lunedì 7 marzo 2011

Il mio Carnevale a Cinisi



Il Carnevale è un periodo che mi suscita sentimenti contraddittori.
E’ una allegra festa popolana; nella sua idea originaria, ogni persona, durante quei giorni, poteva uscire fuori dalle convenzioni sociali, morali e religiose e divertirsi liberamente.
Ma questa idea liberatoria, nello stesso tempo mostra tutta l’oppressione quotidiana subita dal popolo: solo durante pochi giorni l’anno si potevano annullare le differenze sociali, per il resto del tempo bisognava accettarle, come si accettavano le fatiche, la povertà ed il non divertimento. L’unico sogno concesso, poter emulare i nobili e ricchi, che invece gli svaghi, potevano goderseli sempre.

Ecco perché il carnevale mi mette allegria e nello stesso tempo tristezza, un po’l’effetto che danno i clown, e di questi tempi i reality show (bè quelli fanno solo tristezza in effetti) e tutti gli altri carrozzoni carnevaleschi a cui siamo costretti ad assistere.

In Sicilia il Carnevale ha delle antiche tradizioni, in alcuni paesi come Acireale o Sciacca e non solo, si svolgono dei veri eventi di grosse dimensioni, e quest’anno ho scoperto il Carnevale di Cinisi, paese molto vicino a Terrasini, dove storicamente si organizzano sfilate di carri allegorici e di cavalli, il rogo du nannu e da nanna, ed altri momenti di svago e allegria.


Visto che la curiosità non mi manca, malgrado i sentimenti contraddittori, ho deciso di assistere, per la prima volta, al Carnevale di Cinisi, che tra l’altro è ancora in corso.


C’è tanto lavoro nel Carnevale, c’è un’ arte da riscoprire nella costruzione dei carri e tanto divertimento. La sensazione più particolare e piacevole che ho percepito, visto che spesso mi capita di trovarmi a Cinisi, è stato il senso di riappropriazione del corso del paese, da parte della gente. Il corso è molto bello e lungo, ma solitamente essendo aperto al traffico è poco vissuto, durante il carnevale era molto bello vedere le persone invadere la strada e i bambini correre liberamente.


Poi c’era la musica, quella assordante, i bambini che facevano il balletto vestiti con i colori della bandiera italiana ma con il finto baffetto in stile siculo doc,


i carri allegorici ispirati alla realtà italiana, ovviamente dal bunga bunga


all’immondizia,


dal tentativo di evadere dalla crisi rifugiandosi nell’immaginario paese delle meraviglie di Alice


o nel mondo del moulen rouge, ed infine quelli che potevano essere un’ ultima speranza, i supereroi, ormai rappresentati come vecchi e rimbambiti… sarà che bat-man, con la sua bat-casa e i suoi abusi bat-edilizi, sopravvive solo nella Milano morattiana!


E così ecco il mio carnevale, caotico come non mai, allietato dagli sguardi gioiosi della mia nipotina, dove capita di rincontrare tra la folla amici che non si vedevano da tempo, dove si vedono personaggi tra i più strani,


dove mangi su un gradino un cannolo gigante, dove timidamente ti ritrovi a tirare coriandoli agli estranei, dove una sana risata fa sempre bene, ma non pochi giorni l’anno, una risata al giorno, perché in fondo la vita è un grosso e contraddittorio Carnevale!

lunedì 28 febbraio 2011

Io e la frittura. E poi Cacocciuli ammuttunati ca tappa i l’ovu.

Io e la frittura abbiamo uno strano rapporto.

I Palermitani sono detti “pariddara” proprio per l’attitudine che hanno ad usare le padelle e soprattutto a riempirle di olio bollente dove friggere qualunque elemento commestibile.
Non riescono a concepire altri tipi di cottura, pur sforzandosi e cercando di abituarsi al poco amato amico forno.

Ricordo che una mia vicina di casa, vera palermitana doc, fece una dieta molto seria, seguita da un bravo dietologo, un professionista. Ma la signora dopo un mese non faceva progressi e la bilancia dava sempre un responso disastroso. Il medico si insospettì e la signora indignata affermò di aver seguito la dieta alla lettera, aveva mangiato solo una fettina di pollo, un pesce, un hamburger etc... il dottore allora non convinto chiese: “ma signora, come li ha cucinati?” e la signora serafica rispose: “fritti, come l’avia a fari!” (fritti, esiste forse un altro modo per cucinarli?)...

C’è mia nonna, altra palermitana doc che ad ottantacinque anni, ha avuto quello che qui chiamiamo “acitu” (acidità di stomaco), così il suo medico curante le ha consigliato di mangiare “ a leggero”, mia nonna affranta, non riusciva a capire il significato della cosa, così mio padre ha tentato di convincerla ad evitare le fritture, ma lei sempre più confusa non concepiva l’esistenza di una cottura alternativa per carciofi, melanzane, uova, carne, pesce, etc, alla fine... ha ripreso a friggere e ha accettato di convivere con l’acidità di stomaco.
Da poco tempo c’è una giovane signora somala che la aiuta in casa; ha subito avuto una bella colite grazie alla salutare cucina di mia nonna, che si è rattristata parecchio, perchè la signora si rifiutava comprensibilmente di mangiare e lei era molto desiderosa di farle conoscere il suo ultimo manicaretto, ovvero i “pipi ammuttunati” (peperoni ripieni e fritti). In un solo mese le aveva fatto assaggiare soltanto: cardi fritti in pastella, pasta con melanzane fritte, cacocciuli impanati e fritti, pasta con le sarde (prima fritte), anelletti al forno, caponata, calamari fritti, crocchè di patate fritte, peperonata, broccoli arriminati, sarde a beccaficco, parmigiana, fegato fritto in agrodolce, fegato ri sette cannuola (zucca fritta in agro dolce), pasta con le zucchine fritte, cotoletta (ovviamente fritta) alla palermitana, sfincione, frittelle di nunnata etc,. Peccato che la signora abbia avuto quel cedimento allo stomaco, mancavano solo i peperoni ripieni e poi si ricominciava da capo!

Ed io che sono palermitana aliena doc, adoro le fritture, ed il mio stomaco palermitano ancora le regge (non certo nelle suddette quantità), però mi rifiuto di friggere, ed il motivo, non è come si potrebbe pensare la salute o la linea (che pure vacilla come l’ago della bilancia), il motivo è olfattivo.
Non amo l’odore della frittura che si posa sui miei capelli, su miei abiti e nelle stanze, e non è che abbia dei mega capelli, abiti griffati o arredamenti lussuosi, anzi, i capelli non conoscono mano di parrucchiere da qualche annetto, gli abiti, soprattutto quelli casalinghi sono di vero vintage (nel senso che sono proprio antichi), e l’arredamento della casa dove abito per ora è composto da una serie di pezzi originali degli anni ’80 racimolati dai miei nonni, quando qualche parente voleva disfarsene, utilissimi per arredare il loro villino...
Eppure io amo proteggere tutto ciò dal puzzo di frittura. Non lo sopporto, mi da il senso dell’unto, se sono proprio costretta a friggere chiudo ogni porta, mi abbiglio da spaventapasseri e mi creo un turbante in testa con un asciugamani, ma non sono mai soddisfatta se non dal punto di vista alimentare.
Eppure, in quanto palermitana, sono stata sempre abituata a frequentare case odoranti di frittura, ad entrare in condomini dove ti assalgono tutti gli unti profumi provenienti dai vari appartamenti, ma è più forte della mia volontà, neanche la mia leggendaria golosità riesce a farmi cedere, io friggo sempre più raramente!
Forse è un aspetto ereditato da mia madre (che però lo fa come contrasto al colesterolo) che non frigge quasi mai, però qualche giorno fa entrando in casa sua sento quel delizioso profumino, capisco subito la trasgressione, ha cucinato i “cacuocciuli ammuttunati ca tappa i l’uovu” (carciofi ripieni col tappo creato con le uova battute), che prima di essere cotti nel sugo vanno fritti, che gioia per il palato, e ogni tanto evviva la puzza di frittura!



Grazie per la pazienza, come premio la ricetta di questi ottimi carciofi molto tradizionali, dal nome particolare; “ammuttunati” significa ripieni, “ca tappa i l’uova” vuol dire che il carciofo viene tappato utilizzando dell’uovo battuto che successivamente fritto salderà perfettamente tutto il condimento interno.

Ricetta:

Ingredienti: limoni, 6 carciofi, una bottiglia e mezza di salsa di pomodoro, sale, pepe, olio evo (per friggere), 1 uovo. Per il ripieno: 50 gr di formaggio galbanino o simili, 50gr di prosciutto cotto, 1 cipolletta (tipo scalogno), 1 manciata di prezzemolo, 3 cucchiai di pangrattato, 1 cucchiaio di olio evo, uva passa e pinoli, 1 uovo, sale e pepe.

Preparazione: preparare il ripieno unendo a un uovo battuto il pangrattato, galbanino e prosciutto triturati, prezzemolo, un cucchiaio d’olio, uvetta e pinoli, cipollina tritata, sale e pepe.

Pulire i carciofi togliendo le foglie esterne più dure, e tagliando le punte con le spine.

Ci sono due versioni di questo piatto, la prima e più tradizionale si fa con i carciofi interi, la seconda più povera consiste nel tagliare il carciofo in due parti da riempire col ripieno, la definisco più povera perchè in questo caso si abbonda di ripieno ed il carciofo diventa più voluminoso. Qui faremo la seconda versione, dividendo quindi il carciofo a metà, togliendo la barbetta interna.



Pulire i carciofi strofinandoli con i limoni, senza bagnarli con acqua. Riempire i mezzi carciofi con l’impasto appena fatto e pressarli. Battere un uovo in un piatto. In una padella far scaldare l’olio, a questo punto con un cucchiaio versare dell’uovo battuto nel carciofo (nella sua parte ripiena) e friggerlo in padella facendo attenzione a non far fuoriuscire il ripieno.



Friggere tutti i mezzi carciofi e mettere da parte.

Nel mentre si dovrà preparare una classica salsa di pomodoro, appena questa raggiunge l’ebollizione versare i carciofi, mescolando delicatamente per venti minuti circa. E poi, buon appetito!

martedì 8 febbraio 2011

I “Tasciogatti”

Conoscete gli “Aristogatti”? Ecco, se quelli li ho potuti osservare solo in televisione e al cinema in versione cartoon, ho invece conosciuto dal vivo i “Tasciogatti”, una banda di gatti così ribattezzati perchè di aristocratico hanno poco o nulla e sono pienamente in stile siculo doc.

Se tra gli Aristogatti c’era la bella, elegantissima e bianchissima Duchessa, tra i Tasciogatti spicca “a-Nica” (trad.:la piccola, che poi è anche il femminile di Niki), una gattina bianca solo in origine, tutta sporca di terra o di polvere, docile e “scantulina” (paurosa), con gli occhi celesti ed un certo affascinante strabismo di Venere, con le forme rotonde o piuttosto un bel “panzonello” (pancione), che alla sola vista di un essere umano, fugge inciampando su se stessa, dimenandosi, scivolando sul pavimento e prendendo strane direzioni.

Se tra gli Aristogatti, l’innamorato di Duchessa era il gatto rossiccio Romeo “er mejo der Colosseo”, tra i Tasciogatti c’è invece “il gattino rosso Niki” il “toco di Terrasini”. Niki in realtà è nato alla Molara, una borgata di Palermo, ma si è ben presto ambientato nella campagna di Terrasini, dove ha trovato tanti amici e anche qualche zecca... Niki si è subito fidanzato con “a-Nica” detta anche “a-Zita” (la fidanzata) proprio per questo legame amoroso che da due mesi li coinvolge.

Tra i Tasciogatti c’è anche “U-gattaruni”, che poi ho scoperto essere una gatta femmina. E’ grossa, tigrata, scura, pelosa, miagola come fosse un conato di vomito, ed ha la faccia da boss della zona. Poi c’è “Il-gattaccio”, un gatto bianco e grigio che fa sempre terrorizzare il gattino Niki, poi c’è “U-russu-pilusu” (il rosso con pelo lungo), che si fa vivo di tanto in tanto, guardandosi intorno con circospezione, e poi ci sono altri esemplari, sempre randagi, sempre di vari colori, sporchi e affamati (malgrado la grossa stazza non lo dimostri).

I Tasciogatti hanno cominciato a radunarsi. Il giardino di Niki è diventato luogo di curiosità di tutto il resto della banda. Si aggirano studiando il modo per aprire un sacchetto dell’immondizia incautamente lasciato fuori, per trovare qualcosa di appetitoso nella compostiera (recuperando solo bucce di patate e frutta), e soprattutto per fare una bella visita di cortesia ad un altro abitante del luogo, l’uccellino verde Wurt che, ignaro di tutto questo movimento felino, sta nella sua gabbietta a godersi le belle giornate...

Qualche giorno fa i Tasciogatti si sono organizzati per far festa. Come avviene nelle migliori famiglie, quando i genitori si assentano per lungo tempo da casa, i figli adolescenti approfittano per invitare clandestinamente gli amici e divertirsi, anche se in questi giorni stiamo appurando che le feste (anzi i festini) più che gli adolescenti le fanno gli ottantenni (però con le minorenni, per abbassare l’età media), comunque torniamo ai gatti che è meglio.
Così un giorno, i genitori umani di Niki “il toco di Terrasini”, tutti fiduciosi, hanno deciso di uscire e mancare diverse ore da casa, lasciando Niki ronfante nella sua poltrona preferita. Fuori pioveva, tutto taceva. La porticina basculante che hanno costruito perchè il dolce micino potesse entrare e uscire autonomamente, era libera da altri ostacoli.

Quando Niki si è svegliato dal suo ozio quotidiano, ha accertato che c’era la casa vuota, la pioggia, il freddo, ha forse sofferto? No di certo, ha piuttosto pensato: “evviva, ho casa libera, oggi festazza (grande festa)!!!”.
E così Niki è uscito ha trovato due amiche, la fidanzatina “a-Nica” e la più adulta “u-Gattaruni”, e ha detto loro: “ picciò (ragazzi), i miei sono fuori, venite a casa mia, facciamo un croccantini-party, un salmone-aperitivo, un copertinadilana-day, un divano-dance!!!” . E per fortuna non ha detto “bunga-bunga” che poi mi incavolavo veramente... ma d’altra parte lui è un tasciogatto, è giovane, non è ricco, anzi è pure un gatto-comunista, quindi preferisce altri svaghi...

Per farla breve i Tasciogatti si sono riuniti in casa, sono entrati dalla porticina basculante (della quale hanno subito capito il sistema di apertura), complice il “leader minimus Niki”, hanno fatto piazza pulita di tutto ciò che di commestibile ci fosse nella stanza, e per il resto cosa abbiano fatto non lo so, perchè ancora i gatti non hanno la tecnologia adatta per fare foto osé da vendere sotto banco, o video compromettenti con cui ricattare, e non hanno telefoni da intercettare, oltretutto non hanno lasciato alcuna prova nè di tipo visivo nè olfattivo (per fortuna!!!).

Non appena i Tasciogatti hanno sentito il rumore dell’automobile, il giovane Niki ha detto: “picciò scappiamo, sono arrivati i miei!!!”, per non farsi sgamare (notare) è uscito per primo, festoso, con atteggiamento di grande accoglienza nei confronti dei genitori umani, seguito a ruota da “u gattaruni” scura e mimetizzata nel buio della sera, con passo felpato, rapido ed indifferente, soltanto “a-Nica”, che solo in tale occasione è stata poco carinamente ribattezzata “a-Luocca” (la sciocca), non ha ritrovato la via di fuga, facendosi sorprendere in casa, disperata, intenta a salire sulla finestra, miagolando e sbattendo la testa vanamente sul vetro, ha trovato la libertà solo grazie al rapido intervento umano, fuggendo miagolante e con la coda tra le gambe...
Il toco di terrasini pur rimproverato (forse troppo gentilmente) non ha mostrato segnali di pentimento. Come faranno i poveri umani a proibire ai Tasciogatti di entrare nuovamente in casa?
Questo è un mistero da scoprire alla prossima avventura dei Tasciogatti e dei loro amici a due gambe (e due braccia).

Glossario:
Tascio: termine intraducibile, usatissimo dai palermitani per definire vari esemplari umani simili a quelli che in altre parti d’Italia vengono detti tamarri o coatti.
Toco: persona piacente e vincente, anche detta “sbrechis”.

domenica 16 gennaio 2011

Trippa a ‘livitana (almeno credo)



La ricetta di oggi riguarda un piatto “antico” di origini povere, una delle tante soluzioni che il “popolo” sperimentò per non rinunciare al piacere della tavola, senza però dover mettere in difficoltà l’economia della propria casa. A questo scopo, nulla di meglio che ricorrere all’uso delle frattaglie, che i macellai, a Palermo chiamati comunemente “carnezzieri” (alla maniera spagnola) o più dialettalmente “chianchieri” (da chianca), vendevano a basso prezzo, ma che le brave madri di famiglia e i “cuochi di strada” sapevano “infiocchettare e abbellire” al punto da renderle non solo gustose, ma anche preferibili ai tagli di carne più costosi.

E così, la milza, le stigghiole, la quarume, l’insalata di musso, la trippa etc, divennero dei piatti prelibati e apprezzatissimi da tutti i palermitani doc.

Il piatto in questione è la “ trippa a’ livitana”, una ricetta che prepara mia madre, le è stata tramandata da generazione in generazione, l’ha vista cucinare da sua mamma e da sua nonna, che la consideravano un piatto molto antico e tipicamente palermitano.
Ogni piatto tipico mi incuriosisce, mi piace scoprirne la storia, le origini, l’etimologia del nome etc, è stato così anche in questo caso; volevo capire l’origine del termine “livitana” e altre curiosità a cui mia madre questa volta non sapeva darmi risposte, e così mi sono affidata alla ricerca su internet, e lì l’arcano: trovo delle ricette di trippa a’ livitana, anche detta “olivetana”, sono ricette siciliane, ma non palermitane, si tratta di sformati contenenti oltre la trippa, le melanzane, sembrano ottime ma nulla c’entrano con la ricetta della mia famiglia. A questo punto non so se la mia ricetta sia corretta, se siano le mie ave ad averla inventata o ad averle attribuito il nome sbagliato, non so nemmeno perchè si dica livitana o olivetana, le olive non c’entrano proprio, forse potrebbe entrarci Sant’Oliva, una delle protettrici di Palermo, ma è una deduzione tutta mia. Così se ci fossero in ascolto (anzi in lettura) dei palermitani, mi augurerei che potessero dare delle risposte a queste domande, insomma come si può resistere senza conoscere la storia di questa trippa?

Il piatto, decisamente invernale, in effetti è tipicamente palermitano, visto l’uso dello zafferano, del pangrattato ed altri ingredienti che si trovano in tanti nostri piatti, potrei dire addirittura di derivazione araba (!!!), ma sono sempre mie ipotesi... perchè fra il serio e il faceto, mi piace tanto questa cosa della derivazione araba di tutti i nostri piatti (ovviamente poi rielaborati, trasformati e mixati, negli anni, con nuovi ingredienti e ricette introdotti da altri dominatori stranieri), che di certo esagero un po’, ma che ha il suo fondo di verità in anni di dominazione araba e riportato quindi in tante ricerche fatte da studiosi dell’arte culinaria siciliana.

Ora l’ultima ammissione prima della ricetta. Non ho preparato io il piatto ritratto nelle foto, ma mia madre, è stato molto apprezzato, anche da mio padre che mangia tutto tranne la trippa (ora quindi dovrei dire: “che mangia tutto.”), a me però non piace tantissimo, il condimento è ottimo, ma è la trippa in se a non convincermi, bè d’altra parte dico sempre di essere palermitana aliena doc... ma giuro che chi apprezza la trippa gradirà tanto questa ricetta!
Ricetta:

Ingredienti: trippa (non so quanta, ma bastava per quattro persone), una bustina di zafferano, una cipolla, mezzo bicchiere di vino bianco, olio, sale, pepe, acqua, prezzemolo, pan grattato e formaggio grattugiato.

Preparazione: far scaldare dell’acqua in una pentola, quando bolle versare la trippa e far sobbollire per cinque minuti, poi scolarla. Questo procedimento serve a togliere il sapore troppo forte della trippa. In un tegame imbiondire una cipolla tritata con olio evo, aggiungere successivamente la trippa. Dopo pochi minuti sfumare con mezzo bicchiere di vino bianco. In una tazzina di acqua sciogliere lo zafferano (una bustina) e versare nel tegame con la trippa, aggiungere sale, pepe e prezzemolo tritato. Far cuocere per dieci minuti (se serve aggiungere dell’acqua).
Versare in un piatto da portata
e spolverare con del pangrattato, chi vorrà potrà anche aggiungere del formaggio grattugiato.

martedì 4 gennaio 2011

Gli anelletti al forno, un timballo per ogni festa e svago!



A Palermo durante i giorni di Festa c’è un piatto che non può mancare. E’ un piatto che non ha stagione, può andar bene sia a Ferragosto che a Natale, un piatto che non ha differenze sociali, che non dispiace mai a nessuno, un piatto che ha delle sue regole fisse da seguire (come spesso capita nelle ricette tradizionali) ma che al contempo lascia libertà alla fantasia, un piatto antico e moderno, senza tempo ma con un ben preciso spazio: la città di Palermo.

Questo piatto è insieme forse alla pasta con le sarde, uno dei più tipici, un cult, un mito.
Se penso a Palermo, se penso alle giornate al mare, se penso alle gite in campagna, se penso alle tavole imbandite con vicino un Presepe o un albero di Natale, non posso che immediatamente associare gli “anellietti o furnu”, la pasta al forno (o come qualcuno a Palermo dice “col forno”), perchè se è pasta infornata, a Palermo non può che trattarsi di anelletti “ca carni capuliata” (con il ragù di carne tritata). E’ una pasta che si tramanda da generazioni, sempre uguale e a se stessa e sempre diversa. Ha un sapore antico, che sa di famiglia, amicizia, compagnia .


La pasta al forno è per tradizione presente un po’ in tutte le regioni d’Italia, in ogni luogo ha una sua specifica caratteristica.
A Palermo la caratteristica fondamentale è il formato della pasta, che sono assolutamente e tassativamente anelletti. Gli anelletti possono essere cucinati come timballo o sfusi (senza essere passati al forno),


ma sempre “ca carni capuliata”. Non saprei immaginare un altro condimento; è un formato parecchio strano, di cui non ho potuto trovare nessuna notizia riguardo alle sue origini, se non il fatto che ricordino gli anelli (bella scoperta!) o gli orecchini delle donne africane. Insomma niente storie di emiri arabi e strani simboli, o di gente del popolo che sostituiva gli anelli d’oro dei nobili spagnoli con i più semplici e poveri anellini di pasta, o di monsù che per vanità inventavano strani gioielli, e a maggior ragione niente c’entra il Signore degli anelli, hobbit, nani e elfi.

Ma niente paura, una storia da raccontare c’è sempre, se notizie non ci sono riguardo agli anelletti, qualcosa c’è riguardo ai timballi di pasta, e come sempre c’entrano gli arabi che, se crearono i presupposti per la nascita delle arancine, vista la loro passione per i timballi di riso, allo stesso modo forse inventarono anche i timballi di pasta, successivamente apprezzati anche dai nobili, durante le gite per le battute di caccia.

I timballi di anelletti a Palermo sono sempre apprezzati, dagli anziani e dai giovani, sono sempre di moda.
Tanti anni fa era possibile acquistarli nei chioschi dei panellari (venditori di panini con panelle), erano in versione “mono dose”, dei piccoli timballi che venivano assemblati in delle specie di bicchierini di alluminio, avevano la forma di un tronco di cono, erano trasportabili e comodi in ogni situazione, antesignani del fastfood!
Adesso non è più facile trovare questi timballini, ma in ogni gastronomia, rosticceria, e anche in alcuni panifici, non può mai mancare una teglia di “anelletti o fornu”!

Se quindi questi timballi possono rappresentare in parte la cucina di strada, la loro maggiore caratteristica è però quella di essere un piatto da preparare in casa, in grandi quantità, per tante persone e famiglie numerose. Dei giganti timballi da portare ovunque, già belli pronti, buoni anche a temperatura ambiente.
Nessuno può evitare di mangiarne una mega porzione al mare sotto l’ombrellone (adattissimi all’occasione, direi, visto che la logica consiglierebbe un pasto leggero e velocemente digeribile...), in tanti la gustano a Pasquetta nel parco della favorita, e molti la apprezzano a casa delle nonne durante il pranzo di Natale.

Mia madre mi racconta che quando era bambina, mia nonna la preparava in tutte le occasioni di svago, ma non avendo ancora il forno, si usava coprire la teglia con un coperchio di alluminio e riporla nel “fucularu”, una sorta di braciere con la carbonella. Il carbone rovente andava posto sia sotto la teglia che sopra il coperchio, dopo una mezz’oretta il risultato era ottimo e tutti erano felici!

Ultimo elemento da sottolineare, prima di passare alla ricetta, è proprio il fatto che il timballo di anelletti al forno, pur mantenendo delle caratteristiche costanti, prevede diverse versioni, ognuna secondo la fantasia e il gusto di chi la cucina.
E’ difficile trovare una ricetta comune, ognuno aggiunge degli ingredienti diversi, le costanti sono: “il ragù di carni capuliata chi pisieddi” (il ragù con carne tritata e piselli) gli anelletti, del formaggio all’interno, e la spolverata finale con pangrattato, per il resto tutto può variare. Tradizionalmente non potevano mancare al suo interno le uova sode e la mortadella, quest’ultima viene spesso sostituita con il più delicato prosciutto, anche i più tipici formaggi come la provola o il cacio cavallo vengono sostituiti dalla mozzarella o dalle sottilette. C’è chi introduce un buonissimo strato di melanzane fritte (ma è più una tradizione catanese), c’è chi, come me, ama tanto arricchire il tutto con la besciamella, c’è chi spolvera il parmigiano, ma basta poco a capire che non c’entra con la tradizione, ma tutto va bene, gli anelletti al forno prevedono la possibilità di spaziare, di integrare nuove idee e nuovi sapori, tutto (o quasi) è concesso!

Io preparo spesso gli anelletti al forno, da gran mangiona non mi so trattenere, sono tutto sommato facili da preparare e mi piace schiaffarci dentro tutto ciò che trovo, ma soprattutto non riesco a rinunciare alla besciamella, fino a qualche anno fa non avevo mai provato ad aggiungerla, ma poi un giorno ho provato quella che definirei la miglior pasta al forno (sempre si intende con anelletti) mai mangiata prima, c’era la besciamella, era squisita, e grande smacco a tutte le cuoche palermitane doc della mia famiglia, l’aveva cucinata la mia zia tedesca, è inutile, chi pratica lo zoppo impara a zoppicare, e lo supera pure!

La versione che presenterò qui è quella che ho cucinato per il compleanno di Massimo, una versione abbastanza semplice ma molto apprezzata (ammetto che però il giudizio dei commensali è stato falsato dalla mia precedente richiesta di farmi i complimenti anche a costo di mentire, vista la mia permalosità riguardo a ciò che cucino!!!).

Ricetta: Timballo di anelletti al forno

Ingredienti:
1 kg di anelletti (meglio marca Poiatti o Tomasello, ne ho provate altre e spesso si spezzettano).

Per il ragù: 400gr carne bovina macinata, 400gr di salsiccia sbudellata, una bottiglia di salsa e una lattina di concentrato di pomodoro (anticamente si usava solo estratto di pomodoro), una cipolla, una carota, sedano, noce moscata, 200gr circa di pisellini surgelati, olio, sale, pepe, un bicchiere di vino rosso.
Per la besciamella: 1 litro di latte, burro (quanto basta), 100 gr di farina, noce moscata, sale.
Per l’interno: fette di provola

Preparare il classico ragù. Fare un soffritto con un trito di cipolla, sedano e carota. Aggiungere la carne, quando è imbiondita sfumare con un bicchiere di vino. Aggiungere la salsa, il concentrato e allungare con poca acqua. Aggiungere sale, noce moscata e pepe. Far cuocere per circa 30 minuti. Aggiungere i pisellini e far cucinare per altri 5 minuti.


Preparare la classica besciamella. Io seguo la ricetta che mi ha insegnato mia madre, ovvero aggiungo al latte freddo la farina e con una frusta mescolo fino a quando sembra essersi sciolta. Successivamente aggiungo il burro (non tanto, vado ad occhio, circa 20 gr), noce moscata e sale. Solo a questo punto metto il pentolino sul fuoco e mescolo continuamente fino a quando si addensa.

Preparare il timballo: la pasta deve essere cotta al dente, scolata e mescolata insieme al ragù. In una teglia precedentemente oliata e spolverata di pangrattato, versare la metà della pasta condita con il ragù, spianare, versare e spandere la besciamella, aggiungere il formaggio a fette, ricoprire con l’altra metà di pasta, spianare.

Versare del pangrattato nella pentola sporca di ragù, insaporirlo e spolverarlo sulla pasta. Infornare per una mezz’ora circa.
Insomma scrivere la ricetta mi è risultato più difficile che cucinarla!!!


Per un miglior risultato e un alleggerimento del lavoro è preferibile preparare il ragù il giorno prima della composizione del timballo.

Questa è la mia versione, a voi tutta la libertà e la fantasia per creare il vostro timballo!

sabato 1 gennaio 2011

Tanti auguri!!!


domenica 19 dicembre 2010

I palermitani doc (alieni e non) e i Centri Commerciali

Ho scoperto che i palermitani amano il Centro Commerciale, in realtà lo sapevo già, ma ho avuto modo di osservare questa realtà personalmente. Io, palermitana aliena doc, contro ogni mia volontà, nel giro di pochissimo tempo, mi sono trovata a visitare i tre nuovi centri commerciali che hanno da poco aperto a Palermo e dintorni, constatando così la passione dei miei concittadini per tali luoghi.

I centri commerciali rappresentano una novità per Palermo, dove fino a poco tempo fa c’erano solo grandi ipermercati, dotati di milioni di prodotti di vario genere, ma nulla a che vedere con questi nuovi centri, che un po’ come il Mac Donald, hanno drogato i miei concittadini, abituandoli a nuovi sapori e a un nuovo stile di vita. Ma i palermitani si sa, si adattano a tutto, vengono affascinati dalle novità alle quali per nulla al mondo rinuncerebbero, ma non abbandonano le vecchie abitudini, e così credo che come sono riusciti a far coesistere i “moderni finti panini” a base di hamburger di “finta carne”, con i tradizionali, unti e bisunti “panini ca meusa”, potranno anche far convivere i moderni-finti “centri non storici a fini commerciali”, con i più antichi mercati, mercatini e negozi del vero centro storico (almeno così spero).

I Centri commerciali, dal mio punto di vista palermitano alieno doc sono degli strani luoghi, dove tutto è finto ed artificiale, dall’aria che si respira, all’atmosfera che si vive. Partiamo già dal deviato concetto di escursione termica che c’è nella filosofia di questi ambienti, dove l’idea principale è non solo produrre un clima del tutto artificiale, ma produrre uno sbalzo di temperatura disumana tra esterno e interno, ovverosia far soffocare e ardere dal caldo durante l’inverno (costringendo i clienti a spogliarelli improvvisati), e fare rabbrividire e congelare in estate (costringendo i clienti a portarsi maglioni e sciarpe altrimenti riposte in guardaroba). Ma non possono trovare una temperatura standard? Avranno di certo degli accordi occulti con le case farmaceutiche per la cura di reumatismi e raffreddori... (evviva la dietrologia!!!).

L’aria che si respira è quindi strana, artificiale, “confezionata” come i prodotti in vendita. Ma anche l’udito viene artificialmente accontentato, cosa dire della filodiffusione coatta? Ovunque si va si è assordati da una musica costante che dopo un po’ viene apparentemente ignorata, ma entra subdolamente nel cervello costringendo tutti a canticchiare interiormente (e in alcuni casi anche esternamente) ed a muoversi a ritmi latinoamericani. E se le nostre orecchie sono accontentate, anche il naso ha il suo contentino, gli odori sono dall’invitante al nauseabondo. Tanti ristorantini, bar e pizzerie all’interno del Centro emanano dei profumini di cibo che obbligano i mangioni come me a voler acquistare pizze, panini e gelati, ma visto che si deve resistere per motivi di peso e di tasca, quegli odori cominciano a provocare “un certo languorino” ed a Palermo diremmo “una specie di alammiccu”, che poco dopo si trasforma in disgusto e voglia di fuggire via.
E per finire anche la vista è artificialmente colpita da lustri e lustrini, marmi, finte aiuole con vegetazione tropicale, archi e piazze, negozi, prodotti vari, tutto invita allo shopping compulsivo e visto che qui si dice: “cu va a fiera senza un tarì, ci va cu una dogghia e sinni torna cu ttrì” (chi va alla fiera senza soldi ci va con un dolore e se ne torna con tre) meglio essere ben attrezzati!

Tutto al Centro commerciale è magnifico, bello, pulito (cosa strana che a Palermo avvenga), grande, ricco, talmente perfetto da essere insopportabilmente finto. Mi ricorda i villaggi turistici, dove ci sono fontane, bellissime costruzioni che imitano monumenti egiziani o arabi, vegetazioni, animazioni, musiche e balletti, finta allegria, tutte cose che inserite così mi danno un senso di repulsione tipo il trenino umano di capodanno.

Ma i palermitani doc, non alieni ed esauriti come me, apprezzano tutto questo lusso e con un certo stupore si meravigliano davanti alle finte piazze, alla pulizia (che di solito snobbano), e commentano: “che bel marmo, che belle piante, miii che pulito, hai visto c’è pure il ristorante...” e si divertono, e se nel villaggio turistico amano saltellare come invasati tra giochi aperitivi, serate danzanti, ginnastiche in piscina, sotto l’ausilio di animatori felicemente stressati (e mi è capitato veramente di vedere famigliole con padri di famiglia dall’aria paciosa e pigra, trasformarsi in insospettabili ballerini che al suon di “meneito” si scatenavano in ritmi suadenti, muovendo ogni muscolo, facendo molleggiare le proprie “panze” prominenti, urlando: “me gusta, si, si si, muovendo la caveza, si, si, si”), alla stessa maniera nei Centri Commerciali si esaltano, comprano, danzellano, urlano (sarà colpa della musica ad alto volume), inseguono i “picciriddi”(bambini) che scappano qua e la, mangiano e apprezzano.

E così ci vedi dentro tutte le tipologie umane e palermitane doc ben tenute sotto controllo da una serie infinita di vigilantes armati di cuffiette e radiotrasmettitori: le ragazzine con le frangette e i fermaglini che camminano a braccetto e tre a tre, i “picciuttieddi tasci” (ragazzini grezzi) che si “ammuttano tra loro” (si spintonano vicendevolmente), cercando di far colpo sulle ragazze, le famigliole con passeggini multipli, l’uomo pacioso con la panza prominente (quello del villaggio di cui sopra) che trascina la moglie, le signore eleganti con le buste piene, persino le coppie alternative con kefia, rasta e pearcing vari, e pure gli alieni come me che un po’ si disgustano, ma un po’ adorano anche osservare tutta questa bella varietà umana.




E così dopo tutto questo, in uno dei Centri che ho visto, c’era una cosa bella, all’esterno, nel parcheggio, la bella vista su una torre precedentemente inaccessibile,
ed in realtà molto affascinante.
Ecco, se si vuole, si trova sempre qualcosa di vero e di bello in ogni luogo, e se si vuole si può sempre ridere delle cose bizzarre della vita!

martedì 30 novembre 2010

La new entry nell’Agave world: il gatto Niki



Avevo una serie di argomenti di cui scrivere, ma certe volte alcuni eventi inattesi e per certi versi tragicomici prendono il sopravvento.

Il titolo di questo post potrebbe essere: noi e gli animali, una strana avventura.
Questo perchè il tema centrale di questa settimana sono gli animali e nella fattispecie i gatti.

Ma partiamo dalle origini. Io amo molto gli animali ( pur avendo paura dei cani randagi) ed in generale tutti gli esseri viventi, umani, vegetali ed animali, con qualche eccezione, tipo scarafaggi e topi. Però per diversi motivi non ho avuto mai rapporti molto stretti con animali domestici, se non canarini e una tartaruga che i miei genitori hanno da circa quindici anni.

Con i canarini ho uno strano rapporto perchè mio padre li alleva ed io, sarà per l’overdose a cui sono stata sottoposta o forse per un innato senso di libertà, non ho mai sopportato l’idea di vederli in gabbia e sentirli cantare come dei pazzi, qui si dice : “l’acieddu nta aggia o canta p’amuri o canta pi raggia” (l’uccello in gabbia canta per amore o per rabbia). E mai e poi mai avrei voluto un uccellino in casa mia. Ma la vita è strana e circa cinque anni fa ci capitò di andare ad una mostra di pittori impressionisti al Palazzo dei Normanni, una bella mostra della collezione Wurth (grandi capitalisti tedeschi con la passione per l’arte). Della mostra ricordo poco, perchè su una fontana trovammo un uccellino piccolissimo, tutto bagnato e preda di un gruppetto di colombe dispettose. Cosa fare? Dopo una breve consultazione una mia cara amica lo prese e lo mettemmo in una borsetta di stoffa e dopo una corsa a piedi ed una in auto lo portai dall’esperto, mio padre, che sentenziò: “non penso che sopravvivrà, prova a dargli il cibo ecc...”. Così fu adottato, nutrito da me con uno stuzzicadenti, nominato Wurth (malgrado i capitalisti), ed ora ha cinque anni ed è bello pimpante. Io lo guardo e dubitante mi dico: “Avrò fatto bene? Gli ho salvato la vita ma gli ho tolto la libertà”... Punti di vista.

Altro uccellino, un merlo, portato da una amica di un’amica che lo trovò caduto da un nido. Dopo una notte insonne a sentirlo pigolare ed i tentativi maldestri di nutrirlo, decisi di portarlo alla Lipu, così dopo averlo curato lo avrebbero liberato. Andavo a trovarlo tutti i giorni, ma il terzo giorno mi dissero che era morto...

Nel b&b decidemmo di non tenere animali, se non Wurth, per vari motivi, numero uno il regolamento condominiale, secondo la paura che gli ospiti potessero essere allergici o non gradissero, terzo le dimensioni della casa (piccolo il nostro spazio personale e senza ampi sbocchi esterni).

Ma adesso siamo in campagna e un gattino o un cagnolino ci potevano stare.
I cani mi piacciono... ma ad una certa distanza, lo so è stupido ma ho una certa paura, ricordo ancora il dalmata di una cara amica che mi inseguiva per giocare ed io che correvo intorno al tavolo ed ancora peggio quando durante una lunga passeggiata pomeridiana in spiaggia, un branco di cani randagi mi accerchiò girandomi intorno ed alla fine si impossessò del mio telo da mare (quanto mi piaceva!), che se non era per Massimo che alternava la dolcezza a momenti in cui abbaiava come loro, che ci inseguivano ringhiando, sarei rimasta stecchita sulla spiaggia trasformandomi io stessa in telo mare. Optavamo allora per un micino, ma non avevamo l’idea di andarcelo a cercare, speravamo di adottare un trovatello bisognoso di cure.

Così mi arriva una e-mail di mio zio che ha già due gatti. Mi annuncia che una bellissima gatta bianca, adulta, da un po’ si era stanziata nella loro villetta e loro cercavano in tutti i modi una famiglia che la adottasse.
Dopo alcune titubanze ci decidemmo a prenderla. E così pochi giorni fa, tutti soddisfatti e belli organizzati, ci portiamo la gatta a casa. Nemmeno mezz’ora e la gatta che fa? Scappa veloce come una lepre in mezzo alla campagna. E quella sera, pioggia, vento e gelo. Passiamo la notte (fino all’una) a cercarla, dotati di torcia elettrica, tra le fresche frasche, sotto la pioggia, niente. Avvisiamo gli zii (e soprattutto il cugino che vive con loro) che si disperano, arrivano qui il giorno successivo in tenuta da montanari e la cercano con noi ovunque. Nessuna traccia, ma i più affranti erano i veri padroni della gatta, ormai affezionatissimi alla candida creatura, pentitisi amaramente dell’averla regalata, e noi alquanto traumatizzati dall’averla persa. Il giorno successivo gli zii tornano, volantinano la foto del gatto in tutto il paese, scatta una sorta di chi l’ha visto in chiave felina, ed alla fine la ritrovano nella campagna e se la riportano a casa pronti ad adottarla per sempre (ma forse è lei che ha adottato loro).

Pochi giorni dopo mia cugina che è l’altra figlia dei miei zii, mi chiama. Lei ha cani, gatti, uccellini, tartarughe e ci manca poco ed alleva pure i topi, un po’ come faceva la mia nonnina (dalla quale evidentemente ha preso tutto il dna) che da bambina dava da mangiare a un piccolo topo, fino a quando non fu scoperta dai genitori, e che in età adulta aveva cinque gatti, due cani, un pappagallo etc (sarà per questo che mia madre invece non ha mai voluto animali in casa). La cuginona mi dice che ha un gattino, piccolo, rosso, tigrato, buono, ma in casa sua non c’è proprio spazio anche per lui, vuole darmelo. Io visto il trauma precedente faccio resistenze, magari è affezionata, e se poi scappa pure lui? Ma alla fine cediamo, ed ecco che il gattino arriva qui, si ambienta, si accoccola, gioca, mangia come un lupetto.
Come lo chiamiamo? Mia cugina per prenderci in giro dice: “ chiamatelo Silvio (a buon intenditore...)”, dopo un urlo di disapprovazione io dico: “ ma è un gatto rosso, un gattocomunista, allora chiamiamolo Niki (a buon intenditore)”. E Niki sia.
In realtà colore a parte, come ha decretato mio zio, più che un gattocomunista, visto quanto dorme è un gattocomodista, io direi un gatto lagnuso, vabè è il nostro gatto e non può essere altrimenti!

lunedì 22 novembre 2010

Sapone autoprodotto e il solito riassuntino

Limoni, aceto, acqua, sale... Cosa ho cucinato?

Gli ingredienti tipici della cucina siciliana ci sono quasi tutti, ci sono persino i limoni e l’aceto per l’agro dolce (bè in effetti il dolce manca), cosa sarà allora?
Non preoccupatevi, non è una bizzarra crema salata, non è uno strano condimento per il pesce, trattasi semplicemente di detersivo ecologico autoprodotto!



Sarà che vivere fuori dalla città cambia un po’ la vita, sarà che perdere un lavoro piacevole la cambia eccome, sarà che quando c’è la crisi della politica si cercano nuovi ideali, sarà che guardarsi intorno e vedere che le nuove montagne verdi (della sicula Marcella Bella), sono delle assolutamente meno poetiche montagne di immondizia multicolore,



insomma sarà per un insieme di cose che io sto diventando lievemente più ecologica, non troppo, mio malgrado, perchè rinunciare a delle comodità tipo l’automobile o la lavatrice è quasi impossibile per una lagnusa quale io sono, ma almeno un pò!

Prima di parlare di tutto questo però ci vuole un piccolo rewind, ovvero il mio solito riassuntino degli ultimi giorni dall’ultimo mio post ad oggi.

Come in questo periodo mi capita, faccio passare troppo tempo tra un post e l’altro, cosa alla quale cercherò di rimediare (almeno spero), ed improvvisamente mi rendo conto che sono trascorse settimane, a volte mesi e mi accorgo che seppure tutto sembri sempre uguale, sono invece accadute tante cose. E se l’ultima volta era passata l’estate tra case a Montecarlo, simboli verdi, delitti mediatici, etc adesso non è da meno. Se quegli eventi erano stati velocemente consumati e quasi dimenticati, ne sono accaduti di nuovi che alla identica velocità saranno macinati e poi gettati (nel dimenticatoio), proprio come i rifiuti di Terzigno e non solo.

Metafore del nostro paese, le discariche che esplodono, le alluvioni che devastano da nord a sud e mettono contro nord e sud, le domus che crollano, le escort (più o meno minorenni) che pullulano e vengono riciclate in nipoti di premier stranieri, le gru che ospitano immigrati rifiutati. E così via tra un coraggioso scrittore tanto amato quanto rinnegato, tra vecchie e nuove alleanze, attese di cambiamenti auspicabili e la paura gattopardesca che nulla mai si trasformi veramente...

Ed io nel mentre che ho fatto? Mi sono dedicata a lavori di restauro in questa nostra nuova casetta: inferriate, cancello, scala di ferro arrugginito da ritinteggiare, lavori in muratura per evitare crolli anche in questa domus (grazie all’aiuto del nostro supercugino tuttofare), raccolta di poche olive per produrre poco olio, trasformazione di vecchi piatti da gettare nell’immondizia e di carta di pane e volantini pubblicitari in piatti decorati a modo mio,

una giornata al mare d’autunno,
il solito sali e scendi da Palermo, l’intento di produrre meno rifiuti (siamo arrivati ad un solo sacchetto a settimana) grazie alla compostiera e al riutilizzo, il sapone fatto in casa, etc...

E adesso vai con il sapone. L’idea nasce grazie anche agli input del blog della fantastica Danda, l’idea nasce per ridurre i rifiuti ( non comprare sempre nuovi flaconi di sapone che poi vanno gettati nell’immondizia), per non inquinare e risparmiare (ho usato i limoni dell’alberello ed ingredienti che avevo in casa).
L’idea nasce per continuare l’interessante iniziale “svolta ecologica” cominciata con la compostiera che si è rivelata utilissima, non maleodorante, che ci ha evitato di frequentare spesso i fetidi cassonetti che ci circondano.

Ricetta del sapone per piatti trovata qui

Ingredienti:
tre limoni, 200 gr di sale, 400ml di acqua, 200 ml di aceto bianco.
Procedimento: spremere i limoni. Dalle bucce dei limoni togliere la parte filamentosa interna e il picciolo e tagliuzzare la parte restante da utilizzare. Frullare il succo dei limoni con il sale e le bucce. Aggiungere acqua e aceto, mettere il tutto in pentola e cucinare per 15 minuti, frullare il tutto nuovamente per rendere più fluido e cremoso,
raffreddare e sperare che funzioni, io credo proprio di si!

E questa volta non dico buon appetito, ma buon lavaggio di piatti, perchè vuoi o non vuoi, dopo aver cucinato e mangiato, tocca sempre questa incombenza!

martedì 26 ottobre 2010

Isola delle femmine, tra leggende e misteri.

Isola delle femmine è il nome di un paese in provincia di Palermo, ma anche il nome dell’isoletta che vi si trova di fronte.



Osservare quell’isola tanto vicina alla costa, galleggiante sul mare, disabitata, quasi arida, scontrosa ma dolce, piccola e grande, rappresenta un panorama riconciliante, stranamente rasserenante. La sua vista fa anche scordare il punto di osservazione più vicino, un po’ squallido, uno slargo in una strada delimitata da un muretto tutto rotto e coperto da scritte, circondato da case rovinate dalla salsedine, da sporcizia... un senso di desolazione, una sorta di nulla che tale sarebbe se non ci fosse quella vista.



Ed io, caso vuole, nei momenti più tristi o in quelli più felici mi ritrovo sempre lì, in quel posto assurdo dove però c’è quell’isola così vicina che sembra quasi di poterla toccare.



Un alone di mistero circonda questa isola deserta, abitata solo da gabbiani, topi e conigli, e la cui unica costruzione è una torre in rovina. E l’arcano è dato dal suo nome “delle femmine” che ha ispirato molte leggende. Tutto ruota attorno a quell’unica costruzione che nell’immaginario rievoca le torri delle fiabe dove venivano rinchiuse le fanciulle che dovevano essere liberate da un prode cavaliere.

Isola delle femmine vista da Barcarello

La prima leggenda ipotizza che in quell’isola esistesse un carcere per donne. Certo panoramico... ma alquanto inquietante, Non sono però mai stati trovati resti di vita carceraria (per fortuna direi!).

Isola delle femmine vistada Capo Gallo

La seconda leggenda narra la storia di una donna che ebbe la sfortuna di essere “notata” da un Conte di Capaci. L’uomo (una sorta di stalker dei tempi antichi) non ricambiato e geloso, la rinchiuse nella torre per averla solo per sé. La fanciulla si gettò sugli scogli per sfuggire a quel triste ed oppressivo destino.

La terza leggenda vede ancora l’isola come luogo di isolamento per donne, in questo caso le sfortunate sarebbero state 13 donne turche, accusate di ipotetiche colpe, furono abbandonate in mare dai loro mariti, su una barca che vagò in balia delle intemperie fino a naufragare nell’isoletta dove vissero per sette anni. Passato quel tempo furono ritrovate dai mariti successivamente pentitisi, che le portarono sulla terra ferma costruendo una cittadina a cui diedero il nome di Capaci (qua la pace) per sancire quella (direi tardiva) riconciliazione. Questa versione è secondo me altamente improbabile, considerando che dopo sette anni quelle donne avrebbero preferito rimanere sull’isola deserta piuttosto che tornare dai loro mariti (meglio sole che “malaccompagnate”) . Preferisco immaginarle mentre costruiscono da sole una bella zattera e si trasferiscono in terra ferma dove costruiscono la cittadina, si organizzano ed eventualmente conoscono dei pescatori del luogo.

porto di Isola delle femmine

Un’altra leggenda ancora più incredibile ed improbabile ritiene l'isola la residenza di bellissime donne che si offrivano in premio al vincitore della battaglia.

Isola delle femmine vista da Capo Gallo

Una testimonianza attribuisce invece il nome ad un generale bizantino governatore della provincia di Palermo chiamato Eufemio, da qui insula fimi (isola di Eufemio).

E dopo tutte le leggende forse una verità, il nome probabilmente nulla ha a che fare con le femmine nè con Eufemio, è più probabile che il termine femmine fosse una derivazione dal dialettale fimmini che derivava dalla parola araba fim che significava bocca o imboccatura e stava ad indicare il canale esistente tra l’isola e la terraferma. I primi resti rinvenuti risalgono ai punici, legati alla pesca del tonno.
La torre del XVI secolo sarebbe una delle tante torri di avvistamento nata per sconfiggere la pirateria e probabilmente divenuta rudere a causa dei bombardamenti degli Alleati durante la seconda guerra mondiale e per il totale abbandono.

Insomma il bell’isolotto è un luogo che andrebbe rivalutato e ristrutturato.

cittadina di Isola delle femmine in festa

E così fuori dalle leggende, dalle reclusioni e dai fantasiosi misteri, è bello guardare quell’isola, avendo magari in precedenza acquistato un panino con le panelle, preparato da un’anziana signora del paese nel suo piccolo negozietto (in via Roma), o una bella fetta di anguria in uno dei
chioschi sul porticciolo!
Perchè si sa, il mare apre l’appetito!

lunedì 18 ottobre 2010

I polipetti murati

C’è una ricetta buonissima e tipicamente palermitana che si prepara tra il mese di Agosto e quello di ottobre, un piatto particolarmente gustoso e profumato: i “purpicieddi murati” (polipetti murati).


Ho già descritto come il polpo per i palermitani sia un cibo mitico, soprattutto se mangiato già pronto in uno dei tanti chioschi della città o dei centri marittimi come Mondello o Sferracavallo, cotto alla perfezione dai purpari e condito con nulla o soltanto con una spruzzatina di limone, ma se i polpi sono piccoletti i palermitani non disdegneranno la particolare zuppa dei “polipetti murati”, dove poter inzuppare un filone intero di pane.

Bisogna però distinguere tra il polpo che viene mangiato semplicemente “vugghiutu” (bollito) ed i polipetti da “murare”, se nel primo caso infatti si usa il maiolino (non so se è un termine dialettale o meno, a voi lettori non siciliani svelare l’arcano), che si riconosce perchè ha in ogni tentacolo due file di ventose (parallele), nel caso dei polipetti murati si utilizzeranno prevalentemente i moscardini che hanno una sola fila di ventose, sono di colore bruno, e vengono anche chiamati “agostiniani”, probabilmente perchè il periodo migliore per pescarli della giusta taglia (piccola) è il mese di Agosto.

Ma cosa vorrà dire il termine “murati”’? C’è qualche significato nascosto e misterioso? Avrà a che fare con cemento e mattoni?
Niente di tutto ciò, si usa dire murati perchè il coperchio della pentola, per tutto il tempo della cottura non dovrà mai essere rimosso, cosa che per me è molto complessa perchè ho una piccola mania, quella di mescolare continuamente, ma necessaria in questo caso.
La pentola da usare deve essere capiente perchè i polipetti rilasciano una quantità impensabile di brodo e preferibilmente di terracotta, basta però ricordare che una volta utilizzata a questo fine, dovrà essere solo adoperata per cucinare piatti a base di pesce, l’odore rimane malgrado ogni tentativo provato per eliminarlo (anzi se qualcuno avesse dei consigli in merito...), però potrebbe rivelarsi una risorsa in momenti di crisi... se per esempio si vorrà fare un risotto ai frutti di mare, ma non si avessero a disposizione i frutti di mare... si potrebbe usare la pentola dei polipetti e l’aroma di pesce sarebbe assicurato, almeno spero!

Tornando al piatto di oggi, devo ammettere di non averlo mai preparato, è un piatto forte di mia madre e sua è la ricetta ed anche le foto, io come spesso capita mi dedico alla degustazione, un compito direi davvero faticoso!
Un’ ultima cosa prima di andare al sodo, visto che questa zuppa produce un sughetto favoloso ed anche abbondante, malgrado l’inzuppamento di infinita quantità di pane, ci sarà anche la possibilità di conservare parte della zuppa per condire una favolosa spaghettata.


Ricetta: “I polipetti murati”

Ingredienti: 1 kg di polipetti, 1 cipolla grossa, olio evo, prezzemolo, 400gr di polpa di pomodori pelati, una noce di burro, 1 bicchiere di vino bianco, sale e pepe.

Preparazione: pulire bene i polipetti togliendo occhi e becco. Affettare la cipolla e farla imbiondire con una noce di burro e dell’olio evo, aggiungere un bicchiere di vino e far evaporare. Versare il pomodoro pelato (a pezzi), prezzemolo, sale e pepe. Non appena bolle versare i polipetti e chiudere il coperchio, tenere la fiamma alta, appena dal rumore si percepisce che ribolle, aprire il coperchio e mescolare, a questo punto chiudere il coperchio e far cuocere a fuoco medio basso per 15 minuti circa, senza mai aprire ne mescolare.
Mangiare accompagnando con tanto pane!
Se dovesse rimanere del condimento, cucinare gli spaghetti, scolarli due minuti prima del tempo di cottura e far finire di cuocere nella zuppa, il risultato è assicurato!

venerdì 15 ottobre 2010

Pasta palina



A Palermo, come spesso capita, ogni piatto ha una particolare storia da raccontare, ed anche “a pasta palina” è completa di una sua narrazione del tutto originale.

Questo gustoso piatto dalle infinite varianti, è una delle più gustose cugine della più nota pasta con le sarde, infatti altro non è che una rivisitazione (in versione ancora più povera) di questa.

Chi fu l’ardito che si prese la briga di apporre delle modifiche al primo piatto più caratteristico di Palermo, inventato a suo tempo dal cuoco di un generale arabo sbarcato nella Conca D’oro?
La legenda dice che fu un frate sconosciuto appartenente all’ordine dei minimi (anche detti paolini o in dialetto “palini”) fondato da San Francesco di Paola.

Questi frati seguivano la regola della povertà ed il divieto assoluto di mangiare la carne e i suoi derivati, così dovettero arrangiarsi un po’, e se a Palermo nel bellissimo Monastero di San Francesco di Paola inventarono “a pasta palina”, un piatto povero dove di carne non c’è nemmeno l’ombra (va bene che i vegani più radicali mi potranno dire che c’è il pesce...), in Germania divennero ancora più noti producendo la birra “paulaner” (ed anche qui niente carne!).
Il monastero di San Francesco di Paola a Palermo è un luogo di culto molto bello,
sorge su quella che fu una piccola chiesa campestre dedicata alla martire palermitana S. Oliva, il cui corpo, secondo legenda, venne seppellito proprio sotto la chiesetta, appena fuori le mura della città. Successivamente la chiesetta di Sant’Oliva fu ceduta ai paolini che la spianarono e vi costruirono un monastero e una splendida Chiesa barocca con al suo interno opere pittoriche e sculture di grande valore.


Una curiosità: all’ordine dei paolini si ispirò forse anche il celebre gruppo (ancora oggi avvolto dal mistero) dei Beati Paoli, che dei frati copiarono l’abbigliamento. Riporta infatti il Pitrè, che i Beati Paoli presero questo nome perchè usavano travestirsi da monaci con un saio nero dotato di cappuccio, per passare inosservati durante il giorno, rifugiandosi nelle chiese della città fingendosi frati, e complottando la notte immersi nel buio.

E così, dai Frati Paolini ai Beti Paoli, arriviamo finalmente alla pasta palina, di cui esistono così tante versioni da non sapere più quale sia quella giusta. C’è chi toglie le sarde, chi il finocchietto selvatico, chi mette lo zafferano, chi la salsa di pomodoro. Il concetto è quello di rendere più povera la pasta con le sarde, ognuno fa poi come vuole.

Io mi limiterò alla versione che facciamo in famiglia (di generazione in generazione)!

Ingredienti (per due persone): 200 g di sarde fresche, 200 g di bucato, mezza cipolla grossa, 3 acciughe sott’olio, una manciata di uva passa e pinoli, una bustina di zafferano, olio, sale e pepe.
Premetto che anche nella mia versione ci sono due “sottoversioni”. Dipende se si hanno a disposizione le sarde. Se la risposta è affermativa, la ricetta è quella che tra poco scriverò, nel caso in cui le sarde saranno “fuiute”(scappate a mare), basterà non aggiungerle e magari abbondare un pochino con le acciughe sott’olio.

Preparazione: pulire bene le sarde e “allinguarle” togliendo lisca, squame, testa e coda e cercando di eliminare la maggior parte delle spine. Mettere a imbiondire la cipolla tritata finemente, unire l’uva passa, i pinoli, le acciughe sott'olio, sale e pepe. Aggiungere un mestolo d’acqua, lo zafferano (sciolto in una tazzina d’acqua tiepida) e cuocere a fuoco basso, aggiungere quindi le sarde, amalgamare il tutto per circa 10 minuti, se necessario, aggiungere poco alla volta dell’acqua fino a che si crei un sughetto ristretto.


A questo punto preparare la pasta (deve essere assolutamente “maccarruncino” bucato), scolarla e condirla.

Chi vuole potrà spolverarla con della “muddica atturrata” (pangrattato abbrustolito in padella).

Buon appetito!

martedì 12 ottobre 2010

Il riassunto

Ci sono periodi in cui il tempo sembra scorrere lento e nello stesso tempo ti accorgi di quanto è passato velocemente.

Dall’ultima volta che ho scritto un post, ad esempio, sono già trascorsi due mesi, passati così, rapidamente, e pensi, “ma come è possibile? sembra che sia da ieri ed invece...”, e nello stesso tempo ti domandi: “ma cosa ho fatto di così impegnativo in tutto questo tempo da non poter scrivere? Boh!”

Due mesi, ne è passata acqua sotto i ponti (per fortuna non il fantomatico ponte sullo stretto), e così sono passati velocemente (e nemmeno tanto) cognati e case di Montecarlo (di cui siamo stati costretti a sapere ogni particolare), crisi governative in Sicilia e presunte tali in Italia (chissà), infantili trasformazioni di SPQR risoltesi a tarallucci e vino, drammatici delitti che fanno audience, dossier ben confezionati, ipotetici attentati, parate di dittatori con hostess convertite (poi dicono che c’è crisi di spiritualità), il papa a Palermo tra giubilo e contestazioni (vietate), tagli alla scuola e simboli inquietanti in una scuola, Miss Italia trans , lapidazioni (rinviate) e pena di morte (attuate), sindaci eroici assassinati, minatori sotto terra, scazzottate in sala parto, Elio al posto di Morgan , la guerra che fa morti (ed anche il lavoro), gli scioperi (quasi vietati) degli operai etc... Sembra passato un secolo, ma sono solo due mesi...

Ed io? Sono sempre nel mio villino a Terrasini, luogo che i terrasinesi doc chiamano campagna anche se campagna non è, tra le varie cose fatte, ho raccolto pomodori, pochi peperoni, melanzane e pinoli, ho pulito le infinite sarde regalatemi dalla signora Rosa, ho pendolato tra Palermo e Terrasini , ho letto un libro pensando agli altri quattrocento circa che giacciono in magazzino tra la polvere, ho vistato meraviglioso paese di Castellamare del golfo con la gioia amplificata dal rivedere due amiche (una grande ed una più piccolina, la figlia) che non vedevo da tempo che si trovavano lì, non ho salutato (e questo mi rattrista) una cara amica che si è trasferita a Londra (tanti amici ormai sono fuggiti dalla Sicilia in cerca di realizzazione), due care amiche hanno dato alla luce due nuove vite, sono stata più o meno volontariamente disoccupata, ma mai mi ha sfiorata il pensiero di lasciare la Sicilia (forse solo un pochino), ho cucinato tanto, ma a parte pasta con sarde, anciova, vope fritte, sgombri arrostiti e cous cous al pesce, nulla di tipico o di particolarmente degno di nota se non nella mia improbabile rubrica intitolata “la vera cucina palermitana, ovvero quella cucinata da una palermitana aliena doc”, dove gli ingredienti principali sono: barattolino di vongole (senza barattolino ovviamente), tonno in scatola del discount, pesto pronto (a base di oli di origine sconosciuta), bastoncini di marca ignota (e di pesce scomparso), surgelati di vario tipo, ma udite udite, non ho mai preparate le mie mitiche spinacine... devo per forza rimediare!

Ma non preoccupatevi, a questa rubrica devo ancora lavorarci, il mio prossimo post sarà invece sulla pasta palina e questa è davvero “from Palermo”!
Ecco un piccolo assaggio.
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