrebbe senso faticare ancora per non trovare nulla?”. Di comune accordo, col fiatone e con veramente una scarsissimo senso atletico, siamo tornati indietro. Ovviamente solo dopo abbiamo scoperto che quella era la via giusta.



 Infine il fattore timidezza: c’erano infatti alcune persone non troppo distanti a cui poter chiedere informazioni, ma come si suol dire “ci pareva male”, ovvero non volevamo disturbare, ogni tanto qualcuno dice di noi: “sunnu privi” intendendo che siamo timidi e riservati, evvabbè!

Fatto sta che, castello e ruderi a parte, abbiamo fatto delle bellissime passeggiate nei viottoli alberati.



Ad un certo punto nel silenzio rasserenante del bosco abbiamo sentito delle voci, sempre più perplessi andavamo avanti, non si vedeva assolutamente nulla, ma le voci erano sempre più forti. Consapevoli di non aver bevuto e di non avere allucinazioni, abbiamo proseguito, fino a quando come per incanto, dal nulla, sono apparse circa cento persone che giocavano, urlavano, mangiavano e arrostivano in una zona attrezzata del bosco.



Poi in auto abbiamo continuato il percorso e trovato un altro spiazzo dove lasciare la macchina, li c’era il famoso bivio del castello. Abbiamo percorso un po’ di strada a piedi. I panorami erano fantastici, la nebbia che si vedeva dall’alto e che non lasciava intravedere il mare ed avvolgeva tutto col suo candore umido e teporoso, dava un fascino speciale. Solitamente dal monte Bonifato si possono vedere addirittura le isole di Ustica e di Marettimo, ma noi vedevamo solo la bella coltre di vaporose nuvole. Abbiamo poi saputo che quello strano fenomeno aveva reso difficile l’atterraggio di diversi aerei a Punta Raisi.



Dopo aver respirato la nostra dose di aria pura, abbiamo deciso di tornare ad Alcamo per prendere un caffè e trovare i “nostri capitelli”. Prima di tutto però, ci è capitato di intrufolarci nei ruderi della chiesa dell'Annunziata, “imbucandoci” in un gruppo organizzato.



 Questa ex chiesa in stile Gotico-Catalano è molto particolare, è a cielo aperto



ed è costruita su una piccola cripta usata come catacomba dai monaci francescani.

Un signore che faceva da custode alla chiesa, ci ha spiegato che nella cripta, si essiccavano i monaci francescani defunti, che poi venivano appesi nei loculi ed altre cose macabre legate a quella ritualità, dopo di che, ci ha invitati a scendere le scalette per vedere più da vicino quel “luogo ameno”, dicendoci però: “tra cinque secondi chiudo”, a quel punto ho pensato che non avevo proprio tutta questa voglia di scendere… ma mi sono fatta coraggio.



Alla fine anche il custode ci ha raggiunti, ci ha mostrato un altare, un antico affresco ormai quasi del tutto deteriorato che probabilmente rappresentava il momento in cui San Francesco aveva ricevuto le stimmate da Gesù, il commento del custode è stato: “è un peccato, sta crollando, la muffa e l’umidità lo distruggeranno, ma che ci vogliamo fare, siamo in Italia e pure in Sicilia”.



Dopo abbiamo visto il punto in cui si essiccavano i monaci, con relativo commento del custode: “erano bassini di statura questi monaci”, per un attimo ho pensato con orrore al mio metro e mezzo di altezza…



Poi ho fatto le foto con nonchalance e siamo usciti all’aria aperta, finalmente!

Alla fine siamo arrivati in Piazza dai capitelli, che ci mancava poco ed era di nuovo sera e non riuscivo a fare le foto per la seconda volta…



E poi passeggiatina allietata dalla vista di belle chiese,



 campanili,
 


 scorci, balconcini etc.



E così si è conclusa la seconda “visita incompiuta” ad Alcamo, con la voglia di vedere, la prossima volta, il castello, i ruderi ma soprattutto di fare una nuotata nel bellissimo mare!

sabato 9 aprile 2011

Alcamo, una passeggiata, un incontro. Involtini di pesce spada.

 Dopo due settimane trascorse nella quasi serafica sopportazione di ogni tipo di influenza, che ha “perseguitato” me e tutti i miei familiari, adesso forse guarita, solo un po’ di tosse ancora, ho finalmente potuto fare una passeggiata domenicale (se pur in serata) che mi ha permesso di scoprire un paese non troppo distante da Terrasini (e da Palermo), un paese che non avevo mai visitato e pur avendolo visto ormai all’imbrunire, mi è sembrato bellissimo, e per quanto abbastanza conosciuto (soprattutto grazie al vino che vi si produce), credo meriti ancora più fama e rilievo di quanto ne abbia adesso: Alcamo.


Conosco da sempre Alcamo marina, e soprattutto la sua spiaggia molto bella dove spesso mi è capitato di andare al mare, sia da piccola che in tempi più recenti.



Ho dei vaghi ricordi d’infanzia del Monte Bonifato dove c’è un bel bosco che si trova proprio a ridosso della bella cittadina, ed anche “conoscenze gastronomiche”, legate al ristorante Bahìa, vicino al mare,



dove si mangia un ottimo cous cous al pesce.

Ma ad “Alcamo paese” non ero mai stata, sapevo essere molto bello, grande e ricco di monumenti, ma vederne il centro storico, seppur di fretta, è stato molto piacevole, mi dispiace solo che la mia macchina fotografica di sera non faccia delle foto decenti, ma sarà la scusa in più per fare un’altra visita durante una di queste belle giornate soleggiate.
Alcamo ha origini arabe, questa è l’unica certezza, ho infatti trovato almeno quattro diverse interpretazioni riguardanti l’origine del suo nome: secondo la prima deriverebbe dal termine arabo Alqamah (fango) per intendere una terra fertile, una seconda teoria fa originare Alcamo da Al-Kamuk, il comandante arabo che l’avrebbe fondata. Oppure sembra che l’avessero fondata nel 827 attorno a un piccolo castello e avesse preso il nome dall’ emiro arabo che si chiamava Al-Qamah. Un’ altra ipotesi fa originare il nome Alcamo da “Mazil Alqamah” dove per mazil si intende un gruppo di case e con alqamah un cocomero velenoso (ma non era il fango fertile??? ).

Ad Alcamo poi si susseguirono diverse dominazioni che lasciarono i segni del loro passaggio. Ci sono tantissime chiese e monumenti di pregio grazie anche al contributo di diverse personalità artistiche (come il pittore Borremans o gli scultori Gaggini e Serpotta).



Non voglio descrivere qui queste Chiese così belle, che sono davvero tante e oltretutto andrebbero visitate all’interno (cosa che non abbiamo potuto fare perché era già sera), e perché meriterebbero studi più approfonditi, ma semplicemente raccontare una bella passeggiata che ha lasciato vivo il desiderio del ritorno, una sensazione di arricchimento e l’orgoglio di vivere in una terra che va sempre riscoperta e che malgrado il degrado e l’incuria che troppo spesso purtroppo non fanno fiorire, come dovrebbe, il grosso patrimonio culturale che ci è stato lasciato dai nostri predecessori, riesce comunque sempre a meravigliare e a regalare belle emozioni.

Noi abbiamo parcheggiato in un belvedere che è una sorta di cinta muraria, e tramite la Porta Palermo,


una delle porte della cittadina, siamo entrati nel corso principale che ha subito mostrato le sue bellezze, diversi scorci suggestivi, un bellissimo portale,

angoli illuminati dalla luce fioca dell’imbrunire, Chiese, monumenti, balconcini, diversi stili architettonici che si intrecciavano armoniosamente. Siamo arrivati in una grandissima piazza dove dominava su tutto il Castello del XIV-XV secolo,

 
si può aggirare in tutto il suo perimetro e che fortunatamente è ristrutturato e ben illuminato.

Poi siamo arrivati alla piazza principale, dove c’è una bella chiesa e un antico collegio dei Gesuiti. Vicinissimo al Collegio c’è la Cappella della Sacra Famiglia.

Questa Chiesetta appariva, già dall’esterno, affascinante e fortunatamente era anche aperta, così siamo entrati, poco dopo si è avvicinato un simpatico e particolare signore che si è mostrato desideroso di spiegarci alcune cose della cappella e di Alcamo.

Ci ha spiegato che quella Chiesa era stata costruita dai Gesuiti cento anni prima del Collegio. Ha cominciato così: “Bisogna ricordare… che Alcamo sorge in un luogo molto bello, tra il monte Bonifato, il mare, e le acque termali, è vicina a due aeroporti, quello di Trapani e quello di Palermo...” e poi: “sapete chi erano i Gesuiti? Se non lo sapete ve lo dico io”, e senza darci il tempo di fiatare, ha continuato: “bisogna ricordare… che i nobili e ricchi signori avevano tanti figli, i primogeniti ereditavano il titolo, ma gli altri non potevano, allora venivano fatti entrare nel clero con delle ricche doti”, “con queste doti costruivano chiese e conventi”.

Poi ci ha mostrato i simboli della Sacra Famiglia che si trovavano sul portale e su un palchetto di legno: il sole nascente e le spighe. Ci ha segnalato le teche con le reliquie di S. Casimiro (“Bisogna ricordare … che era vice re della Polonia, è per questo che sulla teca c’è una corona”), S. Paolino e S. Benedetto il moro (che si trova pure a Palermo a Santa Maria di Gesù).

Poi ci ha detto: “Bisogna ricordare che ad Alcamo c’è stato il terremoto, ed allora delle tele andate distrutte sono state sostituite da quelle fatte in anni più recenti dal pittore alcamese Gino Speciale”. Poi ci ha mostrato una tela di Giusseppe Renda (pittore Alcamese del 1700) e una tela mancante (La Madonna del lume) che stanno restaurando, una piccola scultura di smalti e coralli rappresentante la sacra famiglia, ed infine un trono d’oro appena restaurato.

Questo signore ha poi voluto accompagnarci nella piazza perché ha detto: “tanti miei concittadini non sanno che qui ci sono dei capitelli risalenti all’homo sapiens, vanno in giro a cercarli per il mondo mentre ce li abbiamo pure qui”. “Ora ve li faccio vedere, seguitemi”. Poco distante c’era un portale con due colonne i cui capitelli rappresentavano una donna e un uomo e al centro della porta un bambino, più avanti in un’altra colonna il volto di una donna.

Ora, dubito che si tratti di resti dell’homo sapiens, e non solo la mia fotocamera non è riuscita a fotografarli, ma non ho nemmeno trovato nulla nella mia piccola ricerca su internet riguardo a questi capitelli e alla loro storia, però erano molto belli e particolari e mi piacerebbe tanto saperne di più.

Il gentile signore ha continuato: “Bisogna ricordare… che c’era il “Principe Pria”, che viveva a Palermo, ma poi giunse ad Alcamo ed aveva un figlio maschio e una femmina, fece scolpirli nei capitelli, prima qui c’era l’erario, ora lo hanno acquistato famiglie di privati”.

Insomma dopo un po’ ci siamo salutati, con la promessa di rincontrarci e farci raccontare altre storie. E sempre bello passeggiare, anche inconsapevoli, per i luoghi e fare incontri, che ti lasciano sempre qualcosa, arricchiscono e dimostrano come gli umani, malgrado vivano in un mondo ormai disgregato e virtuale, sentano sempre e comunque il bisogno di comunicare e interagire tra loro, stare vicini e raccontare le proprie storie, ed a me le storie piacciono tantissimo, sia vere che…verosimili!

Per premiare la pazienza di chi è arrivato fino a qui, una semplice ricetta:

Involtini di pesce spada.


Ingredienti: quattro fette sottili di pesce spada (eventualmente batterle). Succo di un limone, olio evo (quanto basta) un cucchiaino di zucchero, foglie di alloro, cipolla. Per il ripieno: quattro cucchiai di pangrattato (un cucchiaio circa per ogni fetta), una manciata di uvetta e pinoli, un pezzetto di cipolla tritata, una manciata di prezzemolo, sale e pepe, un cucchiaio di olio evo.

Preparazione: In una ciotola mescolare tutti gli ingredienti del ripieno cercando di amalgamarli. Mettere un mucchietto di ripieno all’interno di ogni fetta di pesce spada e arrotolarla cercando di non far fuoriuscire il ripieno. Porre gli involtini in uno spiedo, intervallandoli tra loro con una foglia di alloro e un pezzo di cipolla. Metterli in una teglia preferibilmente su carta forno. Preparare un sughetto con dell’olio evo, il succo di un limone e lo zucchero (un cucchiaino), mescolare bene il tutto e versare sugli involtini. Mettere la teglia nel forno e cuocere per circa venti minuti.


Buon appetito!


domenica 13 marzo 2011

Le Mense di San Giuseppe a Terrasini, una giornata da “turista-blog-reporter a casa mia”

Certe volte semplicemente passeggiando si scoprono delle cose inaspettate.
E così io oggi, mentre insieme a Massimo camminavo distratta per le strade del paese, ho scoperto una tradizione di Terrasini che non conoscevo.
Ero soprapensiero, un po’ triste e un po’ felice. Felice di trascorrere una domenica rilassante, felice di piccole cose, come il paneimpasta per la pizza lasciato a lievitare sotto la mia copertina di lana tutta colorata, e triste per l’umanità così colpita da disgrazie naturali e non.

La via che stavamo percorrendo con il nostro abituale passo spedito, non sembrava uguale al solito, alcune case erano particolarmente illuminate ed addobbate, e all’ingresso di queste case c’erano dei cartelli con su scritto “Mensa di San Giuseppe”.



La curiosità di scoprire il significato di quelle tavole imbandite a festa, dei lampadari illuminati, delle decorazioni, dei dolci esposti, era tanta, ma la mia proverbiale timidezza mi frenava dal fare domande e ancor di più foto.

Ma sarà la voglia di scrivere sul blog, sarà l’amore del conoscere sempre diverse tradizioni della Sicilia, sarà quel che sarà, mi sono decisa a trasformarmi per un giorno in turista o meglio in “turista-blog-reporter a casa mia”.

La tradizione delle Mense esiste a Terrasini da tempi immemorabili, anche se ultimamente era stata abbandonata. Da qualche anno alcune persone devote a San Giuseppe, hanno pensato di rispolverare la vecchia usanza e adesso ci sono otto famiglie o piccoli gruppi ad imbandire la propria casa.



Ogni gruppo di devoti mette a disposizione una camera di una casa, che generalmente rispecchia lo stile delle case antiche di Terrasini, deve essere una stanza che da sulla strada, che viene addobbata con quadri di San Giuseppe,

merletti, fiori ed una tavola apparecchiata lussuosamente, tutto intorno tante sedie per accogliere i passanti o coloro che vorranno lasciare un’offerta o del cibo per i poveri.
La Mensa viene aperta per una decina di giorni, fino al giorno della festa del Santo, in cui ogni casa organizza una piccola processione a ricordare il giorno in cui San Giuseppe cacciato da tutti cercava un rifugio per lui, Maria e il bambinello. Nella rappresentazione i tre bussano e la risposta di diniego è: “Nun c'è locu, nè lucanna, itivinni a natra banna” (non c’è luogo nè locanda, andatevene da un’altra parte”, alla fine però la risposta sarà: “Gesù, Giuseppi e Maria, siti benvinuti 'ncasa mia”.

Ogni mensa ha uno stile diverso dalle altre, e lo scopo oltre che quello legato alla preghiera e alla tradizione è anche la raccolta di cibo da offrire alle famiglie povere.


Abbiamo così visitato tre mense, le prime due erano tipicamente legate alla tradizione di Terrasini, le gentilissime signore, dopo averci raccontato tutto, mostrato foto, permessomi di scattare foto, invitato alla processione del sabato, offerto pane di San Giuseppe, mi hanno anche consigliato di andare ad una Mensa un po’ diversa dalle loro, perchè chi l’aveva organizzata aveva seguito lo stile che si usa nel paese di Borgetto (a 20 km da Terrasini), dove l’addobbo delle Mense è molto più elaborato, le pareti della camera si trasformano in un merletto di nastri, drappi di raso, incroci di stoffe.


Non riuscendo a trovare questa casa particolare, chiediamo informazioni ad un gruppetto di anziani. Una signora zittisce tutti e gesticolando dice riferendosi a noi: “Chisti sunnu stranieri, sunnu di Burgettu. Di ddà, aviti a ghiri di ddà” (Costoro sono stranieri, provengono da Borgetto. Dovete andare di la, in quella casa). Ecco nella vita mi sono successe tante cose, mi sono stati attribuiti tanti luoghi di nascita e diverse nazionalità, ma soprattutto questo accade a Massimo (che viene scambiato per arabo, Tunisino, Marocchino, e...Caparezza, etc) ma mai mi era capitato di sentirmi dire che siamo addirittura stranieri perchè di Borgetto!

Anche nella casa in stile Borgetto siamo stati ben accolti,
ci hanno spiegato che il giorno della festa avrebbero invitato a cena tre bambini poveri, quando “s’invitano i Santi” (ovvero metaforicamente a mangiare sono i santi a cui sono devote le famiglie di appartenenza di quei bambini), ci hanno offerto come tutti gli altri il pane benedetto,
ci hanno fatto fare la foto, ci hanno spiegato che la creazione dell’addobbo è durata un mese ed è stata realizzata da maestranze arrivate direttamente da Borgetto.
Alla fine la signora mi ha pure cantato la canzoncina di San Giuseppe.

Queste tradizioni possono piacere o meno, si può trovare spiritualità o abitudine, carità o ostentazione, ma in ogni caso si esprime una parte della essenza di un popolo, in questo caso di quello siciliano che è sempre interessante conoscere e scrutare per saperne leggere ogni suo aspetto.

La cosa che più mi colpisce in questi eventi spirituali è il bisogno che c’è di aggregazione, al di là delle motivazioni religiose, che comunque rappresentano la spinta iniziale ad incontrasi. C’erano tante tipologie di partecipanti, dai visitatori di cortesia, ai più devoti e assorti, a chi approfittava del momento per fare semplicemente una chiacchierata tra amiche, all’anziano che si riposava su una salvifica sedia.

Questo è ciò che ho scoperto in questa mia piccola esperienza di “turista-blog-reporter in casa mia”, trovando persone accoglienti e gentili, desiderose di raccontare e far conoscere le proprie usanze. La promessa è stata di ritornare il giorno di San Giuseppe, per fotografare e riprendere le processioni, speriamo proprio di poterlo fare, così avrò un’altra storia da raccontare!

lunedì 7 marzo 2011

Il mio Carnevale a Cinisi



Il Carnevale è un periodo che mi suscita sentimenti contraddittori.
E’ una allegra festa popolana; nella sua idea originaria, ogni persona, durante quei giorni, poteva uscire fuori dalle convenzioni sociali, morali e religiose e divertirsi liberamente.
Ma questa idea liberatoria, nello stesso tempo mostra tutta l’oppressione quotidiana subita dal popolo: solo durante pochi giorni l’anno si potevano annullare le differenze sociali, per il resto del tempo bisognava accettarle, come si accettavano le fatiche, la povertà ed il non divertimento. L’unico sogno concesso, poter emulare i nobili e ricchi, che invece gli svaghi, potevano goderseli sempre.

Ecco perché il carnevale mi mette allegria e nello stesso tempo tristezza, un po’l’effetto che danno i clown, e di questi tempi i reality show (bè quelli fanno solo tristezza in effetti) e tutti gli altri carrozzoni carnevaleschi a cui siamo costretti ad assistere.

In Sicilia il Carnevale ha delle antiche tradizioni, in alcuni paesi come Acireale o Sciacca e non solo, si svolgono dei veri eventi di grosse dimensioni, e quest’anno ho scoperto il Carnevale di Cinisi, paese molto vicino a Terrasini, dove storicamente si organizzano sfilate di carri allegorici e di cavalli, il rogo du nannu e da nanna, ed altri momenti di svago e allegria.


Visto che la curiosità non mi manca, malgrado i sentimenti contraddittori, ho deciso di assistere, per la prima volta, al Carnevale di Cinisi, che tra l’altro è ancora in corso.


C’è tanto lavoro nel Carnevale, c’è un’ arte da riscoprire nella costruzione dei carri e tanto divertimento. La sensazione più particolare e piacevole che ho percepito, visto che spesso mi capita di trovarmi a Cinisi, è stato il senso di riappropriazione del corso del paese, da parte della gente. Il corso è molto bello e lungo, ma solitamente essendo aperto al traffico è poco vissuto, durante il carnevale era molto bello vedere le persone invadere la strada e i bambini correre liberamente.


Poi c’era la musica, quella assordante, i bambini che facevano il balletto vestiti con i colori della bandiera italiana ma con il finto baffetto in stile siculo doc,


i carri allegorici ispirati alla realtà italiana, ovviamente dal bunga bunga


all’immondizia,


dal tentativo di evadere dalla crisi rifugiandosi nell’immaginario paese delle meraviglie di Alice


o nel mondo del moulen rouge, ed infine quelli che potevano essere un’ ultima speranza, i supereroi, ormai rappresentati come vecchi e rimbambiti… sarà che bat-man, con la sua bat-casa e i suoi abusi bat-edilizi, sopravvive solo nella Milano morattiana!


E così ecco il mio carnevale, caotico come non mai, allietato dagli sguardi gioiosi della mia nipotina, dove capita di rincontrare tra la folla amici che non si vedevano da tempo, dove si vedono personaggi tra i più strani,


dove mangi su un gradino un cannolo gigante, dove timidamente ti ritrovi a tirare coriandoli agli estranei, dove una sana risata fa sempre bene, ma non pochi giorni l’anno, una risata al giorno, perché in fondo la vita è un grosso e contraddittorio Carnevale!
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