sabato 29 maggio 2010

Terrasini un luogo da amare



E’ un pò difficile per me parlare di Terrasini da un punto di vista turistico perchè io al momento abito in questa graziosa cittadina, e non la vivo né da oriunda né da visitatrice. Non sono integrata pienamente nel paese, non conosco i nomi delle strade e non mi oriento del tutto (ma questo mi succedeva pure a Palermo, sono distratta e sempre soprapensiero), non conosco tutti i negozi, conosco pochissime persone del luogo, ovvero i miei parenti (e nemmeno tutti), alcuni frequentatori assidui del panificio di un mio cugino (ormai so pure il tipo di pane che alcuni preferiscono), il fruttivendolo ambulante dal nome disneyano Orazio, i miei confinanti gentili pescatori, e poi c’è il bar del viale di Cinisi che fa un ottimo caffè, ed il negozio di alimentari dei familiari di Peppino Impastato e qui si chiude la cerchia. Quindi non mi posso definire una vera abitante del posto, ma nemmeno mi vedo come una turista, perchè se tale fossi, già avrei visitato i musei e sarei andata al mare, ed invece, come spesso capita a chi vive in un luogo da sempre, ancora non ho fatto nulla di tutto ciò.
Di Terrasini posso parlare come un luogo di ricordi e di presente.

I ricordi sono legati alla casa in cui vivo il mio presente, ma non solo. Piccoli flash di infanzia. Una spiaggia divisa tra due paesi, una spiaggia che potrebbe essere più bella di quanto è se solo fosse tenuta bene. Una spiaggia dove mi atteggiavo ad awaiana grazie al mio gonnellino e ad una collana di rafia verde (era la moda di quei tempi, poco meno di trent’anni fa), degli scogli gialli poco distanti ai quali raramente mi avvicinavo.


E poi c’è una delle mie prime gite scolastiche allo zoo di Terrasini che adesso non c’è più, con la mia maestra e tutti i miei compagni, la mitica colazione a sacco, il caro panino con la frittata, la prima macchina fotografica e la paura ma la voglia di avvicinarsi ai leoni in gabbia ed un piccolo sogno, quello di immaginarli liberi nella loro terra.
E poi la visita al museo di carretti siciliani che ancora esiste,


una meraviglia di colori, di storia, ti tradizioni della nostra terra e l’orgoglio di trovarvi i carretti di uno zio di mio nonno di cui posseggo un quadro con una delle tipiche scene dei paladini.

E poi il panorama, un panorama mozzafiato, sconvolgente, emotivo, quello di Cala Rossa, una scogliera dal colore del sole al tramonto, il mare increspato e l’infinito davanti.


Poi ci sarebbero altri infinti momenti familiari, i fichi distesi sotto il sole come bagnanti rinsecchiti, l’odore acre dell’estratto di pomodoro, la raccolta delle lumache ed il successivo rimpianto di vederle cucinate, un semplice pallone supersantos per divertirsi e tutto ciò che da bambini si fa in campagna.


Poi arriva l’adolescenza e tutto questo sembra annoiare, si trovano le proprie strade autonome, i propri interessi e passioni, forse solo in età matura si riapprezzano nuovamente certe cose con una coscienza diversa.

Terrasini ha un nome che nulla ha a che fare con gli asini, la spiegazione è di certo più romantica, si riferisce a un golfo (sinorum), quello di Castellammare, oppure alle sue insenature (sinus, e scusate se non declino correttamente dal latino) ed oggi è una cittadina che ha molto da offrire, perchè è forse una delle più belle della costa palermitana.


C’è il mare, e non è tanto la spiaggia (in realtà ce ne sono due, quella chiamata “di San Cataldo” la devo ancora scoprire) che potrebbe essere più curata, quanto la scogliera meravigliosa, sia sul lungo mare (con i faraglioni)


che Cala Rossa dai colori cangianti, rosso fuoco, e bianco scintillante,


ed i tanti accessi al mare in luoghi adatti a chi ama gli scogli, dall’effetto davvero suggestivo.


Terrasini è anche interessante da un punto di vista culturale.


Nel bel Palazzo D’Aumale c’è un museo che ospita collezioni archeologiche, etnoantropologiche e naturalistiche.



La sezione etnoantropologica è quella che vidi io da piccola, con i carretti siciliani d’epoca, in quella naturalistica che in effetti visitai in quello stesso frangente ho un ricordo di insetti, uccelli, rettili di vario genere (certo dovrei ritornarci per averne un idea più nitida), e quello archeologico dove c’è una raccolta di tutti i ritrovamenti fatti sia in mare che nelle campagne (spero di scoprirlo presto).

Terrasini è strutturata in modo molto gradevole anche al suo interno, le vie sono carine, tanti negozi e le case spesso ristrutturate, rifinite e adornate con fiori (cosa rara in Sicilia) c’è una bella ed ampia piazza con molti luoghi di ristoro ed un bel Duomo,



una piazzetta limitrofa con un giardino, un anfiteatro sul lungomare dove d’estate si svolgono rappresentazioni teatrali e varie iniziative di divertimento, un parco giochi per i bambini.

All’esterno del paese, verso il mare ci sono le 4 torri di avvistamento Torre Alba, Torre di Capo Rama, Torre Paternella, Torre di contrada San Cataldo. La più antica quella di Capo Rama, inserita in una riserva naturale selvaggia e affascinante, costruita nel XV secolo per avvistare le imbarcazioni dei pirati,


la più bella (secondo me) che spero di poter visitare più approfonditamente, la Torre Alba a picco sul mare e immersa in un giardino.

E poi c’è tanto altro, una villa liberty dove si raggruppò una comunità hippy negli anni settanta (è citata anche nel film i cento passi) e la sede di radio aut di Peppino Impastato. Poi ci sono le sagre, la “festa delli schietti” che è stata ad Aprile e tanto altro.


C’è poco da lamentarsi mi direte, una cosa per ora, il paese è sporco a causa del nostro solito problema dell’immondizia, discariche chiuse e inesistente raccolta differenziata, è un vero peccato che tutte queste bellezze siano adornate dai soliti sacchettini multicolor, mi auguro che noi siciliani possiamo stancarci di questo per iniziare un rinnovamento culturale, di pensiero, di civiltà per difendere il patrimonio meraviglioso che c’è ed anche la nostra stessa salute.

Insomma malgrado questo Terrasini merita di essere visitata e scoperta, c’è tanto da scoprire, tanto che non avrei potuto elencare o descrivere, ma basterebbe anche solo avere la fortuna di osservare lo splendido tramonto a picco sul suo mare, un emozione indescrivibile.




p.s. mi scuso per le lunghe assenze ma ho una connessione lentissima

sabato 15 maggio 2010

Le "finte" vope con cipolla all’agro dolce



Il titolo di questo post, non ha niente a che fare con quei tipici piatti palermitani che hanno la caratteristica di essere preparati con ingredienti poveri mimetizzati per somigliare ad altri cibi di maggiore pregio, il più classico esempio le sarde a beccafico dove i beccafichi (uccelletti) non ci sono ed il loro posto è preso dalle sarde.

Le vere vope (in lingua italiana si chiamano boghe) sono dei pesci molto comuni nei nostri mari, che non da tutti vengono apprezzati perchè vanno consumati freschissimi e devono essere subito private delle viscere vista la loro caratteristica di andare subito a male, in più se non vengono pescate in mare aperto, ma vicino un porto, potrebbero assumere un sapore spiacevole visto che si tratta di pesci onnivori. A Palermo le vope però sono amatissime, sarà che il pesce qui è sempre fresco e che si cucinano con la cipolla ad agro dolce, un condimento che le rende davvero gustose.
Nel caso di questa mia ricetta, le vope sono “finte” solo “per merito mio”, che sono una palermitana doc, ma di tipo anomalo e come tale di pesci non ne capisco proprio niente.

Ma iniziamo dai motivi che mi hanno portata a fare questa ricetta.
Un gentilissimo vicino di casa che di mestiere fa il pescatore, un giorno ci chiama agitando amichevolmente uno scolapasta colmo di pesci. Il regalo è super gradito (tra l’altro i pesci sono già puliti, il che è per me motivo di grande riconoscenza verso il buonuomo che mi ha evitato un compito che non amo tanto svolgere). Tutta presa dalla gioia di questo inaspettato omaggio, ringrazio calorosamente il vicino ma non trovo nè il tempo (lui deve scappare perchè ha i suoi pesci sulla griglia), nè il coraggio (non voglio apparire ignorante in materia o diffidente di fronte ad un gesto così gentile) di domandare di che tipo di pesci si tratti. Così fingo completa consapevolezza e porto il mio bottino in cucina. Poco dopo i dubbi cominciano ad impadronirsi di me, si può proprio dire che non so che pesci pigliare! La domanda principale è: “ Come li devo cucinare?”

Ammetto che sono un tantino problematica, ma è anche causa del mio gene palermitano che mi spinge a cercare la ricetta “corretta” per preparare ogni cosa. Perchè noi palermitani siamo un pò rigidi in cucina, abbiamo delle regole tassative da seguire. Se sono sarde devono essere fatte a beccafico o con il maccheroncino e il finocchietto, se sono seppie si fanno con la pasta all’omonimo nero, se è neonata si preparano le frittelle, gli sgombri invece vanno arrostiti, il merluzzo bollito con olio, limone e prezzemolo e le vope...vanno fritte e condite con la cipolla all’agrodolce.

Io osservo bene i miei pesci e stabilisco che si tratta di vope, ne sono proprio sicura anche se crude non le ho mai viste prima, diciamo che più che cucinarle solitamente mi diletto a mangiarle.. già pronte. L’unico dubbio alla mia diagnosi è dato dal fatto che il vicino le stava cucinando alla brace, ma lui non è palermitano, sarà per questo che si permette una tale libertà.
Il mio gene palermitano mi impedisce di arrostirle e mi spinge a friggere le mie vope da brava pariddara (persona dedita alla frittura) quale di solito non amo essere...

Dopo schizzi di olio da tutte le parti che mi rendono molto simile ad una vopa, preparo il mio bel piatto ed invito i miei genitori a gustarlo. Non appena presento con orgoglio palermitano la mia opera d’arte, un coro improvviso dice: “ma queste non sono vope, sono paolotti e si fanno arrostiti!”. Ammetto che non conoscevo nemmeno l’esistenza dei paolotti, e scopro di aver involontariamente sfidato ogni canone della cucina palermitana doc, preparandoli a mo di vope...
Bé, non sempre si riesce ad essere coerentemente palermitani!
Il risultato finale era comunque ottimo, graditissime da tutti, ma ribattezzate ironicamente “finte vope con cipolla”.

Ed ora la ricetta:



Ingredienti: 1 kg di vope, tre cipolle medie, farina, mezzo bicchiere di aceto di vino; un cucchiaino di zucchero, olio di semi per friggere; sale; olio di oliva.

Preparazione: pulire i pesci, togliere le interiora, sciacquarli ed asciugarli bene, infarinarli e friggerli in abbondante olio di semi . Porli in un piatto coperto da carta assorbente, e far raffreddare. Affettare le cipolle sottilmente metterle in un tegame con abbondante olio evo e farle imbiondire a fuoco lento. Quando saranno appassite versare mezzo bicchiere di aceto, aggiungere il cucchiaino di zucchero e un pizzico di sale. Cuocere per una decina di minuti a fuoco bassissimo. Fare raffreddare le cipolle e versarle insieme al loro brodetto sul pesce fritto. Questo è un piatto che si mangia freddo.

sabato 8 maggio 2010

9 Maggio in ricordo di Peppino Impastato


Della Sicilia, come di altri luoghi, si può parlare in tanti modi, c’è chi dice che parlando delle cose negative le si fa un torto, le si fa pubblicità negativa, non si promuove il turismo, “il turismo si muove solo per vedere le cose belle”, ma cosa è il turismo? Si tratta di esseri umani che vanno a conoscere un luogo, allora il turismo può diventare più consapevole, perchè un luogo è fatto di tante cose. Chi critica e divulga gli aspetti negativi della propria terra, lo fa con amore, perchè questa diventi migliore.


In Sicilia ci sono tante bellezze, località marittime note per le spiagge e le coste rocciose, piccoli paesi di montagna ricchi di fascino, campagne aride che d’estate sembrano tappeti gialli o marroni posti di proposito a farsi guardare solo dal sole, montagne tanto ricche di vegetazione che non sembra nemmeno di essere in Sicilia , c’è un vulcano, ci sono città ricche di arte e di storia. E poi ci sono posti che sono simboli, luoghi che belli lo sono diventati perchè qualcuno li ha resi tali, riempiendoli di significato e luoghi che magari non erano nè belli nè brutti, ma sono diventati orribili perchè vi si respira tanto dolore. C’è Portella della Ginestra, c’è un tratto di autostrada che va dall’aeroporto a Palermo e fa ancora male percorrerla, ma c’è anche Via Notarbartolo a Palermo col suo albero carico non solo di foglie, ma anche di messaggi di speranza, e c’è anche Cinisi. A Cinisi vi si trova una casa piccola, semplice, si chiama “casa memoria” per ricordare una madre e soprattutto un figlio che si chiamava Peppino.


Peppino è stato ucciso il 9 Maggio del 1978 dai mafiosi del suo paese. Durante la sua breve vita ha lottato per rendere migliore la Sicilia, lo ha fatto con la politica, con la cultura, con la satira, tramite la sua radio e schierandosi contro i luoghi comuni. E’ stato denigrato in vita e subito dopo la morte, ma continua a vivere in chi non ha perso la speranza.

Ogni anno il 9 Maggio a Cinisi si ricorda Peppino Impastato.

mercoledì 5 maggio 2010

Topo di città, topo di campagna



Come molti già sanno sono nata e cresciuta in una città, e tra l’altro trattasi di Palermo, città particolarmente caotica, che per noi “del luogo” è la Città per eccellenza, il centro del Mediterraneo, Panormus, città “tutto porto” che per anni è stata anche la capitale di un impero...sarà per questo che per i palermitani, “tutto il resto è paese e solo Palermo è città” .

Devo però ammettere che malgrado le dimensioni ed il numero di abitanti molto elevato non sempre a Palermo la mentalità è del tutto cittadina, ad esempio può capitare che in alcuni quartieri “tutti sanno tutto di tutti”, magari non lo sai, ma scopri per caso che i vicini di palazzo hanno seguito i tuoi movimenti, non certo nel senso di spionaggio, ma che con modi apparentemente distratti hanno capito chi sono i tuoi parenti, i tuoi orari, i ritmi di vita, etc.
Ci è capitato, e questo è solo uno dei tanti esempi, che una anziana vicina di casa, dall’udito strepitoso, ci dicesse: “ho capito che stava uscendo perchè mi metto al balcone e sento quando lei dice –sto tornando- “... e giuro che noi generalmente parliamo a bassissima voce.

Digressioni a parte, sono sempre stata in città, tra lo smog e i palazzi alti, l’asfalto ed il grigiume, i monumenti imponenti e le aiuole prive di vegetazione, tra i rumori di clacson e quelli dei motorini per l’acqua. Con la campagna solo qualche contatto durante le gite domenicali o le vacanze. Non posso, per fortuna, dire di essere stata una di quelle bambine a cui chiedevano di disegnare un tonno e ti disegnavano la scatoletta del nostromo, perchè grazie alle tante gite in famiglia, ho avuto modo di vedere animali veri e piante non di plastica, però durante le scampagnate sono stata sempre un po’ restia alle api o vespe, ed a casa ho solo coltivato qualche pianta grassa che poteva entrare nel mio piccolissimo cortiletto.

Adesso la cittadina doc si è trasferita in campagna ed ha scoperto un nuovo mondo. Le api e le vespe non mi disturbano, anzi è capitato che un giorno un’ape volesse attingere alle mie urbane terga, e a Massimo che tentava gentilmente di scacciarla, ho esclamato stupendo anche me stessa: “attento che sono in via d’estinzione!”.
E poi ho cominciato ad affondare le mie mani nella terra. I primi risultati pessimi, ho piantato dei semini di basilico, innaffiandoli con amore e andandoli a visitare tutti i giorni aspettando i germogli, dopo tanti giorni ho scoperto che stavo coltivando erbacce di vario tipo, ma nessuna traccia di basilico.

Finalmente però aiutati da un cugino esperto in materia, abbiamo piantato pomodori,
cetrioli
e melanzane,
e poi basilico (questa volta in piantine),


prezzemolo,


menta


e dei semini di salvia (speriamo bene!).
Poche piante perchè tutto lo spazio che abbiamo è alberato e troppo ombroso, ma si vedrà.

Durante la piantagione siamo stati letteralmente assaliti dalla zanzare, ma della loro estinzione ammetto non mi preoccupo tanto...

Per l’orticello abbiamo prima preparato i “vattali”, non so se è un termine siciliano o meno, so che sono delle file di terra ammonticchiata (dove vanno messe le piantine) separate da grandi vasche (sempre di terra) dove si farà andare l’acqua di irrigazione.

La zona deve essere soleggiata e dovrò innaffiare, per la prima settimana, ogni sera, poi un giorno si ed uno no. Se tutto va bene in un mese si dovrebbero vedere i frutti o meglio, gli ortaggi.


La campagna è bella e rilassante, c’è profumo di fiori


e di erba bagnata, sento solo il suono del canto delle capinere e delle tortore, vedo ulivi, limoni,


viti, un albicocco e un nespolo,


i ritmi sono lenti e rilassanti, l’attesa di vedere nascere un germoglio, metafora della vita, e di scoprire una nuova foglia o un frutto. Mi lascio abbracciare dal sole tiepido di questa primavera ed osservo il cielo azzurrissimo, libero dai palazzi, dalle antenne...
Vabbè ogni tanto andrò di certo a Palermo a disintossicarmi da tutte queste amenità respirando un po’ di aria pura di città, perchè forse lo smog, il traffico ed i rumori sono come la nicotina, fanno male, ma creano crisi di astinenza!
p.s. su blog di cucina c'è già la mia prima ricetta, non poteva che seere "A pasta chi sardi"

sabato 1 maggio 2010

Primo Maggio, festa dei lavoratori. E poi una nuova rubrica su Blog di cucina.

Oggi scrivo per due motivi.

Uno mi riguarda personalmente e mi ha fatto molto contenta in questi giorni.
Su Blog di cucina c'è una nuova rubrica che sarà curata da me. Di cosa si tratta? La risposta è semplice, non potevo che occuparmi della cucina siciliana! La rubrica si intitola infatti "La Sicilia in tavola".

Oggi su Blog di cucina è stata pubblicata la presentazione della rubrica e prossimamente sarà on line la prima ricetta. Spero tanto che vi piaccia!

Approfitto qui per ringraziare lo staff che cura questo bellissimo aggregatore, fatto da persone appassionate, simpatiche e molto gentili!

Per tutti i blogger siciliani, sono super graditi i vostri suggerimenti in materia!

Il secondo motivo (ma non per importanza, anzi...) è che oggi è una data di grande valore, Il Primo Maggio, quella che viene considerata la "festa dei lavoratori".

In Sicilia e non solo, durante questa giornata c'è chi approfitta del giorno di vacanza e del bel clima per andare a fare una scampagnata e se riuscirò, prima o poi scriverò un post sulle scampagnate in vesione palermitana doc. Poi c'è anche chi va a manifestare, ed in Sicilia esiste un luogo in cui il primo maggio assume un significato ancora più grande: Portella della Ginestra, dove nel 1947 durante una manifestazione di contadini, per l'occupazione delle terre, vi fu una strage, in tanti avevano interessi a zittire quelle voci.
L'anno scorso ho scritto questo post su quello che è un luogo bellissimo e ricco di significato.



Quindi un abbraccio a tutti ed in particolare ai disoccupati, ai precari, alle vittime sul lavoro, agli sfruttati, a chi è emigrato e chi è immigrato in cerca di lavoro e di fortuna e a tutti quelli che vogliono una vita migliore non solo per sè, ma per tutti.
Un saluto dalla bellissima Terrasini

Evelin

martedì 27 aprile 2010

L'insalata di arancia con l'aringa



C’è una particolarissima “insalatina” che a Palermo è molto gradita, e rappresenta anche l’antipasto tipico durante i periodi di festa.

Malgrado tutto il palermitanesimo che c’è sempre stato in me, per lunghi anni mi sono rifiutata di assaggiarla, sarà forse che i palermitani in età adolescenziale ancora non apprezzano certi contrasti o che ci vuole tempo per apprezzare alcune prelibatezze.
Adesso però ho rimediato al tempo perduto e mi faccio grandi ed infinite scorpacciate di arancia con l’aringa, perchè come capitava all’avventuriero Ulisse, una volta superati i propri limiti (in quel caso le Colonne d’Ercole, nel mio caso concepire l’arancia accostata al salato), non ci si riesce più a fermare.

Ho scoperto che l’arancia, dolce e succulenta, dal colore del sole al tramonto, il frutto che ha dato per molti anni il bellissimo nome di “Conca d’oro” alla mia città (che vista dall’alto era tutta adornata da aranci e limoni) e che adesso sembra quasi una beffa, perchè quell’oro è stato sostituito dal cemento selvaggio durante il sacco di Palermo, dicevo che ho scoperto che il frutto il cui nettare delizioso rende liete le colazioni e la cui polpa è perfetta per concludere i nostri pasti, raggiunge un gusto davvero sublime se accostata al pesce salato o affumicato.



Anche in questo caso si deve tutto agli arabi che importarono le arance in Sicilia nel XII secolo. Per il resto è bastata un po’ di fantasia popolare nell’aggiungervi il pesce salato o affumicato che nei mercati palermitani abbonda da sempre. A Palermo infatti, soprattutto nel passato si usava molto il sale (a basso costo) per conservare le grandi quantità di pesce pescato in zona o portato come merce di scambio da altri lidi. Sottosale finivano le sarde, le acciughe, il baccalà e poi c’erano le aringhe (del NordEuropa) che erano invece affumicate.



Tutti questi prodotti vengono venduti ancora oggi da “u saliaturi” o dall’ancora più specializzato “aringaru” che con perizia prima di vendere le aringhe toglie la spina centrale, le scuoia dalla pelle e le avvolge in carta di giornale.



L’aringa ha un sapore molto forte, che l’arancia aiuta molto a contenere, la sua carne è gustosa e molto apprezzata dai Palermitani, ma c’è una parte in particolare che viene considerata una vera prelibatezza, un boccone speciale: l’uovo, che non sempre si trova (bè ci saranno pure le aringhe maschio da vendere), il suo aspetto è come un insieme di infinite micro bollicine dal colore dell’ambra, il gusto invece non si può raccontare, si deve provare.



Detto tutto ciò, l’aringa unita in un felice matrimonio con l’arancia (le caratteristiche sono estremamente diverse ma ben assortite tra loro), con aggiunta di cipollina e olive (che spero non siano gli amanti, ma in ogni caso arricchiscono il tutto), condite da olio, sale e pepe, diventa un cibo come sempre povero ma ricco, ed i nostri palati sono gratificati come non mai (almeno il mio, dai diciotto anni in poi).


Bisogna fare però attenzione a un antico detto: “l’arancia di giorno è oro di sera è chiummu (piombo)”, secondo queste parole bisognerebbe evitare di mangiare le arance la sera, se poi si aggiunge l’aringa, l’effetto indigestione è assicurato.
Ma siccome avevo un bisnonno che ogni sera mangiava un’arancia ed è vissuto fino a novantadue anni, io non demordo e sfido il detto popolare!

La ricetta è semplice e va “misurata” ad occhio. Arance sbucciate e tagliate a tocchetti, aringa (ripulita dalle spine) e tagliata a pezzi, cipolla affettata (meglio ancora le cipolline scalogne), olive nere, olio, sale (poco) e pepe.

E buon appetito

lunedì 19 aprile 2010

La nostra compostiera



Se a Palermo, come scrivevo già tempo fa, e come è tristemente noto, la situazione dei rifiuti è grave, anche in provincia non si scherza. A Terrasini non ho ancora visto un cassonetto dell’immondizia, e questo mi sembra molto positivo se pur misterioso, ma ogni tanto da qualche balcone ho visto pendere un sacchettino attaccato ad un laccio (tipo paniere), strana abitudine o un diverso modo di prelevare i rifiuti? Non voglio giungere a rapide conclusioni, mi informerò meglio, magari era un caso isolato. In compenso nelle strade larghe alla periferia del paese, ci sono lunghe filiere di cassonetti ripieni di montagne dei soliti “variopinti pacchetti” e contornati da mobili di ogni genere, vecchiume vario, luoghi di ritrovo di cani e gatti (insomma delle specie di gratuiti pub a quattro zampe).

Ora sarà per queste visioni non proprio auliche o perchè avere un giardino (se pur piccolo) spinge a certi desideri, abbiamo deciso di intraprendere una nuova impresa: costruire una compostiera.
Insomma, se possiamo trasformare i nostri casalinghi scarti in concime per le piante, perchè non farlo?


Prendendo così ispirazione da vari blog, tra cui quello di Danda, abbiamo cominciato a capire le basi fondamentali del compostaggio e abbiamo iniziato.

Prima decisione: Non acquistare la compostiera, potevamo costruircela noi con materiali di riciclo (ops, mi sento una vera ecologista!).
Primo passo: trovare tali materiali nello scantinato di mio nonno, abbandonato da anni, pieno di tutto (perchè mio nonno è un palermitano doc, ma non butta niente, conserva tutto perchè “non si può mai sapere...”), serrande, mobilucci rotti, sedie sfondate, latte di vernice solidificata, milioni di bottiglie di vetro, bidet e lavabi fuori uso, ed altro, altro ancora. Il primo pensiero dopo aver aperto lo sportello dello scantinato? Richiudiamolo subito! Ma poi abbiamo trovato delle cassette di legno e sembravano perfette!
Secondo passo: cominciamo a schiodare delle assi, rompere legnetti e chiodi arrugginiti, accorpiamo il tutto e la compostiera è fatta.

Dubbi e ripensamenti: è troppo brutta? reggerà? Sarà un po’ troppo infradicita dal tempo?
Risposte e fatalismo: deve contenere rifiuti, non gioielli, se mai si vedrà...
Terzo passo: scelta della ubicazione. Giro di tutti gli angoli del giardino, “lì è troppo esposta, là non ci sono alberi, lì è difficile da raggiungere (ricordiamoci sempre la lagnusia), ecco, qui può andare!” Un bell’angolino sotto un grande albero e una “pala di ficodindia” , pochi passi da casa, ma a una certa distanza (chissà dovesse emanare strani odori).

Quarto passo: foto per celebrare l’opera.


Ho cominciato a riversare in questa costruzione i miei rifiuti, per ora tutta contenta di triturare ben bene gusci d’uova e bucce varie, speriamo non sia solo l’entusiasmo della novità. Certo subito dopo averla fatta, la pioggia incessante, ora vedrò di recuperare il tutto, tra cui allontanare la folla di moscerini venuta a visitare (ma senza fare la fila e pagare il biglietto) questo pezzo da museo.


Ancora non so se si realizzerà l’auspicato concime, bisognerà aspettare almeno sei mesi (saremo ancora qui? mah! si vedrà), però mi sento soddisfatta. E domani forse realizzerò il mio primo orticello (e pensare che ho sempre usato questo termine solo per dire “non bisogna pensare solo al proprio orticello”) di piccole dimensioni, con una decina di piantine di pomodori e melanzane. L’avevo detto io: “voglio andare a vivere in campagna ah ah”.

p.s. a tutti gli esperti in compostiere: “datemi i vostri preziosi consigli, please!”

lunedì 12 aprile 2010

Sarde a beccafico



Ho avuto a che fare con una questione spinosa, e non sto esagerando perchè le spine c’erano davvero: ho preparato le sarde a beccafico (anzi più che sarde erano alici o come le chiamiamo noi “anciova”). Le sarde, come le alici, sono tra i pesci meno cari che esistano, sono buonissime e sempre fresche perchè vengono pescate nei nostri mari quotidianamente, hanno però un piccolo difetto, sono piccole e così pulirle è una operazione che necessita di tanta pazienza (oltre che di uno stomaco forte, ma quello ci vuole in generale per pulire tutti i pesci).


Visto che per ora la pazienza non mi manca, ho pulito le mie belle alici dotata di guanti da chirurgo e con un atteggiamento un po’ imbranato (era la prima volta che facevo questa operazione lo ammetto), e non contenta le ho anche “allinguate” (private di lisca e aperte a libro). L’operazione di trasformazione delle sarde in sogliole (bisogna ricordare che il termine “allinguata” deriva dalla parola spagnola “lenguada” che significa sogliola) è molto delicata, bisogna stare attenti a non far distaccare le due parti del pesce e se poi si devono addirittura trasformare in beccafichi, bisogna non togliere la coda (elemento fondamentale per l’estetica ingannevole del piatto, che deve ricordare l’uccelletto da cui prende il suo nome).

Le sarde a beccafico sono infatti uno di quei tanti piatti che nascono dalla cucina povera dei palermitani del popolo che volevano riecheggiare sulle proprie tavole la ricchezza dei banchetti delle lussuose, sfarzose e decadenti corti del capoluogo siciliano). Il beccafico è un uccelletto che veniva cacciato nelle tenute delle famiglie più ricche, durante le tante battute di caccia, brutali svaghi dei nobili che di certo non avevano bisogno di alimentarsi con piccole quaglie e altri uccelli, ma piuttosto di trovare qualcosa da fare per trascorrere il tempo, visto che erano dediti al dolce far nulla ed anche alla “lagnusia” (tipico stato d’animo tra l’apatia e la pigrizia, il fatalismo e l’attendismo, il tutto condito da una certa dose di presunzione).

Ritornando alle sarde, hanno la coda che ha la caratteristica di essere identica a quella del beccafico, e se riempiti di una “consa” (ripieno) a base di “muddica” (pangrattato) e vari condimenti, potevano benissimo sostituire quei nobili uccelletti e allietare le tavole dei popolani. Le sarde a beccafico hanno anche la dote di racchiudere tutti i sapori tipicamente palermitani, dal pesce azzurro, ai pinoli usati per la loro funzione antibatterica, all’agro dolce (di araba provenienza) ottenuto mischiando il succo dei limoni siciliani con lo zucchero e l’uva passa.

E così anche io, principiante emulatrice dei Monsù (cuochi francesi), ho finalmente cucinato le sarde a beccafico, arrotolandole una per una, irrorandole con una deliziosa salsina a base di limone e zucchero, creando così una delle più sfiziose e deliziose prelibatezze della nostra tavola, dei bocconcini che armoniosamente raccontano di Palermo.


Ricetta:
Sarde, olio evo, pangrattato, una manciata di uva passa e pinoli , zucchero, cipolla, sale e pepe, foglie di alloro, prezzemolo, succo di limone (o di arancia). Le quantità non le ho scritte perchè si va “ad occhio”, ma per un chilo di sarde bastano circa 100gr di pangrattato.

Procedimento:Pulire le sarde, privarle delle teste, togliere la lisca centrale, aprirle a libro e lasciare la coda.
Preparare il ripieno unendo al pangrattato un po’ d’olio, prezzemolo e cipolla tritati, uva passa, pinoli, sale, pepe ed un pizzico di zucchero. C’è chi fa abbrustolire in precedenza il pangrattato, ma secondo me non è necessario. Amalgamare bene il tutto. Riempire ogni sarda con un po’ di condimento, arrotolare in modo che la coda resti in alto. Disporre gli involtini in una teglia oliata, uno a fianco all’altro separati dalle foglie di alloro.
Irrorarli con una salsina ottenuta unendo il succo di un limone con dell’olio evo e un cucchiaino di zucchero ed infornare per una ventina di minuti circa.
E come sempre buon appetito!

sabato 10 aprile 2010

Da Terrasini - post trasloco

Da tempo ormai non scrivo, dopo l’assestamento post trasloco, il nuovo problema è stata la connessione internet. Dopo un’attesa di circa quindici giorni, il verdetto: “non c’è copertura”.
Il luogo ameno in cui mi trovo infatti ha (almeno per ora) un solo problema (escludendo il fatto che non si tratti di Palermo): non arriva la adsl (detto in termini semplici, i vari operatori telefonici hanno usato termini più complessi ed espressioni più arzigogolate).

Ma insomma, dove ci troviamo?
Siamo a Terrasini, piccolo centro a trenta chilometri dalla città più bella del mondo (è chiaro che non intendo né Roma, né Parigi, ma sempre Palermo...), paese marittimo di cui avrò tanto da scoprire e da raccontare. Mi trovo in campagna, nel cosiddetto “villino” dei miei nonni, quello dove abbiamo raccolto le olive qualche mese fa. Al momento sembra essere una scelta provvisoria, pochi mesi per riapprodare poi a Palermo, oppure riecheggiando una canzone di Toto Cutugno che diceva cantilenante: “Voglio andare a vivere in campagna”, decidiamo di scappare dal caos fascinoso di Palermo per rimanere nella natura. Il futuro darà le sue risposte, del resto siamo siciliani e fatalisti.

(fiori raccolti nel giardino)

Comunque tornando ad internet, dobbiamo usare la chiavetta, e quindi sarà tutto un po’ più lento e limitato. Spero che, anche se non riuscirò ad andare come prima nei tanti blog che amo leggere, cari amici bloggers (e non solo) verrete lo stesso a visitarmi e a lasciarmi una vostra traccia.

Approfitto ora per dare un saluto a tutti gli Aquilani perchè non ho potuto farlo il giorno del triste anniversario.

Adesso (sempre che riesca a caricarle) ecco delle foto del bel mare di Terrasini, ed a presto sarò pronta a scrivere ancora di Palermo, di cibo, di mare etc.
Evelin







Blog Widget by LinkWithin