martedì 20 luglio 2010

Caldo e simil pesto alla pantesca.

E’ difficile scrivere qualcosa di sensato con questo caldo asfissiante.
Priva di condizionatore, invenzione miracolosa, emanatrice di frescura artificiale, che ha forse contribuito a cambiare la percezione del caldo, ma che in momenti di crisi da arsura aiuta a resistere, non trovo facile stare davanti al computer.

Ricordo quando ero piccola ed ancora questi “strumenti del finto fresco” non erano diffusi nelle case. In quel caso le soluzioni erano le seguenti: andare al mare, ma bisognava stare sempre in ammollo, perchè dopo pochi minuti in spiaggia le insolazioni erano assicurate. Altra soluzione, bagnare dei panni e metterli sulla fronte, nel mentre tenere i piedi in acqua fredda (ricordo davvero delle giornate così...), infine andare all’UPIM o alla STANDA. Ai tempi non c’erano i centri commerciali, i tanto amati "giganti omologatori" dove si va per risparmiare ed alla fine ci si ritrova con i carrelli pieni di nulla. Quando ero piccola al massimo c’erano i “grandi magazzini”, ed il motivo principale che spingeva (almeno noi) ad andarci era il fresco. Mia madre diceva : “Andiamo a prenderci un po’ di “aria confezionata”!!”. Poi quando uscivi la sensazione di caldo umido era terribile, ma per un po’ si respirava.

Andando avanti negli anni un po’ in tutte le case hanno cominciato a troneggiare i condizionatori, rumorosi come aerei in fase di decollo, grondanti di acqua distillata (ne ho usati litri e litri, raccolti pazientemente in bidoncini, per stirare lenzuola e asciugamani del mio b&b), ormai indispensabili, c’è chi li usa con moderazione e solo nei giorni più terribili, tenendo la temperatura non troppo bassa, per scongiurare raffreddori e reumatismi, c’è chi li tiene accesi 24 ore su 24, perchè questi strumenti creano dipendenza, spingono a rimanere rintanati in casa e ad evitare ogni luogo esterno. Sarà per questo che porto avanti una sorta di resistenza anticondizionatori, insomma a parte le camere del mio ex b&b che logicamente ne erano dotate, in casa mia non ci sono i condizionatori, nemmeno adesso che vivo in una campagna assolata . Mi ritrovo così con le serrande abbassate a cercare la frescura naturale che non c’è, a passare notti semi insonni, pensando che prima o poi anche io cederò al fascino della tecnologia!

Tutto questo preludio per dire semplicemente che il caldo mi ha reso difficile scrivere un post!

Ma adesso andiamo al cibo...

Ho preparato un altro pesto, perchè in estate non c’è niente di meglio che un piatto fresco e profumato.

Volevo fare un pesto alla pantesca (la versione che si prepara nella bella isola di Pantelleria), ma tra tante ricette trovate su internet mi sono confusa ed alla fine ho realizzato questo pesto usando i prodotti del mio orticello
e altri ingredienti tipici siciliani, tra cui i capperi di Pantelleria. Quindi alla fine ecco un simil pesto pantesco fatto da me.


Ingredienti:
4 pomodori, basilico, prezzemolo, uno spicchio d’aglio, pinoli, mandorle, olio evo (mezzo bicchiere), una manciata di capperi sotto sale (precedentemente tenuti in acqua), 2 cucchiai di caciocavallo (formaggio stagionato) grattugiato, sale, peperoncino.

Preparazione:
Spellare i pomodori, togliere i semi e farli scolare, poi tagliuzzarli (io li ho grattugiati), tritare basilico e prezzemolo. Togliere il germoglio interno all’aglio, sciacquare bene i capperi. Come sempre la tradizione richiede di passare tutti gli ingredienti al mortaio,
foto illusoria (subito dopo ho frullato tutto)
la lagnusia (pigrizia) invece vuole che tutto venga frullato (la tecnologia ha i suoi vantaggi!).
Condire con questo ottimo pesto
un buon piatto di spaghetti
e cercare un posto fresco dove assaporare il tutto!

mercoledì 7 luglio 2010

Busiate con il pesto alla trapanese

Ecco una ricetta semplicissima, veloce da preparare e che non delude mai, è un piatto tipico di Trapani e provincia ed a casa mia è arrivato direttamente da San Vito, grazie a mia sorella che ha portato, dalla bellissima cittadina della Sicilia occidentale, tutti gli ingredienti ed ha anche offerto la sua manodopera, io quindi mi sono limitata a mangiare.

La ricetta di cui sto parlando è un primo piatto composto da un tipo di pasta che si può trovare in tutta la zona del trapanese, a cui tempo fa dedicai un post, le busiate, una pasta a forma di ricciolino che si realizza grazie all’utilizzo di un “buso”, condita con il pesto alla trapanese.


Esistono diverse varietà di pesti siciliani, ottimi quello alla pantesca con i deliziosi capperi di Pantelleria, o altri tipi che prevedono anche l’utilizzo della ricotta.

Uno dei più semplici ma proprio per questo tra i più buoni è quello alla trapanese, che ha un gusto fresco e diretto, un sapore intenso che parla di Sicilia e di estate.



Nasce probabilmente dall’incontro tra il famoso pesto alla genovese e la Sicilia, un incontro che ha avuto luogo nel porto di Trapani, dove approdavano le navi genovesi e come spesso accade quando due mondi diversi si incontrano senza paura, ma con la voglia di scoprirsi, conoscersi e fondersi, i risultati sono sorprendenti e positivi.
Così al basilico, aglio e olio (ingredienti del pesto genovese) si aggiunsero pomodori rossi e le mandorle, da passare al mortaio per ottenere una salsa deliziosa, il pesto alla trapanese.


La ricetta :

Ingredienti: 5 pomodori, un mazzo di basilico, 2 spicchi d’aglio (privati del germoglio), olio evo, 50 gr di mandorle spellate, sale e pepe. Busiate.

Preparazione: si dovrebbe usare il mortaio, ma in realtà nella nostra ricetta tutto è stato frullato. I pomodori vanno precedentemente spellati e fatti scolare in un colapasta. Mettere il pesto in una zuppiera, appena la pasta sarà pronta si potrà scolare e versare direttamente nel recipiente con il pesto.

Semplice vero?
Nelle foto si può notare che sono stati aggiunti dei pomodori a tocchetti (avevamo avuto il dubbio che il pesto non fosse sufficiente, devo dire che è stata un’ottima soluzione), vedrete anche che bel servizio di piatti non proprio eleganti e tanto meno ecologici che ho usato, eravamo in tanti e la lagnusia ha prevalso...

p.s. aggiungo due foto che nulla hanno a che fare con questo post, ma che vogliono omaggiare la mia gentile vicina che mi regala sempre pesce fresco, questa volta erano uvari e siccome li ho cucinati fritti con cipollata all'agrodolce, "alla maniera delle vope", ricetta che ho già pubblicato, mi limito solo a dire che erano buonissimi!!! Grazie Signora Rosa!




giovedì 1 luglio 2010

"A pasta chi tinnirumi" versione tradizionale e versione mia.

Oggi mi occuperò di una ricetta che potrebbe rivelare quanto io non sia una palermitana doc a tutti gli effetti. E’ un primo piatto che a Palermo si mangia d’estate ed è super apprezzato dalla stragrande maggioranza dei miei concittadini.

Si tratta della pasta con i tenerumi (“pasta chi tinnirumi”), che altro non sono se non le foglie e i germogli della pianta della zucchina lunga, che come si può comprendere dallo stesso nome, sono molto teneri e delicati. Queste foglie hanno una consistenza particolare, sembrano dei panni di flanella, sono felpati, non impressionatevi per queste mie similitudini, perchè alla fine il gusto è veramente buono, ed il profumo invitante.


E’ un piatto particolare e non in tutta la Siclia viene cucinato, anzi generalmente queste foglie vanno buttate via, mentre i palermitani, arrivata l’estate non vedono l’ora di comprare questa verdura per preparare delle ottime minestre. Di minestra infatti si tratta, e molti si domanderanno come sia possibile mangiare sotto il caldo cocente dell’estate siciliana un piatto così bollente e fumante. E’ una sorta di terapia schock, le cose sono due, o la temperatura interna di chi se ne ciba arriva a 50 gradi centigradi in un colpo solo, oppure come per miracolo il corpo reagisce e sopporta tutto ciò, anzi è di certo così, perchè ho sempre sentito dire che questa pasta è ... rinfrescante!
La verità sta sempre nel nostro particolare stomaco palermitano doc, che è geneticamente modificato per sopportare grassi, fritture, milza, cipolle ed evidentemente anche un calore al di sopra della norma.

Questa minestra si prepara usando un particolare tipo di pasta, la "vampaciuscia" (margherita)spezzata,
o al massimo, volendo strafare, gli spaghetti tagliati, si fa cuocere la pasta nella stessa pentola con i tenerumi e poi alla fine si aggiunge quello che noi chiamiamo “picchio-pacchio”. Ecco rispetto a questo ultimo elemento ci sono delle cose da precisare.

Dietro a un nome così particolare si nasconde qualcosa di semplicissimo, del pomodoro pelato scottato in padella con olio e aglio, ma l’origine del termine è da me sconosciuta, ho trovato, facendo delle ricerche, solo una interpretazione, quella secondo cui il suono di questa parola ricorderebbe lo schioccare della lingua sul palato quando si è soddisfatti da un buon piatto. Potrebbe essere vera ma a questo punto io potrei chiamare la caponata “gnam gnam”, lo sfincione “mmmh mmmh” oppure "slurp", etc...

C’è da dire un’altra cosa sul nome di questo particolare intingolo, se per i palermitani “picchio-pacchio” è una salsina con pomodoro pelato, per altri siciliani la seconda parte di questo binomio ha un altro significato, del tutto differente. Per capirci e non sforare nella volgarità, vado su una citazione televisiva, potrei dire infatti che sarebbe rientrato perfettamente in un particolare elenco che Benigni declamò alcuni anni fa, inseguendo Raffaella Carrà.
Comunque visti i molteplici significati del nome, per non fare delle gaffe, bisogna stare attenti nell’usarlo in giro per la Sicilia, come capitò invece una volta a mia madre, esponendo la sua ricetta a base di picchio-pacchio di fronte a un’anziana signora dell’agrigentino, che fino alle dovute spiegazioni, la guardò con un certo sconcerto.

Adesso, prima della ricetta, il motivo per cui non sono proprio palermitana doc di fronte a questa pasta.
Se c’è una cosa che non sopporto, e non dipende dalla stagione o dal clima, è la pasta a minestra, mangio solo pasta asciutta, di fronte al brodo mi blocco. La minestra l’adoro ma senza la pasta. Quindi io la pasta con i tenerumi la faccio in una mia versione senza brodo e saltata in padella.
Nel caso delle foto poi, non avendo a disposizione la margherita e detestando gli spaghetti spezzati, ho usato le caserecce, grandissima trasgressione, e così della nostra tradizionale pasta chi tinniruma è rimasto ben poco...


Ma non sempre le regole sono giuste per tutti gli individui, ed io in questo caso più che alle tradizioni do ascolto al mio palato, ma chi ama le minestre si fidi degli altri palermitani, non rimarrà deluso!
Spero comunque di poter fotografare anche la versione tradizionale per farvela vedere.

Ricetta:

Ingredienti:

Gr. 400 di pasta (spaghetti o margherita spezzettati), 4 mazzi di tenerumi, 3 spicchi aglio, pomodoro pelato a pezzetti, olio, sale, pepe

Preparazione:
Sfilare le foglie ed i germogli, sciacquare in abbondante acqua e taglliarle a striscioline.


In una pentola far bollire dell’ acqua salata e lessare la verdura per circa cinque minuti.


Aggiungere a questo punto la pasta spezzettata.

Intanto in una padella scaldare gli spicchi d'aglio in olio extravergine e aggiungere il pomodoro pelato a pezzi (va bene anche il pomodoro fresco, spellato e tagliuzzato), sale e pepe.
Mettere la pasta con i tenerumi nei piatti e aggiungere il picchio-pacchio e un filo d’olio evo.

Nella mia versione ecco le varianti: caserecce al posto di pasta spezzata, e poi quando la pasta è pronta, scolare tutto il brodo e farla saltare in padella con il picchio-pacchio a questo punto servire a tavola.

lunedì 28 giugno 2010

Diario di giornate belle e giornate "così così"

Ci sono dei giorni grigi, come ad esempio quando vuoi fare una passeggiata domenicale sul lungo mare,


accosti la machina con l’idea di guardare romanticamente l’orizzonte e respirare il tepore del sole, e proprio in quel fatidico istante, mentre sei immersa nei sogni e nelle fantasie, senti un soave pfffff e ti rendi conto che, ad un lieve contatto con il marciapiede, si è spaccata la ruota della tua auto, e così la passeggiata si trasforma in due esseri umani imbrattati di nero, con il libretto delle istruzioni della macchina tra le mani, perchè non era mai capitato prima, con i nervi a pezzi e quel tepore del sole tanto desiderato è ormai diventato un fastidioso fuoco che brucia il cuoio capelluto, ed è proprio quello il momento in cui capisci come tutto è relativo, altro che Einstein!

Ci sono giorni in cui ti svegli e decidi di collegarti ad internet, ma ti accorgi che non c’è linea. Riavvii, spegni, riconnetti, nome utente, password, non ti arrendi, rifai tutto da capo per cinque volte e poi ti rassegni. Poi riprovi ancora e nulla, allora decidi di fare altro, ma tutto il resto lo vorresti rimandare. Allora meglio fare una bella chiacchierata al telefono. Cominci a digitare il numero e... una voce meccanica si intromette tra te e i tuoi pensieri: “ da questa linea per problemi amministrativi si può solo chiamare ai numeri d’emergenza e a quelli della telecom”. Ehhh????

Cosa è successo? Niente connessione niente telefonate. Sembra la tipica cosa che ti accade se non paghi la bolletta, ma è impossibile, è canalizzata. Allora ti costringi a chiamare al callcenter, e con tutto il rispetto per chi svolge questo amaro lavoro (ne ho due in famiglia), io non sopporto queste telefonate. Ma devo. Attesa di quattro minuti nella quale senti una musica ossessiva, ti viene in mente De Sica junior e Belen, li vorresti inseguire con la cornetta del telefono in mano, decidi allora di cambiare pensiero per evitare di essere troppo arrabbiata quando parlerai con l’operatore umano, senti tutta la pubblicità e le offerte e ti rifiuti di ascoltarle.

Finalmente risponde una gentile signora che alla tua domanda ti risponde stizzita e sconcertata che tu non hai pagato tre bollette. Mantieni la calma e gentilmente le spieghi che tutto è canalizzato, anche volendo non pagare sei costretto a farlo, allora lei capisce e scopre l’arcano, un suo collega chissà perchè ha deciso di togliere l’addebito alla posta e non ti hanno nemmeno mandato i bollettini a casa, così almeno lo capivi.

Ed allora per cercare di vedere le cose positive ripensi a quando eri a casa tutta scompigliata, capelli a istrice, trucco spiaccicato, e bussano al tuo cancello, ti affacci imbarazzata e vedi una sconosciuta con un piatto in mano. La raggiungi e lei è una vicina che non avevi mai visto prima, che per farti sentire benvoluta ti sta regalando dei pesci appena pescati,
che è dispiaciuta per noi per il fatto che in zona non ci sono altri giovani con cui fare amicizia, perchè i suoi figli e nuore sono tutti dovuti emigrare e lei è rimasta sola col marito, ma che ugualmente il posto potrà essere piacevole perchè “è bello e tranquillo”. E tu che non ti aspettavi tutta questa accoglienza sei contenta e la vorresti abbracciare, e quei pesciolini sono un dono prezioso. E così le alici diventeranno la base per due nuove ricette, “alici alla livornese” e una “pasta c’anciova” rivisitata.


In serata il cugino vicino di casa ci regala anche dei bellissimi pomodori del suo orto che sembrano finti per quanto sono perfetti

e li cucinerai in padella (prossimamente ricetta)


e così guardando il tuo piccolo orticello speri che i nuovi pomodori appena spuntati possano crescere e arrossire, e che anche tutto il resto possa andare bene.


Morale: se pure ci sono giorni neri, basta soffermarsi di più sulle piccole cose piacevoli, la generosità umana, le piccole ma grandi sorprese, per stare un po’ meglio. La vita è così, un po’ ti fa arrabbiare, un po’ ti fa gioire, certe volte prevale un aspetto certe volte un altro. Quando tutto sembra negativo bisogna avere la pazienza di aspettare i momenti migliori.
P.s. andate su Blog di cucina per la nuova ricetta della rubrica La Sicilia in tavola, scritta da Scarlett

mercoledì 16 giugno 2010

Il tonno o meglio "a tunnina". La ricetta della "tunnina ca cipuddata all'agro dolce"



Mentre preparavo questo post si è verificato un evento meteorologico che mi ha davvero stupita...

Avendo l’intenzione di scrivere qualcosa di curioso sui tonni, mi sono affidata alle indicazioni di mia madre, che ha sempre delle storie e dei ricordi da raccontarmi sulle tradizioni popolari siciliane. Tra le tante cose mi aveva colpito un antico detto che ripeteva mia nonna quando a Giugno il cielo si incupiva e arrivavano lampi e tuoni: “ ora i tonni si scantanu e scappanu e si finiu di piscalli (ora i tonni si spaventano e scappano e si smetterà di pescarli)”.
Io sentendo questa frase riportata da mia madre, rimango stupita: “ma quando mai in Sicilia a Giugno ci sono lampi e tuoni?”, e penso che sarà una delle tante leggende popolari che si dicevano per segnalare la fine della stagione di pesca. Ed invece che succede? Proprio ieri improvvisamente cade un po’ di pioggia. Poi tutto tace ed improvvisamente per una decina di minuti sento dei forti rumori... i tuoni, a Giugno! Allora è tutto vero... adesso i tonni si saranno spaventati, ed allora CIAO tonni! Le voci di popolo hanno avuto la loro conferma!

I mesi di Maggio e di Giugno sono quelli in cui si mangia “a tunnina”. I tonni (parliamo nello specifico del tonno rosso) in primavera giungono nei nostri mari per deporre le uova, sono dei tonni molto pregiati che però potrebbero rischiare di scomparire per l’inquinamento del mare e per la pesca troppo intensiva.

In Sicilia il tonno fresco è declinato al femminile, “tunnina”, perchè le femmine sono più pregiate dei maschi, almeno per i tonni la cosa è ufficialmente riconosciuta, quanto dovranno aspettare le umane perchè ciò sia riconosciuto anche nella nostra specie?

In Sicilia la pesca dei tonni è stata per secoli molto importante, si sperimentò un metodo chiamato mattanza, furono già i greci a cominciarla e gli arabi intorno all’anno 1000 a diffonderla nell’isola, infatti alcuni termini riguardanti questa pratica e delle particolari litanie che vengono declamate originano chiaramente dal mondo arabo.

La mattanza oltre che un tipo di pesca fu anche una sorta di rituale accompagnato da canti e preghiere, un evento di grande impatto emotivo, che esprime il senso della lotta per la sopravvivenza, una lotta molto crudele e impari per chi si dibatte fino allo stremo cercando di resistere, è un po’ una metafora della vita e della morte, e per i poveri tonni non è per nulla una pacchia, visto che vengono catturati in reti sempre più fitte fino ad arrivare alla “camera della morte” dove vengono arpionati dai “tonnaroti”, così sono chiamati i pescatori, che eseguono l’ordine del loro rais (capo). A pensarci bene avrei preferito non sapere tutti questi particolari, è un po’ una mia personale “sindrome dello struzzo”.

Di questo tipo di pesca, che ormai sta scomparendo, perchè soppiantata dalla pesca industriale che raggiunge i banchi di tonni prima che si avvicinino nelle coste per deporre, ci sono ancora molte tracce nelle nostre coste, le tante Tonnare (quella di Favignana è l’unica ancora attiva) da cui partivano le barche dei pescatori, che spesso sono delle costruzioni di grande fascino e suggestione, da segnalare quella di Scopello, di San Vito, la Tonnara Bordonaro a Vergine Maria e tante altre ancora.

Del tonno non si butta niente, dalle spine (usate per la colla di pesce), alle interiora. La parte più gustosa è la ventresca che qui chiamiamo “surra” ed è una parte grassa che può essere cucinata in diversi modi, poi vi è la parte che a Palermo chiamiamo “busunagghia” (non so la traduzione), che è meno pregiata e di colore scuro, ma ugualmente molto gustosa, del tonno si mangiano anche le uova che vengono salate (bottarga) e poi usate per ottenere deliziosi condimenti per la pasta, del tonno maschio si usa addirittura la parte utile alla fecondazione, “u lattumi”, che viene affettata infarinata e fritta. Inoltre il tonno, come tutti sappiamo, viene conservato sott’olio per poterlo consumare durante tutte le stagioni, ed in Sicilia coloro che fecero fiorire questa pratica e ne fecero un affare (acquistarono l’isola di Favignana con annesso arcipelago), furono i Florio una ricca famiglia che a Palermo caratterizzò la belle époque.

Tra le ricette più tipiche, la ventresca fritta in padella, oppure tutto un tocco intero “ammuttunatu” cioè imbottito con aglio e menta, soffritto in padella e poi cotto nel sugo di pomodoro con i piselli, oppure “a sfinciuni”, infornato e ricoperto di salsa tipica dello sfincione. La busunagghia generalmente viene cotta nel sugo, altri tocchi di tonno possono essere cucinati nella salsa di pomodoro (“a ragù”) per condire la pasta.

E finalmente la ricetta a base di tonno che io preferisco:

“A tunnina ca cipuddata all’agro dolce


Ricetta:

1 kg di fette di tonno, 400 gr di cipolle bianche, olio di semi (per friggere), 50 ml di aceto, un cucchiaio di zucchero, olio evo, menta (o una foglia di alloro), sale e pepe.

Preparazione:

Friggere le fette di tonno in abbondante olio di semi, metterle da parte su un piatto coperto di carta assorbente. Affettare la cipolla sottilmente e farla stufare a fuoco lento con l’olio evo, ravvivare la fiamma e aggiungere l’aceto, lo zucchero, un pizzico di sale, la menta (o l’alloro). Far evaporare l’aceto. Porre le fette di tonno in un piatto da portata e ricoprire con la cipolla precedentemente preparata, è un piatto che va gustato freddo (o tiepido).

giovedì 10 giugno 2010

Aggiornamenti: il caldo, l’orto, la compostiera e la rubrica su blog di cucina

Qui l’estate è già arrivata, l’aria è calda, il sole infuocato. Ci eravamo riproposti di fare qualche lavoretto di manutenzione, tra cui il più impegnativo, riverniciare tutte le ringhiere di ferro ormai cotte dal sole, lavoro più volte rimandato, prima per due gocce di pioggia, poi per il vento, ed ora? E’ arrivato il caldo afoso... o forse è solo “questione di lagnusia”, ma la povera inferriata dovrà aspettare un po’, esisterà una stagione adatta per riverniciare?

Speriamo che il caldo giovi invece al nostro orticello che continua a svilupparsi. E’ una specie di miracolo vedere delle piantine microscopiche


crescere giornalmente.


Fioriscono


e promettono di darci qualche frutto.

Soprattutto sono incredibili le piante di pomodoro,


alte tanto da richiedere un cannucciato fatto con delle canne raccolte nella spiaggia di San Cataldo e intrecciate con perizia dal nostro caro cugino esperto in ortaggi aiutato da Massimo, e sotto il mio sguardo attento (insomma ammetto che mi sono limitata solo a guardare).

Non so perchè ma mi sono innamorata di questa rete di canne intrecciate, reminiscenze infantili, avrei voluto costruire una capanna, una palafitta, una zattera (quelle dei naufraghi in un’isola, non quella dei famosi però, please!), una cesta, una casetta su un albero...
Mi sono accontentata del sostegno ai pomodori alla fine!


Le piante che soffrono maggiormente sono quelle di melanzana e peperoni perchè non ricevono molti raggi solari e rimangono un po’ rachitiche, speriamo bene!


La pianta di cetrioli invece cresce ed io la osservo con sospetto,


perchè i cetrioli proprio non li digerisco, avrei preferito delle belle melanzane da friggere in padella, quelle si che il mio stomaco le apprezza!

Dopo le evoluzioni dell’orto, quelle della compostiera che ancora esiste. Contro ogni mia previsione iniziale, io continuo imperterrita a dividere l’umido e buttarcelo dentro triturandolo prima, questo significa che non è mai troppo tardi per imparare e fare qualcosa, per impegnarsi ad essere più civili, purtroppo la situazione immondizia è molto grave, e adesso il caldo peggiorerà le cose. Io ho visto che grazie alla compostiera ho ridotto tantissimo la produzione di rifiuti (almeno della metà), è pure utile per chi non ama andare a buttare l’immondizia, si riducono di tanto i viaggi dotati di sacchetto maleodorante verso i cassonetti puzzosi.

Purtroppo da un po’ non ho la macchina fotografica e quindi mi sarà difficile far vedere le tante bellezze che ci circondano, un consiglio però per chi è in zona, il primo è visitare Carini, dove c’è il bellissimo castello (quello della baronessa di... Carini, ovviamente!) e poi la pineta di Balestrate (vicina ad una bella spiaggia anche se molto affollata), dove però non c’è nemmeno un pino, ma tanti eucalipti (ma perchè allora la chiamiamo pineta? misteri nostrani). Magari mi faccio prestare una machina fotografica e faccio un post su questi posti!

Ultima cosa, e già chi ha avuto la pazienza di arrivare a leggere tutto ciò meriterebbe un premio! Sulla rubrica “Sicilia in tavola” su blog di cucina è stato pubblicato un nuovo post su un dolce tipico di Terrasini. Mi sono appellata a tutti i blogger siciliani per arricchire la rubrica che curo, mi piacerebbe che non ci fossero solo le mie ricette palermitane, ma anche quelle di altre città della Sicilia e così rinnovo il mio appello anche qui, mandatemi via mail le vostre ricette tipiche (con foto) che io presenterò con una introduzione e certamente citerò la fonte di provenienza. Ho già avuto delle adesioni e la prima incredibilmente mi è arrivata proprio da una blogger di Terrasini, Fabiola, troverete quindi su blog di cucina la sua ricetta presentata da me!

Infine, ecco qui un piccolo nido che abbiamo involontariamente trovato tra le piante rampicanti,
abbiamo cercato di non disturbare e così la mamma capinera ha continuato a curare le sue uova
che ora sono diventate dei piccoli uccellini che crescono bene, che bella la natura!

sabato 29 maggio 2010

Terrasini un luogo da amare



E’ un pò difficile per me parlare di Terrasini da un punto di vista turistico perchè io al momento abito in questa graziosa cittadina, e non la vivo né da oriunda né da visitatrice. Non sono integrata pienamente nel paese, non conosco i nomi delle strade e non mi oriento del tutto (ma questo mi succedeva pure a Palermo, sono distratta e sempre soprapensiero), non conosco tutti i negozi, conosco pochissime persone del luogo, ovvero i miei parenti (e nemmeno tutti), alcuni frequentatori assidui del panificio di un mio cugino (ormai so pure il tipo di pane che alcuni preferiscono), il fruttivendolo ambulante dal nome disneyano Orazio, i miei confinanti gentili pescatori, e poi c’è il bar del viale di Cinisi che fa un ottimo caffè, ed il negozio di alimentari dei familiari di Peppino Impastato e qui si chiude la cerchia. Quindi non mi posso definire una vera abitante del posto, ma nemmeno mi vedo come una turista, perchè se tale fossi, già avrei visitato i musei e sarei andata al mare, ed invece, come spesso capita a chi vive in un luogo da sempre, ancora non ho fatto nulla di tutto ciò.
Di Terrasini posso parlare come un luogo di ricordi e di presente.

I ricordi sono legati alla casa in cui vivo il mio presente, ma non solo. Piccoli flash di infanzia. Una spiaggia divisa tra due paesi, una spiaggia che potrebbe essere più bella di quanto è se solo fosse tenuta bene. Una spiaggia dove mi atteggiavo ad awaiana grazie al mio gonnellino e ad una collana di rafia verde (era la moda di quei tempi, poco meno di trent’anni fa), degli scogli gialli poco distanti ai quali raramente mi avvicinavo.


E poi c’è una delle mie prime gite scolastiche allo zoo di Terrasini che adesso non c’è più, con la mia maestra e tutti i miei compagni, la mitica colazione a sacco, il caro panino con la frittata, la prima macchina fotografica e la paura ma la voglia di avvicinarsi ai leoni in gabbia ed un piccolo sogno, quello di immaginarli liberi nella loro terra.
E poi la visita al museo di carretti siciliani che ancora esiste,


una meraviglia di colori, di storia, ti tradizioni della nostra terra e l’orgoglio di trovarvi i carretti di uno zio di mio nonno di cui posseggo un quadro con una delle tipiche scene dei paladini.

E poi il panorama, un panorama mozzafiato, sconvolgente, emotivo, quello di Cala Rossa, una scogliera dal colore del sole al tramonto, il mare increspato e l’infinito davanti.


Poi ci sarebbero altri infinti momenti familiari, i fichi distesi sotto il sole come bagnanti rinsecchiti, l’odore acre dell’estratto di pomodoro, la raccolta delle lumache ed il successivo rimpianto di vederle cucinate, un semplice pallone supersantos per divertirsi e tutto ciò che da bambini si fa in campagna.


Poi arriva l’adolescenza e tutto questo sembra annoiare, si trovano le proprie strade autonome, i propri interessi e passioni, forse solo in età matura si riapprezzano nuovamente certe cose con una coscienza diversa.

Terrasini ha un nome che nulla ha a che fare con gli asini, la spiegazione è di certo più romantica, si riferisce a un golfo (sinorum), quello di Castellammare, oppure alle sue insenature (sinus, e scusate se non declino correttamente dal latino) ed oggi è una cittadina che ha molto da offrire, perchè è forse una delle più belle della costa palermitana.


C’è il mare, e non è tanto la spiaggia (in realtà ce ne sono due, quella chiamata “di San Cataldo” la devo ancora scoprire) che potrebbe essere più curata, quanto la scogliera meravigliosa, sia sul lungo mare (con i faraglioni)


che Cala Rossa dai colori cangianti, rosso fuoco, e bianco scintillante,


ed i tanti accessi al mare in luoghi adatti a chi ama gli scogli, dall’effetto davvero suggestivo.


Terrasini è anche interessante da un punto di vista culturale.


Nel bel Palazzo D’Aumale c’è un museo che ospita collezioni archeologiche, etnoantropologiche e naturalistiche.



La sezione etnoantropologica è quella che vidi io da piccola, con i carretti siciliani d’epoca, in quella naturalistica che in effetti visitai in quello stesso frangente ho un ricordo di insetti, uccelli, rettili di vario genere (certo dovrei ritornarci per averne un idea più nitida), e quello archeologico dove c’è una raccolta di tutti i ritrovamenti fatti sia in mare che nelle campagne (spero di scoprirlo presto).

Terrasini è strutturata in modo molto gradevole anche al suo interno, le vie sono carine, tanti negozi e le case spesso ristrutturate, rifinite e adornate con fiori (cosa rara in Sicilia) c’è una bella ed ampia piazza con molti luoghi di ristoro ed un bel Duomo,



una piazzetta limitrofa con un giardino, un anfiteatro sul lungomare dove d’estate si svolgono rappresentazioni teatrali e varie iniziative di divertimento, un parco giochi per i bambini.

All’esterno del paese, verso il mare ci sono le 4 torri di avvistamento Torre Alba, Torre di Capo Rama, Torre Paternella, Torre di contrada San Cataldo. La più antica quella di Capo Rama, inserita in una riserva naturale selvaggia e affascinante, costruita nel XV secolo per avvistare le imbarcazioni dei pirati,


la più bella (secondo me) che spero di poter visitare più approfonditamente, la Torre Alba a picco sul mare e immersa in un giardino.

E poi c’è tanto altro, una villa liberty dove si raggruppò una comunità hippy negli anni settanta (è citata anche nel film i cento passi) e la sede di radio aut di Peppino Impastato. Poi ci sono le sagre, la “festa delli schietti” che è stata ad Aprile e tanto altro.


C’è poco da lamentarsi mi direte, una cosa per ora, il paese è sporco a causa del nostro solito problema dell’immondizia, discariche chiuse e inesistente raccolta differenziata, è un vero peccato che tutte queste bellezze siano adornate dai soliti sacchettini multicolor, mi auguro che noi siciliani possiamo stancarci di questo per iniziare un rinnovamento culturale, di pensiero, di civiltà per difendere il patrimonio meraviglioso che c’è ed anche la nostra stessa salute.

Insomma malgrado questo Terrasini merita di essere visitata e scoperta, c’è tanto da scoprire, tanto che non avrei potuto elencare o descrivere, ma basterebbe anche solo avere la fortuna di osservare lo splendido tramonto a picco sul suo mare, un emozione indescrivibile.




p.s. mi scuso per le lunghe assenze ma ho una connessione lentissima

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