sabato 16 aprile 2011

Bosco di Bonifato, seconda gita ad Alcamo con cripta inquietante e “capitelli dell’homo sapiens”




La mia recente passione per la cittadina di Alcamo, ha trovato ulteriori conferme.

Avendo approfittato di un’ ulteriore soleggiata giornata, ho visitato il bosco del monte Bonifato, proprio a ridosso di Alcamo e non potevo non fare anche una tappa nel centro del bellissimo paese per ritrovare e fotografare i fantomatici capitelli “dell’homo sapiens” che, il gentilissimo signore che avevamo conosciuto la volta scorsa, ci aveva segnalato e che la mia fotocamera non era riuscita a immortalare per la mancanza di luce solare.



Questa seconda escursione mi ha fatto ancora di più affezionare ad Alcamo e ai suoi dintorni, ed è stata in più arricchita da uno stranissimo fenomeno atmosferico: la nebbia sul mare, che ha donato al panorama già splendido, un fascino particolare e un senso di mistero.



Un solo neo, non essere riuscita a raggiungere i ruderi del castello per i motivi che di seguito elencherò, fattore che pur negativo, riserva sempre un lato positivo, la necessità di un ritorno, ed una domanda “filosofica”: “perché le mie passeggiate sono sempre incompiute, riuscirò mai a trovare ciò che cerco?”. Filosofeggiamenti sulle passeggiate e sul senso della vita a parte, ecco a voi il bosco di Alcamo, mancante di castello, ma ricco di natura, aria pura e panorami affascinanti.



Questo bellissimo bosco è anche una riserva naturale protetta con alberi e animali rari, dove esistono i resti di un insediamento risalente all’età del ferro, che ovviamente io non ho trovato… Sulla sommità del monte c’è anche il castello del XIV secolo ed anche quello non l’ho trovato.

Adesso urgono delle spiegazioni per dire come mai dopo trenta kilometri di strada, dopo aver raggiunto un monte percorrendo un po’ di curve (non spiacevoli comunque) e fatto pure una scarpinata a piedi, non abbiamo trovato un castello con quattro torri. I fattori principali sono: la lagnusia, l’incapacità di orientamento, la timidezza, l’assenza di indicazioni.



In primo luogo è incredibile che in tutta la riserva non ci fosse un cartello in cui si indicasse esattamente dove ci trovassimo e che al centro di un bivio ci fosse un solo cartellino con disegnato un “castello” senza però una freccia che facesse capire in quale strada dovessimo andare, magari una freccia bella grande e chiara anche per due confusi (e non fusi) e disorientati come noi. Anche il fattore lagnusia ha avuto la sua parte: dopo aver percorso un pezzo di strada in ripida salita, ci siamo domandati: “e se non fosse questa la strada giusta, avrebbe senso faticare ancora per non trovare nulla?”. Di comune accordo, col fiatone e con veramente una scarsissimo senso atletico, siamo tornati indietro. Ovviamente solo dopo abbiamo scoperto che quella era la via giusta.



 Infine il fattore timidezza: c’erano infatti alcune persone non troppo distanti a cui poter chiedere informazioni, ma come si suol dire “ci pareva male”, ovvero non volevamo disturbare, ogni tanto qualcuno dice di noi: “sunnu privi” intendendo che siamo timidi e riservati, evvabbè!

Fatto sta che, castello e ruderi a parte, abbiamo fatto delle bellissime passeggiate nei viottoli alberati.



Ad un certo punto nel silenzio rasserenante del bosco abbiamo sentito delle voci, sempre più perplessi andavamo avanti, non si vedeva assolutamente nulla, ma le voci erano sempre più forti. Consapevoli di non aver bevuto e di non avere allucinazioni, abbiamo proseguito, fino a quando come per incanto, dal nulla, sono apparse circa cento persone che giocavano, urlavano, mangiavano e arrostivano in una zona attrezzata del bosco.



Poi in auto abbiamo continuato il percorso e trovato un altro spiazzo dove lasciare la macchina, li c’era il famoso bivio del castello. Abbiamo percorso un po’ di strada a piedi. I panorami erano fantastici, la nebbia che si vedeva dall’alto e che non lasciava intravedere il mare ed avvolgeva tutto col suo candore umido e teporoso, dava un fascino speciale. Solitamente dal monte Bonifato si possono vedere addirittura le isole di Ustica e di Marettimo, ma noi vedevamo solo la bella coltre di vaporose nuvole. Abbiamo poi saputo che quello strano fenomeno aveva reso difficile l’atterraggio di diversi aerei a Punta Raisi.



Dopo aver respirato la nostra dose di aria pura, abbiamo deciso di tornare ad Alcamo per prendere un caffè e trovare i “nostri capitelli”. Prima di tutto però, ci è capitato di intrufolarci nei ruderi della chiesa dell'Annunziata, “imbucandoci” in un gruppo organizzato.



 Questa ex chiesa in stile Gotico-Catalano è molto particolare, è a cielo aperto



ed è costruita su una piccola cripta usata come catacomba dai monaci francescani.

Un signore che faceva da custode alla chiesa, ci ha spiegato che nella cripta, si essiccavano i monaci francescani defunti, che poi venivano appesi nei loculi ed altre cose macabre legate a quella ritualità, dopo di che, ci ha invitati a scendere le scalette per vedere più da vicino quel “luogo ameno”, dicendoci però: “tra cinque secondi chiudo”, a quel punto ho pensato che non avevo proprio tutta questa voglia di scendere… ma mi sono fatta coraggio.



Alla fine anche il custode ci ha raggiunti, ci ha mostrato un altare, un antico affresco ormai quasi del tutto deteriorato che probabilmente rappresentava il momento in cui San Francesco aveva ricevuto le stimmate da Gesù, il commento del custode è stato: “è un peccato, sta crollando, la muffa e l’umidità lo distruggeranno, ma che ci vogliamo fare, siamo in Italia e pure in Sicilia”.



Dopo abbiamo visto il punto in cui si essiccavano i monaci, con relativo commento del custode: “erano bassini di statura questi monaci”, per un attimo ho pensato con orrore al mio metro e mezzo di altezza…



Poi ho fatto le foto con nonchalance e siamo usciti all’aria aperta, finalmente!

Alla fine siamo arrivati in Piazza dai capitelli, che ci mancava poco ed era di nuovo sera e non riuscivo a fare le foto per la seconda volta…



E poi passeggiatina allietata dalla vista di belle chiese,



 campanili,
 


 scorci, balconcini etc.



E così si è conclusa la seconda “visita incompiuta” ad Alcamo, con la voglia di vedere, la prossima volta, il castello, i ruderi ma soprattutto di fare una nuotata nel bellissimo mare!

sabato 9 aprile 2011

Alcamo, una passeggiata, un incontro. Involtini di pesce spada.

 Dopo due settimane trascorse nella quasi serafica sopportazione di ogni tipo di influenza, che ha “perseguitato” me e tutti i miei familiari, adesso forse guarita, solo un po’ di tosse ancora, ho finalmente potuto fare una passeggiata domenicale (se pur in serata) che mi ha permesso di scoprire un paese non troppo distante da Terrasini (e da Palermo), un paese che non avevo mai visitato e pur avendolo visto ormai all’imbrunire, mi è sembrato bellissimo, e per quanto abbastanza conosciuto (soprattutto grazie al vino che vi si produce), credo meriti ancora più fama e rilievo di quanto ne abbia adesso: Alcamo.


Conosco da sempre Alcamo marina, e soprattutto la sua spiaggia molto bella dove spesso mi è capitato di andare al mare, sia da piccola che in tempi più recenti.



Ho dei vaghi ricordi d’infanzia del Monte Bonifato dove c’è un bel bosco che si trova proprio a ridosso della bella cittadina, ed anche “conoscenze gastronomiche”, legate al ristorante Bahìa, vicino al mare,



dove si mangia un ottimo cous cous al pesce.

Ma ad “Alcamo paese” non ero mai stata, sapevo essere molto bello, grande e ricco di monumenti, ma vederne il centro storico, seppur di fretta, è stato molto piacevole, mi dispiace solo che la mia macchina fotografica di sera non faccia delle foto decenti, ma sarà la scusa in più per fare un’altra visita durante una di queste belle giornate soleggiate.
Alcamo ha origini arabe, questa è l’unica certezza, ho infatti trovato almeno quattro diverse interpretazioni riguardanti l’origine del suo nome: secondo la prima deriverebbe dal termine arabo Alqamah (fango) per intendere una terra fertile, una seconda teoria fa originare Alcamo da Al-Kamuk, il comandante arabo che l’avrebbe fondata. Oppure sembra che l’avessero fondata nel 827 attorno a un piccolo castello e avesse preso il nome dall’ emiro arabo che si chiamava Al-Qamah. Un’ altra ipotesi fa originare il nome Alcamo da “Mazil Alqamah” dove per mazil si intende un gruppo di case e con alqamah un cocomero velenoso (ma non era il fango fertile??? ).

Ad Alcamo poi si susseguirono diverse dominazioni che lasciarono i segni del loro passaggio. Ci sono tantissime chiese e monumenti di pregio grazie anche al contributo di diverse personalità artistiche (come il pittore Borremans o gli scultori Gaggini e Serpotta).



Non voglio descrivere qui queste Chiese così belle, che sono davvero tante e oltretutto andrebbero visitate all’interno (cosa che non abbiamo potuto fare perché era già sera), e perché meriterebbero studi più approfonditi, ma semplicemente raccontare una bella passeggiata che ha lasciato vivo il desiderio del ritorno, una sensazione di arricchimento e l’orgoglio di vivere in una terra che va sempre riscoperta e che malgrado il degrado e l’incuria che troppo spesso purtroppo non fanno fiorire, come dovrebbe, il grosso patrimonio culturale che ci è stato lasciato dai nostri predecessori, riesce comunque sempre a meravigliare e a regalare belle emozioni.

Noi abbiamo parcheggiato in un belvedere che è una sorta di cinta muraria, e tramite la Porta Palermo,


una delle porte della cittadina, siamo entrati nel corso principale che ha subito mostrato le sue bellezze, diversi scorci suggestivi, un bellissimo portale,

angoli illuminati dalla luce fioca dell’imbrunire, Chiese, monumenti, balconcini, diversi stili architettonici che si intrecciavano armoniosamente. Siamo arrivati in una grandissima piazza dove dominava su tutto il Castello del XIV-XV secolo,

 
si può aggirare in tutto il suo perimetro e che fortunatamente è ristrutturato e ben illuminato.

Poi siamo arrivati alla piazza principale, dove c’è una bella chiesa e un antico collegio dei Gesuiti. Vicinissimo al Collegio c’è la Cappella della Sacra Famiglia.

Questa Chiesetta appariva, già dall’esterno, affascinante e fortunatamente era anche aperta, così siamo entrati, poco dopo si è avvicinato un simpatico e particolare signore che si è mostrato desideroso di spiegarci alcune cose della cappella e di Alcamo.

Ci ha spiegato che quella Chiesa era stata costruita dai Gesuiti cento anni prima del Collegio. Ha cominciato così: “Bisogna ricordare… che Alcamo sorge in un luogo molto bello, tra il monte Bonifato, il mare, e le acque termali, è vicina a due aeroporti, quello di Trapani e quello di Palermo...” e poi: “sapete chi erano i Gesuiti? Se non lo sapete ve lo dico io”, e senza darci il tempo di fiatare, ha continuato: “bisogna ricordare… che i nobili e ricchi signori avevano tanti figli, i primogeniti ereditavano il titolo, ma gli altri non potevano, allora venivano fatti entrare nel clero con delle ricche doti”, “con queste doti costruivano chiese e conventi”.

Poi ci ha mostrato i simboli della Sacra Famiglia che si trovavano sul portale e su un palchetto di legno: il sole nascente e le spighe. Ci ha segnalato le teche con le reliquie di S. Casimiro (“Bisogna ricordare … che era vice re della Polonia, è per questo che sulla teca c’è una corona”), S. Paolino e S. Benedetto il moro (che si trova pure a Palermo a Santa Maria di Gesù).

Poi ci ha detto: “Bisogna ricordare che ad Alcamo c’è stato il terremoto, ed allora delle tele andate distrutte sono state sostituite da quelle fatte in anni più recenti dal pittore alcamese Gino Speciale”. Poi ci ha mostrato una tela di Giusseppe Renda (pittore Alcamese del 1700) e una tela mancante (La Madonna del lume) che stanno restaurando, una piccola scultura di smalti e coralli rappresentante la sacra famiglia, ed infine un trono d’oro appena restaurato.

Questo signore ha poi voluto accompagnarci nella piazza perché ha detto: “tanti miei concittadini non sanno che qui ci sono dei capitelli risalenti all’homo sapiens, vanno in giro a cercarli per il mondo mentre ce li abbiamo pure qui”. “Ora ve li faccio vedere, seguitemi”. Poco distante c’era un portale con due colonne i cui capitelli rappresentavano una donna e un uomo e al centro della porta un bambino, più avanti in un’altra colonna il volto di una donna.

Ora, dubito che si tratti di resti dell’homo sapiens, e non solo la mia fotocamera non è riuscita a fotografarli, ma non ho nemmeno trovato nulla nella mia piccola ricerca su internet riguardo a questi capitelli e alla loro storia, però erano molto belli e particolari e mi piacerebbe tanto saperne di più.

Il gentile signore ha continuato: “Bisogna ricordare… che c’era il “Principe Pria”, che viveva a Palermo, ma poi giunse ad Alcamo ed aveva un figlio maschio e una femmina, fece scolpirli nei capitelli, prima qui c’era l’erario, ora lo hanno acquistato famiglie di privati”.

Insomma dopo un po’ ci siamo salutati, con la promessa di rincontrarci e farci raccontare altre storie. E sempre bello passeggiare, anche inconsapevoli, per i luoghi e fare incontri, che ti lasciano sempre qualcosa, arricchiscono e dimostrano come gli umani, malgrado vivano in un mondo ormai disgregato e virtuale, sentano sempre e comunque il bisogno di comunicare e interagire tra loro, stare vicini e raccontare le proprie storie, ed a me le storie piacciono tantissimo, sia vere che…verosimili!

Per premiare la pazienza di chi è arrivato fino a qui, una semplice ricetta:

Involtini di pesce spada.


Ingredienti: quattro fette sottili di pesce spada (eventualmente batterle). Succo di un limone, olio evo (quanto basta) un cucchiaino di zucchero, foglie di alloro, cipolla. Per il ripieno: quattro cucchiai di pangrattato (un cucchiaio circa per ogni fetta), una manciata di uvetta e pinoli, un pezzetto di cipolla tritata, una manciata di prezzemolo, sale e pepe, un cucchiaio di olio evo.

Preparazione: In una ciotola mescolare tutti gli ingredienti del ripieno cercando di amalgamarli. Mettere un mucchietto di ripieno all’interno di ogni fetta di pesce spada e arrotolarla cercando di non far fuoriuscire il ripieno. Porre gli involtini in uno spiedo, intervallandoli tra loro con una foglia di alloro e un pezzo di cipolla. Metterli in una teglia preferibilmente su carta forno. Preparare un sughetto con dell’olio evo, il succo di un limone e lo zucchero (un cucchiaino), mescolare bene il tutto e versare sugli involtini. Mettere la teglia nel forno e cuocere per circa venti minuti.


Buon appetito!


domenica 13 marzo 2011

Le Mense di San Giuseppe a Terrasini, una giornata da “turista-blog-reporter a casa mia”

Certe volte semplicemente passeggiando si scoprono delle cose inaspettate.
E così io oggi, mentre insieme a Massimo camminavo distratta per le strade del paese, ho scoperto una tradizione di Terrasini che non conoscevo.
Ero soprapensiero, un po’ triste e un po’ felice. Felice di trascorrere una domenica rilassante, felice di piccole cose, come il paneimpasta per la pizza lasciato a lievitare sotto la mia copertina di lana tutta colorata, e triste per l’umanità così colpita da disgrazie naturali e non.

La via che stavamo percorrendo con il nostro abituale passo spedito, non sembrava uguale al solito, alcune case erano particolarmente illuminate ed addobbate, e all’ingresso di queste case c’erano dei cartelli con su scritto “Mensa di San Giuseppe”.



La curiosità di scoprire il significato di quelle tavole imbandite a festa, dei lampadari illuminati, delle decorazioni, dei dolci esposti, era tanta, ma la mia proverbiale timidezza mi frenava dal fare domande e ancor di più foto.

Ma sarà la voglia di scrivere sul blog, sarà l’amore del conoscere sempre diverse tradizioni della Sicilia, sarà quel che sarà, mi sono decisa a trasformarmi per un giorno in turista o meglio in “turista-blog-reporter a casa mia”.

La tradizione delle Mense esiste a Terrasini da tempi immemorabili, anche se ultimamente era stata abbandonata. Da qualche anno alcune persone devote a San Giuseppe, hanno pensato di rispolverare la vecchia usanza e adesso ci sono otto famiglie o piccoli gruppi ad imbandire la propria casa.



Ogni gruppo di devoti mette a disposizione una camera di una casa, che generalmente rispecchia lo stile delle case antiche di Terrasini, deve essere una stanza che da sulla strada, che viene addobbata con quadri di San Giuseppe,

merletti, fiori ed una tavola apparecchiata lussuosamente, tutto intorno tante sedie per accogliere i passanti o coloro che vorranno lasciare un’offerta o del cibo per i poveri.
La Mensa viene aperta per una decina di giorni, fino al giorno della festa del Santo, in cui ogni casa organizza una piccola processione a ricordare il giorno in cui San Giuseppe cacciato da tutti cercava un rifugio per lui, Maria e il bambinello. Nella rappresentazione i tre bussano e la risposta di diniego è: “Nun c'è locu, nè lucanna, itivinni a natra banna” (non c’è luogo nè locanda, andatevene da un’altra parte”, alla fine però la risposta sarà: “Gesù, Giuseppi e Maria, siti benvinuti 'ncasa mia”.

Ogni mensa ha uno stile diverso dalle altre, e lo scopo oltre che quello legato alla preghiera e alla tradizione è anche la raccolta di cibo da offrire alle famiglie povere.


Abbiamo così visitato tre mense, le prime due erano tipicamente legate alla tradizione di Terrasini, le gentilissime signore, dopo averci raccontato tutto, mostrato foto, permessomi di scattare foto, invitato alla processione del sabato, offerto pane di San Giuseppe, mi hanno anche consigliato di andare ad una Mensa un po’ diversa dalle loro, perchè chi l’aveva organizzata aveva seguito lo stile che si usa nel paese di Borgetto (a 20 km da Terrasini), dove l’addobbo delle Mense è molto più elaborato, le pareti della camera si trasformano in un merletto di nastri, drappi di raso, incroci di stoffe.


Non riuscendo a trovare questa casa particolare, chiediamo informazioni ad un gruppetto di anziani. Una signora zittisce tutti e gesticolando dice riferendosi a noi: “Chisti sunnu stranieri, sunnu di Burgettu. Di ddà, aviti a ghiri di ddà” (Costoro sono stranieri, provengono da Borgetto. Dovete andare di la, in quella casa). Ecco nella vita mi sono successe tante cose, mi sono stati attribuiti tanti luoghi di nascita e diverse nazionalità, ma soprattutto questo accade a Massimo (che viene scambiato per arabo, Tunisino, Marocchino, e...Caparezza, etc) ma mai mi era capitato di sentirmi dire che siamo addirittura stranieri perchè di Borgetto!

Anche nella casa in stile Borgetto siamo stati ben accolti,
ci hanno spiegato che il giorno della festa avrebbero invitato a cena tre bambini poveri, quando “s’invitano i Santi” (ovvero metaforicamente a mangiare sono i santi a cui sono devote le famiglie di appartenenza di quei bambini), ci hanno offerto come tutti gli altri il pane benedetto,
ci hanno fatto fare la foto, ci hanno spiegato che la creazione dell’addobbo è durata un mese ed è stata realizzata da maestranze arrivate direttamente da Borgetto.
Alla fine la signora mi ha pure cantato la canzoncina di San Giuseppe.

Queste tradizioni possono piacere o meno, si può trovare spiritualità o abitudine, carità o ostentazione, ma in ogni caso si esprime una parte della essenza di un popolo, in questo caso di quello siciliano che è sempre interessante conoscere e scrutare per saperne leggere ogni suo aspetto.

La cosa che più mi colpisce in questi eventi spirituali è il bisogno che c’è di aggregazione, al di là delle motivazioni religiose, che comunque rappresentano la spinta iniziale ad incontrasi. C’erano tante tipologie di partecipanti, dai visitatori di cortesia, ai più devoti e assorti, a chi approfittava del momento per fare semplicemente una chiacchierata tra amiche, all’anziano che si riposava su una salvifica sedia.

Questo è ciò che ho scoperto in questa mia piccola esperienza di “turista-blog-reporter in casa mia”, trovando persone accoglienti e gentili, desiderose di raccontare e far conoscere le proprie usanze. La promessa è stata di ritornare il giorno di San Giuseppe, per fotografare e riprendere le processioni, speriamo proprio di poterlo fare, così avrò un’altra storia da raccontare!

lunedì 7 marzo 2011

Il mio Carnevale a Cinisi



Il Carnevale è un periodo che mi suscita sentimenti contraddittori.
E’ una allegra festa popolana; nella sua idea originaria, ogni persona, durante quei giorni, poteva uscire fuori dalle convenzioni sociali, morali e religiose e divertirsi liberamente.
Ma questa idea liberatoria, nello stesso tempo mostra tutta l’oppressione quotidiana subita dal popolo: solo durante pochi giorni l’anno si potevano annullare le differenze sociali, per il resto del tempo bisognava accettarle, come si accettavano le fatiche, la povertà ed il non divertimento. L’unico sogno concesso, poter emulare i nobili e ricchi, che invece gli svaghi, potevano goderseli sempre.

Ecco perché il carnevale mi mette allegria e nello stesso tempo tristezza, un po’l’effetto che danno i clown, e di questi tempi i reality show (bè quelli fanno solo tristezza in effetti) e tutti gli altri carrozzoni carnevaleschi a cui siamo costretti ad assistere.

In Sicilia il Carnevale ha delle antiche tradizioni, in alcuni paesi come Acireale o Sciacca e non solo, si svolgono dei veri eventi di grosse dimensioni, e quest’anno ho scoperto il Carnevale di Cinisi, paese molto vicino a Terrasini, dove storicamente si organizzano sfilate di carri allegorici e di cavalli, il rogo du nannu e da nanna, ed altri momenti di svago e allegria.


Visto che la curiosità non mi manca, malgrado i sentimenti contraddittori, ho deciso di assistere, per la prima volta, al Carnevale di Cinisi, che tra l’altro è ancora in corso.


C’è tanto lavoro nel Carnevale, c’è un’ arte da riscoprire nella costruzione dei carri e tanto divertimento. La sensazione più particolare e piacevole che ho percepito, visto che spesso mi capita di trovarmi a Cinisi, è stato il senso di riappropriazione del corso del paese, da parte della gente. Il corso è molto bello e lungo, ma solitamente essendo aperto al traffico è poco vissuto, durante il carnevale era molto bello vedere le persone invadere la strada e i bambini correre liberamente.


Poi c’era la musica, quella assordante, i bambini che facevano il balletto vestiti con i colori della bandiera italiana ma con il finto baffetto in stile siculo doc,


i carri allegorici ispirati alla realtà italiana, ovviamente dal bunga bunga


all’immondizia,


dal tentativo di evadere dalla crisi rifugiandosi nell’immaginario paese delle meraviglie di Alice


o nel mondo del moulen rouge, ed infine quelli che potevano essere un’ ultima speranza, i supereroi, ormai rappresentati come vecchi e rimbambiti… sarà che bat-man, con la sua bat-casa e i suoi abusi bat-edilizi, sopravvive solo nella Milano morattiana!


E così ecco il mio carnevale, caotico come non mai, allietato dagli sguardi gioiosi della mia nipotina, dove capita di rincontrare tra la folla amici che non si vedevano da tempo, dove si vedono personaggi tra i più strani,


dove mangi su un gradino un cannolo gigante, dove timidamente ti ritrovi a tirare coriandoli agli estranei, dove una sana risata fa sempre bene, ma non pochi giorni l’anno, una risata al giorno, perché in fondo la vita è un grosso e contraddittorio Carnevale!

lunedì 28 febbraio 2011

Io e la frittura. E poi Cacocciuli ammuttunati ca tappa i l’ovu.

Io e la frittura abbiamo uno strano rapporto.

I Palermitani sono detti “pariddara” proprio per l’attitudine che hanno ad usare le padelle e soprattutto a riempirle di olio bollente dove friggere qualunque elemento commestibile.
Non riescono a concepire altri tipi di cottura, pur sforzandosi e cercando di abituarsi al poco amato amico forno.

Ricordo che una mia vicina di casa, vera palermitana doc, fece una dieta molto seria, seguita da un bravo dietologo, un professionista. Ma la signora dopo un mese non faceva progressi e la bilancia dava sempre un responso disastroso. Il medico si insospettì e la signora indignata affermò di aver seguito la dieta alla lettera, aveva mangiato solo una fettina di pollo, un pesce, un hamburger etc... il dottore allora non convinto chiese: “ma signora, come li ha cucinati?” e la signora serafica rispose: “fritti, come l’avia a fari!” (fritti, esiste forse un altro modo per cucinarli?)...

C’è mia nonna, altra palermitana doc che ad ottantacinque anni, ha avuto quello che qui chiamiamo “acitu” (acidità di stomaco), così il suo medico curante le ha consigliato di mangiare “ a leggero”, mia nonna affranta, non riusciva a capire il significato della cosa, così mio padre ha tentato di convincerla ad evitare le fritture, ma lei sempre più confusa non concepiva l’esistenza di una cottura alternativa per carciofi, melanzane, uova, carne, pesce, etc, alla fine... ha ripreso a friggere e ha accettato di convivere con l’acidità di stomaco.
Da poco tempo c’è una giovane signora somala che la aiuta in casa; ha subito avuto una bella colite grazie alla salutare cucina di mia nonna, che si è rattristata parecchio, perchè la signora si rifiutava comprensibilmente di mangiare e lei era molto desiderosa di farle conoscere il suo ultimo manicaretto, ovvero i “pipi ammuttunati” (peperoni ripieni e fritti). In un solo mese le aveva fatto assaggiare soltanto: cardi fritti in pastella, pasta con melanzane fritte, cacocciuli impanati e fritti, pasta con le sarde (prima fritte), anelletti al forno, caponata, calamari fritti, crocchè di patate fritte, peperonata, broccoli arriminati, sarde a beccaficco, parmigiana, fegato fritto in agrodolce, fegato ri sette cannuola (zucca fritta in agro dolce), pasta con le zucchine fritte, cotoletta (ovviamente fritta) alla palermitana, sfincione, frittelle di nunnata etc,. Peccato che la signora abbia avuto quel cedimento allo stomaco, mancavano solo i peperoni ripieni e poi si ricominciava da capo!

Ed io che sono palermitana aliena doc, adoro le fritture, ed il mio stomaco palermitano ancora le regge (non certo nelle suddette quantità), però mi rifiuto di friggere, ed il motivo, non è come si potrebbe pensare la salute o la linea (che pure vacilla come l’ago della bilancia), il motivo è olfattivo.
Non amo l’odore della frittura che si posa sui miei capelli, su miei abiti e nelle stanze, e non è che abbia dei mega capelli, abiti griffati o arredamenti lussuosi, anzi, i capelli non conoscono mano di parrucchiere da qualche annetto, gli abiti, soprattutto quelli casalinghi sono di vero vintage (nel senso che sono proprio antichi), e l’arredamento della casa dove abito per ora è composto da una serie di pezzi originali degli anni ’80 racimolati dai miei nonni, quando qualche parente voleva disfarsene, utilissimi per arredare il loro villino...
Eppure io amo proteggere tutto ciò dal puzzo di frittura. Non lo sopporto, mi da il senso dell’unto, se sono proprio costretta a friggere chiudo ogni porta, mi abbiglio da spaventapasseri e mi creo un turbante in testa con un asciugamani, ma non sono mai soddisfatta se non dal punto di vista alimentare.
Eppure, in quanto palermitana, sono stata sempre abituata a frequentare case odoranti di frittura, ad entrare in condomini dove ti assalgono tutti gli unti profumi provenienti dai vari appartamenti, ma è più forte della mia volontà, neanche la mia leggendaria golosità riesce a farmi cedere, io friggo sempre più raramente!
Forse è un aspetto ereditato da mia madre (che però lo fa come contrasto al colesterolo) che non frigge quasi mai, però qualche giorno fa entrando in casa sua sento quel delizioso profumino, capisco subito la trasgressione, ha cucinato i “cacuocciuli ammuttunati ca tappa i l’uovu” (carciofi ripieni col tappo creato con le uova battute), che prima di essere cotti nel sugo vanno fritti, che gioia per il palato, e ogni tanto evviva la puzza di frittura!



Grazie per la pazienza, come premio la ricetta di questi ottimi carciofi molto tradizionali, dal nome particolare; “ammuttunati” significa ripieni, “ca tappa i l’uova” vuol dire che il carciofo viene tappato utilizzando dell’uovo battuto che successivamente fritto salderà perfettamente tutto il condimento interno.

Ricetta:

Ingredienti: limoni, 6 carciofi, una bottiglia e mezza di salsa di pomodoro, sale, pepe, olio evo (per friggere), 1 uovo. Per il ripieno: 50 gr di formaggio galbanino o simili, 50gr di prosciutto cotto, 1 cipolletta (tipo scalogno), 1 manciata di prezzemolo, 3 cucchiai di pangrattato, 1 cucchiaio di olio evo, uva passa e pinoli, 1 uovo, sale e pepe.

Preparazione: preparare il ripieno unendo a un uovo battuto il pangrattato, galbanino e prosciutto triturati, prezzemolo, un cucchiaio d’olio, uvetta e pinoli, cipollina tritata, sale e pepe.

Pulire i carciofi togliendo le foglie esterne più dure, e tagliando le punte con le spine.

Ci sono due versioni di questo piatto, la prima e più tradizionale si fa con i carciofi interi, la seconda più povera consiste nel tagliare il carciofo in due parti da riempire col ripieno, la definisco più povera perchè in questo caso si abbonda di ripieno ed il carciofo diventa più voluminoso. Qui faremo la seconda versione, dividendo quindi il carciofo a metà, togliendo la barbetta interna.



Pulire i carciofi strofinandoli con i limoni, senza bagnarli con acqua. Riempire i mezzi carciofi con l’impasto appena fatto e pressarli. Battere un uovo in un piatto. In una padella far scaldare l’olio, a questo punto con un cucchiaio versare dell’uovo battuto nel carciofo (nella sua parte ripiena) e friggerlo in padella facendo attenzione a non far fuoriuscire il ripieno.



Friggere tutti i mezzi carciofi e mettere da parte.

Nel mentre si dovrà preparare una classica salsa di pomodoro, appena questa raggiunge l’ebollizione versare i carciofi, mescolando delicatamente per venti minuti circa. E poi, buon appetito!

martedì 8 febbraio 2011

I “Tasciogatti”

Conoscete gli “Aristogatti”? Ecco, se quelli li ho potuti osservare solo in televisione e al cinema in versione cartoon, ho invece conosciuto dal vivo i “Tasciogatti”, una banda di gatti così ribattezzati perchè di aristocratico hanno poco o nulla e sono pienamente in stile siculo doc.

Se tra gli Aristogatti c’era la bella, elegantissima e bianchissima Duchessa, tra i Tasciogatti spicca “a-Nica” (trad.:la piccola, che poi è anche il femminile di Niki), una gattina bianca solo in origine, tutta sporca di terra o di polvere, docile e “scantulina” (paurosa), con gli occhi celesti ed un certo affascinante strabismo di Venere, con le forme rotonde o piuttosto un bel “panzonello” (pancione), che alla sola vista di un essere umano, fugge inciampando su se stessa, dimenandosi, scivolando sul pavimento e prendendo strane direzioni.

Se tra gli Aristogatti, l’innamorato di Duchessa era il gatto rossiccio Romeo “er mejo der Colosseo”, tra i Tasciogatti c’è invece “il gattino rosso Niki” il “toco di Terrasini”. Niki in realtà è nato alla Molara, una borgata di Palermo, ma si è ben presto ambientato nella campagna di Terrasini, dove ha trovato tanti amici e anche qualche zecca... Niki si è subito fidanzato con “a-Nica” detta anche “a-Zita” (la fidanzata) proprio per questo legame amoroso che da due mesi li coinvolge.

Tra i Tasciogatti c’è anche “U-gattaruni”, che poi ho scoperto essere una gatta femmina. E’ grossa, tigrata, scura, pelosa, miagola come fosse un conato di vomito, ed ha la faccia da boss della zona. Poi c’è “Il-gattaccio”, un gatto bianco e grigio che fa sempre terrorizzare il gattino Niki, poi c’è “U-russu-pilusu” (il rosso con pelo lungo), che si fa vivo di tanto in tanto, guardandosi intorno con circospezione, e poi ci sono altri esemplari, sempre randagi, sempre di vari colori, sporchi e affamati (malgrado la grossa stazza non lo dimostri).

I Tasciogatti hanno cominciato a radunarsi. Il giardino di Niki è diventato luogo di curiosità di tutto il resto della banda. Si aggirano studiando il modo per aprire un sacchetto dell’immondizia incautamente lasciato fuori, per trovare qualcosa di appetitoso nella compostiera (recuperando solo bucce di patate e frutta), e soprattutto per fare una bella visita di cortesia ad un altro abitante del luogo, l’uccellino verde Wurt che, ignaro di tutto questo movimento felino, sta nella sua gabbietta a godersi le belle giornate...

Qualche giorno fa i Tasciogatti si sono organizzati per far festa. Come avviene nelle migliori famiglie, quando i genitori si assentano per lungo tempo da casa, i figli adolescenti approfittano per invitare clandestinamente gli amici e divertirsi, anche se in questi giorni stiamo appurando che le feste (anzi i festini) più che gli adolescenti le fanno gli ottantenni (però con le minorenni, per abbassare l’età media), comunque torniamo ai gatti che è meglio.
Così un giorno, i genitori umani di Niki “il toco di Terrasini”, tutti fiduciosi, hanno deciso di uscire e mancare diverse ore da casa, lasciando Niki ronfante nella sua poltrona preferita. Fuori pioveva, tutto taceva. La porticina basculante che hanno costruito perchè il dolce micino potesse entrare e uscire autonomamente, era libera da altri ostacoli.

Quando Niki si è svegliato dal suo ozio quotidiano, ha accertato che c’era la casa vuota, la pioggia, il freddo, ha forse sofferto? No di certo, ha piuttosto pensato: “evviva, ho casa libera, oggi festazza (grande festa)!!!”.
E così Niki è uscito ha trovato due amiche, la fidanzatina “a-Nica” e la più adulta “u-Gattaruni”, e ha detto loro: “ picciò (ragazzi), i miei sono fuori, venite a casa mia, facciamo un croccantini-party, un salmone-aperitivo, un copertinadilana-day, un divano-dance!!!” . E per fortuna non ha detto “bunga-bunga” che poi mi incavolavo veramente... ma d’altra parte lui è un tasciogatto, è giovane, non è ricco, anzi è pure un gatto-comunista, quindi preferisce altri svaghi...

Per farla breve i Tasciogatti si sono riuniti in casa, sono entrati dalla porticina basculante (della quale hanno subito capito il sistema di apertura), complice il “leader minimus Niki”, hanno fatto piazza pulita di tutto ciò che di commestibile ci fosse nella stanza, e per il resto cosa abbiano fatto non lo so, perchè ancora i gatti non hanno la tecnologia adatta per fare foto osé da vendere sotto banco, o video compromettenti con cui ricattare, e non hanno telefoni da intercettare, oltretutto non hanno lasciato alcuna prova nè di tipo visivo nè olfattivo (per fortuna!!!).

Non appena i Tasciogatti hanno sentito il rumore dell’automobile, il giovane Niki ha detto: “picciò scappiamo, sono arrivati i miei!!!”, per non farsi sgamare (notare) è uscito per primo, festoso, con atteggiamento di grande accoglienza nei confronti dei genitori umani, seguito a ruota da “u gattaruni” scura e mimetizzata nel buio della sera, con passo felpato, rapido ed indifferente, soltanto “a-Nica”, che solo in tale occasione è stata poco carinamente ribattezzata “a-Luocca” (la sciocca), non ha ritrovato la via di fuga, facendosi sorprendere in casa, disperata, intenta a salire sulla finestra, miagolando e sbattendo la testa vanamente sul vetro, ha trovato la libertà solo grazie al rapido intervento umano, fuggendo miagolante e con la coda tra le gambe...
Il toco di terrasini pur rimproverato (forse troppo gentilmente) non ha mostrato segnali di pentimento. Come faranno i poveri umani a proibire ai Tasciogatti di entrare nuovamente in casa?
Questo è un mistero da scoprire alla prossima avventura dei Tasciogatti e dei loro amici a due gambe (e due braccia).

Glossario:
Tascio: termine intraducibile, usatissimo dai palermitani per definire vari esemplari umani simili a quelli che in altre parti d’Italia vengono detti tamarri o coatti.
Toco: persona piacente e vincente, anche detta “sbrechis”.

domenica 16 gennaio 2011

Trippa a ‘livitana (almeno credo)



La ricetta di oggi riguarda un piatto “antico” di origini povere, una delle tante soluzioni che il “popolo” sperimentò per non rinunciare al piacere della tavola, senza però dover mettere in difficoltà l’economia della propria casa. A questo scopo, nulla di meglio che ricorrere all’uso delle frattaglie, che i macellai, a Palermo chiamati comunemente “carnezzieri” (alla maniera spagnola) o più dialettalmente “chianchieri” (da chianca), vendevano a basso prezzo, ma che le brave madri di famiglia e i “cuochi di strada” sapevano “infiocchettare e abbellire” al punto da renderle non solo gustose, ma anche preferibili ai tagli di carne più costosi.

E così, la milza, le stigghiole, la quarume, l’insalata di musso, la trippa etc, divennero dei piatti prelibati e apprezzatissimi da tutti i palermitani doc.

Il piatto in questione è la “ trippa a’ livitana”, una ricetta che prepara mia madre, le è stata tramandata da generazione in generazione, l’ha vista cucinare da sua mamma e da sua nonna, che la consideravano un piatto molto antico e tipicamente palermitano.
Ogni piatto tipico mi incuriosisce, mi piace scoprirne la storia, le origini, l’etimologia del nome etc, è stato così anche in questo caso; volevo capire l’origine del termine “livitana” e altre curiosità a cui mia madre questa volta non sapeva darmi risposte, e così mi sono affidata alla ricerca su internet, e lì l’arcano: trovo delle ricette di trippa a’ livitana, anche detta “olivetana”, sono ricette siciliane, ma non palermitane, si tratta di sformati contenenti oltre la trippa, le melanzane, sembrano ottime ma nulla c’entrano con la ricetta della mia famiglia. A questo punto non so se la mia ricetta sia corretta, se siano le mie ave ad averla inventata o ad averle attribuito il nome sbagliato, non so nemmeno perchè si dica livitana o olivetana, le olive non c’entrano proprio, forse potrebbe entrarci Sant’Oliva, una delle protettrici di Palermo, ma è una deduzione tutta mia. Così se ci fossero in ascolto (anzi in lettura) dei palermitani, mi augurerei che potessero dare delle risposte a queste domande, insomma come si può resistere senza conoscere la storia di questa trippa?

Il piatto, decisamente invernale, in effetti è tipicamente palermitano, visto l’uso dello zafferano, del pangrattato ed altri ingredienti che si trovano in tanti nostri piatti, potrei dire addirittura di derivazione araba (!!!), ma sono sempre mie ipotesi... perchè fra il serio e il faceto, mi piace tanto questa cosa della derivazione araba di tutti i nostri piatti (ovviamente poi rielaborati, trasformati e mixati, negli anni, con nuovi ingredienti e ricette introdotti da altri dominatori stranieri), che di certo esagero un po’, ma che ha il suo fondo di verità in anni di dominazione araba e riportato quindi in tante ricerche fatte da studiosi dell’arte culinaria siciliana.

Ora l’ultima ammissione prima della ricetta. Non ho preparato io il piatto ritratto nelle foto, ma mia madre, è stato molto apprezzato, anche da mio padre che mangia tutto tranne la trippa (ora quindi dovrei dire: “che mangia tutto.”), a me però non piace tantissimo, il condimento è ottimo, ma è la trippa in se a non convincermi, bè d’altra parte dico sempre di essere palermitana aliena doc... ma giuro che chi apprezza la trippa gradirà tanto questa ricetta!
Ricetta:

Ingredienti: trippa (non so quanta, ma bastava per quattro persone), una bustina di zafferano, una cipolla, mezzo bicchiere di vino bianco, olio, sale, pepe, acqua, prezzemolo, pan grattato e formaggio grattugiato.

Preparazione: far scaldare dell’acqua in una pentola, quando bolle versare la trippa e far sobbollire per cinque minuti, poi scolarla. Questo procedimento serve a togliere il sapore troppo forte della trippa. In un tegame imbiondire una cipolla tritata con olio evo, aggiungere successivamente la trippa. Dopo pochi minuti sfumare con mezzo bicchiere di vino bianco. In una tazzina di acqua sciogliere lo zafferano (una bustina) e versare nel tegame con la trippa, aggiungere sale, pepe e prezzemolo tritato. Far cuocere per dieci minuti (se serve aggiungere dell’acqua).
Versare in un piatto da portata
e spolverare con del pangrattato, chi vorrà potrà anche aggiungere del formaggio grattugiato.

martedì 4 gennaio 2011

Gli anelletti al forno, un timballo per ogni festa e svago!



A Palermo durante i giorni di Festa c’è un piatto che non può mancare. E’ un piatto che non ha stagione, può andar bene sia a Ferragosto che a Natale, un piatto che non ha differenze sociali, che non dispiace mai a nessuno, un piatto che ha delle sue regole fisse da seguire (come spesso capita nelle ricette tradizionali) ma che al contempo lascia libertà alla fantasia, un piatto antico e moderno, senza tempo ma con un ben preciso spazio: la città di Palermo.

Questo piatto è insieme forse alla pasta con le sarde, uno dei più tipici, un cult, un mito.
Se penso a Palermo, se penso alle giornate al mare, se penso alle gite in campagna, se penso alle tavole imbandite con vicino un Presepe o un albero di Natale, non posso che immediatamente associare gli “anellietti o furnu”, la pasta al forno (o come qualcuno a Palermo dice “col forno”), perchè se è pasta infornata, a Palermo non può che trattarsi di anelletti “ca carni capuliata” (con il ragù di carne tritata). E’ una pasta che si tramanda da generazioni, sempre uguale e a se stessa e sempre diversa. Ha un sapore antico, che sa di famiglia, amicizia, compagnia .


La pasta al forno è per tradizione presente un po’ in tutte le regioni d’Italia, in ogni luogo ha una sua specifica caratteristica.
A Palermo la caratteristica fondamentale è il formato della pasta, che sono assolutamente e tassativamente anelletti. Gli anelletti possono essere cucinati come timballo o sfusi (senza essere passati al forno),


ma sempre “ca carni capuliata”. Non saprei immaginare un altro condimento; è un formato parecchio strano, di cui non ho potuto trovare nessuna notizia riguardo alle sue origini, se non il fatto che ricordino gli anelli (bella scoperta!) o gli orecchini delle donne africane. Insomma niente storie di emiri arabi e strani simboli, o di gente del popolo che sostituiva gli anelli d’oro dei nobili spagnoli con i più semplici e poveri anellini di pasta, o di monsù che per vanità inventavano strani gioielli, e a maggior ragione niente c’entra il Signore degli anelli, hobbit, nani e elfi.

Ma niente paura, una storia da raccontare c’è sempre, se notizie non ci sono riguardo agli anelletti, qualcosa c’è riguardo ai timballi di pasta, e come sempre c’entrano gli arabi che, se crearono i presupposti per la nascita delle arancine, vista la loro passione per i timballi di riso, allo stesso modo forse inventarono anche i timballi di pasta, successivamente apprezzati anche dai nobili, durante le gite per le battute di caccia.

I timballi di anelletti a Palermo sono sempre apprezzati, dagli anziani e dai giovani, sono sempre di moda.
Tanti anni fa era possibile acquistarli nei chioschi dei panellari (venditori di panini con panelle), erano in versione “mono dose”, dei piccoli timballi che venivano assemblati in delle specie di bicchierini di alluminio, avevano la forma di un tronco di cono, erano trasportabili e comodi in ogni situazione, antesignani del fastfood!
Adesso non è più facile trovare questi timballini, ma in ogni gastronomia, rosticceria, e anche in alcuni panifici, non può mai mancare una teglia di “anelletti o fornu”!

Se quindi questi timballi possono rappresentare in parte la cucina di strada, la loro maggiore caratteristica è però quella di essere un piatto da preparare in casa, in grandi quantità, per tante persone e famiglie numerose. Dei giganti timballi da portare ovunque, già belli pronti, buoni anche a temperatura ambiente.
Nessuno può evitare di mangiarne una mega porzione al mare sotto l’ombrellone (adattissimi all’occasione, direi, visto che la logica consiglierebbe un pasto leggero e velocemente digeribile...), in tanti la gustano a Pasquetta nel parco della favorita, e molti la apprezzano a casa delle nonne durante il pranzo di Natale.

Mia madre mi racconta che quando era bambina, mia nonna la preparava in tutte le occasioni di svago, ma non avendo ancora il forno, si usava coprire la teglia con un coperchio di alluminio e riporla nel “fucularu”, una sorta di braciere con la carbonella. Il carbone rovente andava posto sia sotto la teglia che sopra il coperchio, dopo una mezz’oretta il risultato era ottimo e tutti erano felici!

Ultimo elemento da sottolineare, prima di passare alla ricetta, è proprio il fatto che il timballo di anelletti al forno, pur mantenendo delle caratteristiche costanti, prevede diverse versioni, ognuna secondo la fantasia e il gusto di chi la cucina.
E’ difficile trovare una ricetta comune, ognuno aggiunge degli ingredienti diversi, le costanti sono: “il ragù di carni capuliata chi pisieddi” (il ragù con carne tritata e piselli) gli anelletti, del formaggio all’interno, e la spolverata finale con pangrattato, per il resto tutto può variare. Tradizionalmente non potevano mancare al suo interno le uova sode e la mortadella, quest’ultima viene spesso sostituita con il più delicato prosciutto, anche i più tipici formaggi come la provola o il cacio cavallo vengono sostituiti dalla mozzarella o dalle sottilette. C’è chi introduce un buonissimo strato di melanzane fritte (ma è più una tradizione catanese), c’è chi, come me, ama tanto arricchire il tutto con la besciamella, c’è chi spolvera il parmigiano, ma basta poco a capire che non c’entra con la tradizione, ma tutto va bene, gli anelletti al forno prevedono la possibilità di spaziare, di integrare nuove idee e nuovi sapori, tutto (o quasi) è concesso!

Io preparo spesso gli anelletti al forno, da gran mangiona non mi so trattenere, sono tutto sommato facili da preparare e mi piace schiaffarci dentro tutto ciò che trovo, ma soprattutto non riesco a rinunciare alla besciamella, fino a qualche anno fa non avevo mai provato ad aggiungerla, ma poi un giorno ho provato quella che definirei la miglior pasta al forno (sempre si intende con anelletti) mai mangiata prima, c’era la besciamella, era squisita, e grande smacco a tutte le cuoche palermitane doc della mia famiglia, l’aveva cucinata la mia zia tedesca, è inutile, chi pratica lo zoppo impara a zoppicare, e lo supera pure!

La versione che presenterò qui è quella che ho cucinato per il compleanno di Massimo, una versione abbastanza semplice ma molto apprezzata (ammetto che però il giudizio dei commensali è stato falsato dalla mia precedente richiesta di farmi i complimenti anche a costo di mentire, vista la mia permalosità riguardo a ciò che cucino!!!).

Ricetta: Timballo di anelletti al forno

Ingredienti:
1 kg di anelletti (meglio marca Poiatti o Tomasello, ne ho provate altre e spesso si spezzettano).

Per il ragù: 400gr carne bovina macinata, 400gr di salsiccia sbudellata, una bottiglia di salsa e una lattina di concentrato di pomodoro (anticamente si usava solo estratto di pomodoro), una cipolla, una carota, sedano, noce moscata, 200gr circa di pisellini surgelati, olio, sale, pepe, un bicchiere di vino rosso.
Per la besciamella: 1 litro di latte, burro (quanto basta), 100 gr di farina, noce moscata, sale.
Per l’interno: fette di provola

Preparare il classico ragù. Fare un soffritto con un trito di cipolla, sedano e carota. Aggiungere la carne, quando è imbiondita sfumare con un bicchiere di vino. Aggiungere la salsa, il concentrato e allungare con poca acqua. Aggiungere sale, noce moscata e pepe. Far cuocere per circa 30 minuti. Aggiungere i pisellini e far cucinare per altri 5 minuti.


Preparare la classica besciamella. Io seguo la ricetta che mi ha insegnato mia madre, ovvero aggiungo al latte freddo la farina e con una frusta mescolo fino a quando sembra essersi sciolta. Successivamente aggiungo il burro (non tanto, vado ad occhio, circa 20 gr), noce moscata e sale. Solo a questo punto metto il pentolino sul fuoco e mescolo continuamente fino a quando si addensa.

Preparare il timballo: la pasta deve essere cotta al dente, scolata e mescolata insieme al ragù. In una teglia precedentemente oliata e spolverata di pangrattato, versare la metà della pasta condita con il ragù, spianare, versare e spandere la besciamella, aggiungere il formaggio a fette, ricoprire con l’altra metà di pasta, spianare.

Versare del pangrattato nella pentola sporca di ragù, insaporirlo e spolverarlo sulla pasta. Infornare per una mezz’ora circa.
Insomma scrivere la ricetta mi è risultato più difficile che cucinarla!!!


Per un miglior risultato e un alleggerimento del lavoro è preferibile preparare il ragù il giorno prima della composizione del timballo.

Questa è la mia versione, a voi tutta la libertà e la fantasia per creare il vostro timballo!

sabato 1 gennaio 2011

Tanti auguri!!!


domenica 19 dicembre 2010

I palermitani doc (alieni e non) e i Centri Commerciali

Ho scoperto che i palermitani amano il Centro Commerciale, in realtà lo sapevo già, ma ho avuto modo di osservare questa realtà personalmente. Io, palermitana aliena doc, contro ogni mia volontà, nel giro di pochissimo tempo, mi sono trovata a visitare i tre nuovi centri commerciali che hanno da poco aperto a Palermo e dintorni, constatando così la passione dei miei concittadini per tali luoghi.

I centri commerciali rappresentano una novità per Palermo, dove fino a poco tempo fa c’erano solo grandi ipermercati, dotati di milioni di prodotti di vario genere, ma nulla a che vedere con questi nuovi centri, che un po’ come il Mac Donald, hanno drogato i miei concittadini, abituandoli a nuovi sapori e a un nuovo stile di vita. Ma i palermitani si sa, si adattano a tutto, vengono affascinati dalle novità alle quali per nulla al mondo rinuncerebbero, ma non abbandonano le vecchie abitudini, e così credo che come sono riusciti a far coesistere i “moderni finti panini” a base di hamburger di “finta carne”, con i tradizionali, unti e bisunti “panini ca meusa”, potranno anche far convivere i moderni-finti “centri non storici a fini commerciali”, con i più antichi mercati, mercatini e negozi del vero centro storico (almeno così spero).

I Centri commerciali, dal mio punto di vista palermitano alieno doc sono degli strani luoghi, dove tutto è finto ed artificiale, dall’aria che si respira, all’atmosfera che si vive. Partiamo già dal deviato concetto di escursione termica che c’è nella filosofia di questi ambienti, dove l’idea principale è non solo produrre un clima del tutto artificiale, ma produrre uno sbalzo di temperatura disumana tra esterno e interno, ovverosia far soffocare e ardere dal caldo durante l’inverno (costringendo i clienti a spogliarelli improvvisati), e fare rabbrividire e congelare in estate (costringendo i clienti a portarsi maglioni e sciarpe altrimenti riposte in guardaroba). Ma non possono trovare una temperatura standard? Avranno di certo degli accordi occulti con le case farmaceutiche per la cura di reumatismi e raffreddori... (evviva la dietrologia!!!).

L’aria che si respira è quindi strana, artificiale, “confezionata” come i prodotti in vendita. Ma anche l’udito viene artificialmente accontentato, cosa dire della filodiffusione coatta? Ovunque si va si è assordati da una musica costante che dopo un po’ viene apparentemente ignorata, ma entra subdolamente nel cervello costringendo tutti a canticchiare interiormente (e in alcuni casi anche esternamente) ed a muoversi a ritmi latinoamericani. E se le nostre orecchie sono accontentate, anche il naso ha il suo contentino, gli odori sono dall’invitante al nauseabondo. Tanti ristorantini, bar e pizzerie all’interno del Centro emanano dei profumini di cibo che obbligano i mangioni come me a voler acquistare pizze, panini e gelati, ma visto che si deve resistere per motivi di peso e di tasca, quegli odori cominciano a provocare “un certo languorino” ed a Palermo diremmo “una specie di alammiccu”, che poco dopo si trasforma in disgusto e voglia di fuggire via.
E per finire anche la vista è artificialmente colpita da lustri e lustrini, marmi, finte aiuole con vegetazione tropicale, archi e piazze, negozi, prodotti vari, tutto invita allo shopping compulsivo e visto che qui si dice: “cu va a fiera senza un tarì, ci va cu una dogghia e sinni torna cu ttrì” (chi va alla fiera senza soldi ci va con un dolore e se ne torna con tre) meglio essere ben attrezzati!

Tutto al Centro commerciale è magnifico, bello, pulito (cosa strana che a Palermo avvenga), grande, ricco, talmente perfetto da essere insopportabilmente finto. Mi ricorda i villaggi turistici, dove ci sono fontane, bellissime costruzioni che imitano monumenti egiziani o arabi, vegetazioni, animazioni, musiche e balletti, finta allegria, tutte cose che inserite così mi danno un senso di repulsione tipo il trenino umano di capodanno.

Ma i palermitani doc, non alieni ed esauriti come me, apprezzano tutto questo lusso e con un certo stupore si meravigliano davanti alle finte piazze, alla pulizia (che di solito snobbano), e commentano: “che bel marmo, che belle piante, miii che pulito, hai visto c’è pure il ristorante...” e si divertono, e se nel villaggio turistico amano saltellare come invasati tra giochi aperitivi, serate danzanti, ginnastiche in piscina, sotto l’ausilio di animatori felicemente stressati (e mi è capitato veramente di vedere famigliole con padri di famiglia dall’aria paciosa e pigra, trasformarsi in insospettabili ballerini che al suon di “meneito” si scatenavano in ritmi suadenti, muovendo ogni muscolo, facendo molleggiare le proprie “panze” prominenti, urlando: “me gusta, si, si si, muovendo la caveza, si, si, si”), alla stessa maniera nei Centri Commerciali si esaltano, comprano, danzellano, urlano (sarà colpa della musica ad alto volume), inseguono i “picciriddi”(bambini) che scappano qua e la, mangiano e apprezzano.

E così ci vedi dentro tutte le tipologie umane e palermitane doc ben tenute sotto controllo da una serie infinita di vigilantes armati di cuffiette e radiotrasmettitori: le ragazzine con le frangette e i fermaglini che camminano a braccetto e tre a tre, i “picciuttieddi tasci” (ragazzini grezzi) che si “ammuttano tra loro” (si spintonano vicendevolmente), cercando di far colpo sulle ragazze, le famigliole con passeggini multipli, l’uomo pacioso con la panza prominente (quello del villaggio di cui sopra) che trascina la moglie, le signore eleganti con le buste piene, persino le coppie alternative con kefia, rasta e pearcing vari, e pure gli alieni come me che un po’ si disgustano, ma un po’ adorano anche osservare tutta questa bella varietà umana.




E così dopo tutto questo, in uno dei Centri che ho visto, c’era una cosa bella, all’esterno, nel parcheggio, la bella vista su una torre precedentemente inaccessibile,
ed in realtà molto affascinante.
Ecco, se si vuole, si trova sempre qualcosa di vero e di bello in ogni luogo, e se si vuole si può sempre ridere delle cose bizzarre della vita!
Blog Widget by LinkWithin